Marco Villa, Un paese di soli guardiani

Quattro poesie da Un paese di soli guardiani di Marco Villa (collana “A27”, Amos Edizioni, 2019).

L’energia della noia, di ciò che – musica conversazione atmosfera amata – recide ogni immedesimazione, di tutto quel tempo sprecato aspettando che passi, possiamo cominciare a vederla, concentrarla
come un tizio qualunque seduto in una città
guarda e nemmeno si illude di reggere guardando –
non è nessuno ma è qualcosa, un fantasma
che distribuisce spazio, una ripetizione
giornaliera (nei suoi sogni
c’è sempre una forma che si scioglie
vene in sangue, passi in oceano, terra in cielo
ma lui tiene, non vende luoghi morti) –
pensa alla sete estinta, al nessun sapore in bocca,
a reticoli depurati da fantasie
sulle sue dita che si muovono e si stringono,
non assorbe la strada e, prima di alzarsi,
si sente un organismo volatile
e ben congegnato
per lo più costituito da acqua.

Ho pensato di scrivere sul disprezzo del mondo.

*

Uno dei miei io dorme sempre,
dietro i miei occhi c’è sempre un occhio
chiuso – così il mio cervello è nutrito
e intanto posso guardare la terza stagione
di Gomorra, Bucks Cavaliers, sfornare
articoli, mangiare con, bere con,
forse innamorarmi, forse fare
la scelta consapevole di avere figli,
provare a dare forma al mondo come
in questa poesia, crescere, crescerli,
meditare su come svegliarmi.

*

“Iniziano con niente e con niente finiscono,
capitale ammassato per amare
per inerzia, poi a volte, si trovano:
sfere diverse, si modificano appena
e nemmeno si sfiorano, prede di uno stesso
fraintendimento, un vuoto sottilissimo
e lo chiamano amore”. E io so altro
o meglio non so altro ancora: tu,
un tu che basta a stravolgere
il sistema, sistema
basato sul tu che sei tu,
e allora, se le nostre maschere soffrono più di noi
what’s Hecuba to him, or he to Hecuba?
se una scoperta avviene, davvero,
e non si hanno più parole per non nominarla:
il nostro vuoto non lo azzeri con niente
non si ritira ma si espande, si apre
ma non esplode, patisce i contorni.
E allora forse “niente che approssimi
può reggere ciò che proviamo:
la gioia è un vuoto geometrico
e finalmente avremo dato uno spazio
a quelle storie di vera comunione
storie che ormai non sono intese, illudono,
iniziano con niente e con niente finiscono”.

*

Se la escludi la morte ti fa questo, le stagioni si spianano e l’anno non esiste più. Sotto il sole è un interminabile esorcismo: le cose sono un compito, ogni sforzo ogni ironico ho-finito-ecco-qui è per incantarle e ottieni un po’ di tempo che ti terrorizza e perdi. Non desiderare è essere onnipotenti, d’accordo, ma lì, agire… Quanto è facile allora fare con zelo e indifferenza tutto, tutto quello che ti è chiesto.
Hai lì sotto il naso la tua prima azione libera (fa’ che sia d’amore) e invece dilapidi quella pace che crea pace in risposte pronte, nell’efficienza astiosa che maledicendo moltiplichi per proteggerti. Chiedi al mondo di esprimere i suoi desideri e così sei occupato.

(Il settimo giorno ha creato la settimana,
apre e forma, se lo togli ti si rivolta contro
ma osservalo e non sarete mai più soli.
Osserva quella pace e la vedrai respirare
a ritroso, mentre il settimo giorno suona
un’euritmia tra pieno e vuoto, vuoto e pieno,
lavora come una chiesa lavora il cielo:
“ti ho fatto entrare per mostrarti morto”.)
Sei qui, ora, attento. Il passato ti consiste, con quello che ti ha ucciso una volta per sempre; della speranza non ti riguarda che quello che già vive. Puoi fare tutto; fa’ che sia d’amore.

 

Marco Villa (Lecco, 1989) è fondatore e redattore del sito formavera.com; sue poesie sono uscite su vari blog e riviste. Ha pubblicato la monografia La sintassi di Somiglianze. Sulla poesia di Milo De Angelis (Pacini, 2019).

Immagine: Laure Prouvost, IDEALLY THESE WORDS WOULD PAUSE EVERYTHING NOW, 2019.
‘You are deeper than you think’, Stratford station, 2019.