Tre

Due prose e la parte iniziale del poema I neochilenos di Roberto Bolaño, dalla prima edizione italiana di Tre, traduzione di Ilide Carmignani, prefazione di Andrés Neuman tradotta da Silvia Sichel, da poco uscita per le edizioni SUR.

PROSA DELL’AUTUNNO A GIRONA

A Ponç Puigdevall

L’autunno a Girona: la Scuola di Belle Arti, la piazza dei cinema, il tasso di disoccupazione in Catalogna, tre mesi di permesso di soggiorno in Spagna, i pesci nell’Oñar (carpe?), l’invisibilità, l’autore che contempla le luci della città e sopra di esse una striscia di fumo grigio nella notte blu metallico, e sullo sfondo il profilo delle montagne.
…..Parole di un amico a proposito della donna con cui convive da sette anni: «è la mia padrona».
…..Non ha senso scrivere poesia, i vecchi parlano di una nuova guerra e a volte torna il sogno ricorrente: autore che scrive in una stanza in penombra; in lontananza, rumore di gang rivali che lottano per un supermercato; file di automobili che non ripartiranno mai.
…..La sconosciuta, malgrado tutto, mi sorride, allontana gli autunni e si siede accanto a me. Quando mi aspetto grida o una scenata, si limita a domandarmi perché faccio così.
…..Perché faccio così?
…..Lo schermo diventa bianco come un complotto.

*

LA REALTA’. Ero tornato a Girona, solo, dopo tre mesi di lavoro. Non avevo nessuna possibilità di trovarne un altro e non ne avevo neppure molta voglia. La casa, durante la mia assenza, si era riempita di ragnatele e le cose sembravano coperte da una pellicola verde. Mi sentivo vuoto, senza voglia di scrivere e, quando ci provavo, incapace di restare
seduto per più di un’ora davanti a una pagina bianca. I primi giorni non mi lavavo nemmeno e mi abituai ben presto ai ragni. La mia attività si limitava a scendere alle poste, dove molto di rado trovavo una lettera di mia sorella, dal Messico, e ad andare al mercato a comprare interiora per la cagna.
…..LA REALTA’. In qualche modo che non saprei spiegare la casa sembrava toccata da qualcosa che non c’era quando me n’ero andato. Le cose sembravano più chiare, per esempio, la mia poltrona mi sembrava chiara, brillante, e la cucina, anche se piena di polvere attaccata a strati di grasso, dava un’impressione di bianchezza, come se potessi vederci attraverso. (Vedere che? Nulla: altra bianchezza.) Allo stesso tempo, le cose erano più nette. La cucina era la cucina e il tavolo era solo il tavolo. Un giorno cercherò di spiegarlo, ma se allora, due giorni dopo essere tornato, appoggiavo le mani o i gomiti sul tavolo, provavo un dolore acuto, come se stessi mordendo qualcosa di irreparabile.

***

I NEOCHILENOS

a Rodrigo Lira

Il viaggio iniziò un bel giorno di novembre
Ma in qualche modo il viaggio era già finito
Quando lo incominciammo.
Tutti i tempi convivono, disse Pancho Ferri,
Il cantante. Oppure confluiscono,
Vallo a sapere.
I preliminari, tuttavia,
Furono semplici:
Salimmo con aria rassegnata
Sul camioncino
Che il nostro manager in un raptus
Di follia
Ci aveva regalato
E puntammo verso nord,
Il nord che calamita i sogni
E le canzoni senza senso
Apparente
Dei Neochilenos,
Un nord, come dire?,
Presagito nel fazzoletto bianco
Che a volte copriva
Come un sudario
Il mio volto.
Un fazzoletto bianco senza macchia
Oppure no
Dove si proiettavano
I miei incubi nomadi
E i miei incubi sedentari.
E Pancho Ferri
Domandò
Se sapevamo la storia
Del Caraculo
E del Jetachancho
Tenendo con tutte e due le mani
Il volante
E facendo vibrare il camioncino
Mentre cercavamo l’uscita
Da Santiago,
Facendolo vibrare come fosse
Il petto
Del Caraculo
Che sopportava un peso terribile
Per qualsiasi umano.
E allora ricordai che il giorno
Prima della partenza
Eravamo stati
Al Parque Forestal
In visita al monumento
Di Rubén Darío.
Ciao, Rubén, avevamo detto ubriachi
E drogati.
Ora i fatti banali
Si confondono
Con le grida che annunciano
Sogni veri.
Ma eravamo così noi Neochilenos,
Pura ispirazione
E niente metodo.
E il giorno dopo andammo
Fino a Pilpilco e Llay Llay
E passammo senza fermarci
Da La Ligua e Los Vilos
E attraversammo il fiume Petorca
E il fiume
Quilimari
E il Choapa fino a raggiungere
La Serena
E il fiume Elqui
E infine Copiapó
E il fiume Copiapó
Dove ci fermammo
A mangiare empanadas
Fredde.
E Pancho Ferri
Riattaccò con le avventure
Intercontinentali
[…]

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).