Ti vedo partire…

da | Ago 18, 2026

Quattro poesie inedite.

 

TI VEDO PARTIRE

Ti vedo partire
sul soffitto bianco di questa pensione spoglia

Chiudo gli occhi.

Mi distrae il suono meccanico della ventola di metallo
muove l’aria, allontana la mia paura di non riuscir mai piú a svegliarmi

GIRA, GIRA, GIRA

sembra arrugginiTA MA GIra.
Ferisce il dolore che squarcia l’ illacerabile
– io mi lacero, ma non ti lascio andare
Ti chiedo di restare

chiedo
e CHIUdo

gli occhi: il passero dalle ali blu brillanti é volato fuori dalla finestra

e noi…
lo sapevamo.

L’ hai visto, cosí perfetto, blu, splendente? – Ci guardava:
é uscito dal MIO corpo.

Lui, dolce, mi calma.
Ho resistito, ma sapevamo che te ne stavi andando.

Ospedale Santa Rita Vieira
Parlano cubano, parlano kriol – rispondo come posso, in portoghese.

Siamo tutte qui
ridiamo, piangiamo. Non parliamo: qui non si parla.
Qui
NON – SI – PARLA!

Mi abbracciano. Ci aiutiamo con quello che abbiamo: niente.

Sento le cicale cantare
cantare cantare cantare
in questa notte di novembre senza fine

Sdraiata a pancia in su…

io l’ho visto:

qui tutto é immensamente verde e secco – la nebbia non mi inganna
Era sbattuto, il blu.

come me

che mi disintegro, DIS MEMBRO, dis – VIVO

Chi ne ha le forze, si alza – la telenovela brasiliana non smette
Non smette Non smette

ECHEGGIA EGGIA EGGIA
É GIÁ NOTTE FONDA E
NON LA SMETTE

Madri, ziie, compagni: son andati tutti via

Il letto numero 11 non parla,
si frantuma l’anima nel mini schermo del telefono.

Letto 35: provo a rigirare il mio utero verso l’interno
il dolore
é dolce
nelle braccia di Wasis Diop

 

*

ASCOLTA

Ascolta:
Ti ho vista arrivare

mentre grattavo la superficie di un intonaco sgretolato
con unghie già stanche

mi hai ricordato l’odore pungente degli oliveti, la polvere castana dei pinoli dolci che
raccoglievamo per dimenticare il vuoto.

Tra resti, rovine e
monticelli di sabbia scivolando tra le pieghe delle dita, impregnata di sale

come un vulcano
Ti ho vista arrivare.

 

*

PARLIAMO DI UNA TERRA

Parlammo di una terra
ormai passata, che già
fu nostra.

La casa di pietra sovrasta silenziosa il paese. Salendo riviviamo,
con nuovi occhi, tempi antichi.
Avrei voluto sapere del peso incommensurabile delle assenze, dell’invertir rotta.

Tu stai lì: nella tua valle,
fatta tua madre, gli occhi incavati, e un sorriso accennato.

Dimmi, dovrò eternamente tornare, per non esser scordata? Ora gli occhi nostri
precipitano giù in vallata. Laggiù, nei nostri boschi, saprai riconoscermi?

Tu stai lì: in quel profilo
riconosco le fattezze aspre
del nostro lignaggio. Luci esigue
si confondono nella vallata ormai imbiancata. Mai
dubitasti del mio persistere.

Parlammo di una terra
che forse non esiste. Ma noi
sapremo esattamente
dove trovarla.

 

*

TORNARE

Risveglio:

sempre il corpo sotto tiro
sempre
il MIO
corpo
sotto stress sotto esame
sotto pressione sotto sotto mi
sento una versione
non aggiornata di me
una forma precedente, già
scordata – un bug, I’m begging: sarà
per caso possibile regredire allo stato anteriore?

Qui. Alterniamo giornate limpide
a presenti
umidi: senza tempo, senza
spazio. Senza
che si riesca ad incarnare
un corpo fisso
Sto a dieta, ma di pace.

Restare, RE-STARE!
PARLA piano che qui niente si
Dice direttamente
NON ALZARE LA VOCE
cuoce
la propaganda che sfianca, affianco
le unghie stridono sulle pagine
distratte del quotidiano – strano! Di nuovo
ci minacciano, odiate lo siam sempre state

Duemilaventisei
Alô, boa tarde? Ancora porti l’ancora
nella terra, ancora
ti senti parte di questo spezzone
mediterraneo? L’ Atlantico nord contamina con correnti glaciali
questo corpo di penisola
irrigidisce, inDUrisce, riesce
a cambiare i segni sul volto. Ed ora una
ruga venuta dalle tempie divide gli occhi
mi taglia in due

Qui
tutto mi attanaglia, non
arriva il profumo della pineta, non si sente
il mare addolcito dal sud, odor di calamari fritti, gamberi, scirocco – TROPPO! Uliveti acri a luglio, sirene, resina e polver marrone di pinoli. Non Partenope, Ligea,
Leucosia: qui

è tutto aspro.
Qui
è forte il vento

qui
sempre il corpo sotto tiro
sempre
il mio
corpo
ancor più esposto. Mi
sposto, sposto, se posso
SPO SSATA:

mi richiama
il tempo di casa.

 

NB: Non è stato sempre possibile rispettare la grafia dell’originale.

Noemi Alfieri (Torino, 1988) è scrittrice, ricercatrice e traduttrice. Vive a Lisbona dal 2014,
dove svolge attività di ricerca in Storia della stampa coloniale presso il CHAM – Centro de
Humanidades (NOVA/FCSH). Ha vissuto e lavorato anche in Spagna, Germania e Paesi Bassi ed è attualmente ricercatrice visitante presso la Cattedra Agostinho Neto dell'Università Roma Tre. Ricorre alla pratica artistica per costruire narrazioni del contesto urbano e delle periferie, come strumento di cura dei traumi intergenerazionali ed esercizio di memoria che parte da esperienze personali, familiari e collettive, indagando la tensione e la reciprocità tra privato e politico. La sua ricerca e la sua poesia sono attraversate dalle migrazioni e dalle resistenze alle violenze di genere, coloniali e capitaliste. Ha pubblicato la raccolta di poesie bilingue portoghese-italiano "Cem Agulhas nos Ossos" (Cento Aghi nelle Ossa, Urutau, 2020). Le sue poesie sono apparse in numerose riviste e antologie collettive, tra cui Revista Periferias, International Poetry Review e Volta para a tua terra. È stata residente UNIDEE presso Cittadellarte - Fondazione Pistoletto (2023) e finalista nella sezione Poesia Performativa del Premio Bologna in Lettere (2025), con la poesia “Ti vedo partire”.