Un felice nomadismo della mente

da | Giu 6, 2022

Pubblichiamo oggi l’ultima testimonianza per Biancamaria Frabotta (1946-2022), un ricordo di Maurizio Cucchi.  

 

Ho conosciuto Biancamaria Frabotta negli anni Settanta, al tempo degli incontri di poesia inventati da Simone Carella e Franco Cordelli al teatro Beat 72, che furono poi seguiti da quella bizzarra festa internazionale sulla spiaggia di Castelporziano.

Mi era apparsa subito netta ed evidente la reattività intellettuale di Biancamaria, che in quel periodo, in effetti, ho però avuto poche occasioni di frequentare.

Più tardi, invece, è nata una vera amicizia e ho avuto modo di conoscere e molto apprezzare il valore insieme umano e intellettuale, oltre che, naturalmente, poetico, di una figura di primo piano nella nostra cultura di questi decenni, capace, come è raro che avvenga, di muoversi nel corso del tempo e di mutare, proponendo senza enfasi sempre nuove acquisizioni, grazie a una capacità di apertura, grazie a una disponibilità al movimento e al divenire anche proprio che si nota benissimo in un libro fondamentale come la raccolta di Tutte le poesie 1971-2017 (Mondadori 2018). Qui il passaggio dall’ideologia appassionata degli esordi alla grande pacatezza riflessiva che ne segnerà il più evidente e classico carattere è un risultato che sempre più si è venuto consolidando nel suo inconfondibile valore, e che mi ha portato a condividerne gli esiti con piena persuasione. Un felice nomadismo della mente, il suo, che ha pochi uguali nella nostra generazione (e non solo, credo). Con un risalto tutto particolare, sopraggiunto e da me molto amato, per una condizione di normale stanzialità, quotidianamente rinnovata e sempre dunque riconquistata, del sentimento e dell’esserci, che trova splendida espressione in quella che Roberto Deidier ha definito “una stanza nuziale ampliata a dismisura” , dove avviene “la proiezione della propria identità nello sguardo dell’ altro“. E qui la saggezza (e sapienza) di fondo, tipica di Biancamaria, diviene anche una prova di limpida generosità, nella viva adesione partecipe alla apparente orizzontalità delle cose, dove in profondo, invece, si annida una verità cangiante di senso che tocca al poeta cercare e cogliere, per quanto gli è dato, nel corpo della parola, come sempre è stato nella vita e nell’opera di questa mostra troppo presto perduta amica.

Ma il suo cammino si era venuto poi arricchendo ulteriormente nell’ultimo capitolo del suo paziente lavoro, in quella che di lei resta l’ultima opera e che non le è stato dato di poter tenere fisicamente tra le mani, Nessuno veda nessuno, che avrei tanto voluto festeggiare con lei, in una nuova occasione di piena stima e autentica amicizia. In queste sue nuove pagine, tanto ricche di situazioni e umane figure, il carattere inconfondibile di Biancamaria ancora si manifesta nella fisionomia di una disarmante verità di presenza testimoniale. Torna anche ai compagni di strada di una avventura poetica, si muove perlustrando con naturalezza vari territori culturali, magari da Epicuro all’etica Ubuntu. E poi coinvolgendo nel campo mobile della sua pagina elementi di una memoria personale e familiare, componendo un vasto e articolato affresco speciale, muovendosi oltre quella “melma / del tempo che ci governa e affonda” per offrirci in nuovo messaggio molteplice, nel tessuto della sua meditazione lirica, tra senso di precarietà e insieme di turbata adesione all’esistere che il suo esempio di moralità e arte continuerà a trasmetterci.

 

Immagine: Ph. Dino Ignani. 


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