Tenere insieme

da | Set 20, 2021

“Tenere insieme” è l’ultimo libro di Gabriel Del Sarto, appena uscito per la collana “Gialla” di pordenonelegge e Samuele editore. Di seguito una scelta di testi.

 

A 3 KM, GABRIEL

Radiosa, quest’ora,
e violenta di luce
dovresti (vorrei che tu..) vederla esplodere dall’albero
di Natale
ancora da disfare, e dallo striminzito presepe – piuttosto
la mia tristezza cresce, tristezza casalinga.
È quasi mezzanotte, anche a 3 chilometri da qui

e quest’ora no, quest’ora lo sai non è più
mite… le necessità, le cause di forza maggiore
hanno fatto andare a male il burro nel frigo, è scaduto
di qualità il mio poeta preferito e devo
stare attento al latte: le circostanze sono
fatte
così. Indecenti.

No, ti dico, è davvero questo lo scandalo
della vita: il sacrificio, la coatta fatica – eppure
tutto è come un soffio – se ti vuoi
salvare.
Considera la saliva
la bava del vecchio Giobbe, l’ostinato che già ci predisse,
e considera le sue grida verso dio: consegnandoci
cosa se non la più grande speranza,
quell’impensabile diritto alla disperazione?

L’angelo
Gabriel annunciando il Figlio dell’uomo, il bimbo (accorrete
o voi che ascoltate), l’arcangelo Gabriel splendente
di gloria andando
per strade piazze palazzi, Gabriel
ha portato il mio saluto a 3 chilometri da qui.

Aspetterò il sabato
pomeriggio, comprerò delle bibite:

immagina: noi colle amarene Fabbri sul gelato allo yogurt
mentre ripristiniamo scene bibliche.

 

*

MARINA REALE

Gli sbadigli e i visi
sul lungomare nelle sere. i coni
gelato e le crêpes: la vita qui
è dopo il sole e c’è molto a portata di mano.
insensibili le palme della marina svettano e in un eccesso
di pensiero mi rigiro senza grazia – si può sempre
sorridere agli amici, un po’
passeggiare discorrere di cose d’amore non pensare non:
(spiagge di amori disforici le sere d’agosto)

dall’età della pietra si attendevano monsoni
e terremoti ma si è sempre impreparati
agli eventi
alle svolte dei venti: (e poi voler scollinare
dal verde presunto verso sconfinate pampe e correre
e il tuo amore da cui affacciarsi)

*

Si ricava dalla roccia un’idea, veterotestamentaria,
di solidità in bellezza dispiegata
idea semitica di una nostalgia disperata, urlata oltre
il vento con voce di madre: chi mai
chi mai saprà consolare Rachele?

di questi gridi siamo fatti, di figli
che non torneranno – quanti
padri a scrutare l’orizzonte fino a sera – e le cose mancanti
convergono in una.
Costa sperare.
Poi è chi si spoglia
a ritrovarti l’ultima sera: una passeggiata
tra i boschi di Manhattan raccontandoci fiabe.

Da una periferia desolata di sterpi e lattine
e code al ristoro cocacola
per deserti desueti e quotidiani – a piedi scalzi
eccomi hinne ni vedimi con questi miei occhi negli spazi
verso te l’elegia paziente
nell’angolo assonnato del meriggio

e avvampare come dolce e tremendo avvampa il roveto.

 

*

MERIDIANO OVEST

I

Scrivo sull’asfalto dell’autostrada da anni
e nomi, brani di me, ombre, fingendo
che il vuoto che attraverso dietro campi
città e nature non esista. il fronte dell’aria
fa muovere le nubi, lungo
le mie strade ancora è furioso
il tempo, anche in quest’ora di fuoco che getta
le ombre più lunghe, degli alberi e delle cose,
come le vedo scorrere sulle onde
di metallo del guard rail, e segnare il verso
da dove ogni sera, come dal fondo di un enigma,
speriamo ci investa quella forza ignota e impossibile.

Tutto questo
mentre la luce scivola nel silenzioso
attrito delle gomme sull’asfalto
e i battiti si ripetono nell’abitacolo, segnali
che la notte non è morte, ma un’orbita
che lascia una scia invisibile
di desiderio nel reticolo del mondo.

 

VII

La spiaggia e il vento che pulisce e confonde
ora pulsa nella notte
la mia città gli sguardi i respiri
e ogni cosa, prima e dopo la striscia arancione
del lungomare, relitti di ecosistemi, zone obiettivo 2.
Seduto su questa sabbia osservo
la piattaforma nera del mare. Sembra petrolio, memoria
delle ere prima di essere cronaca,
e nuove guerre.

Negli angoli
delle nazioni ci sono amori e ingegnerie,
avanzi e disperazioni, e i grattacieli con le nuvole
che trascorrono nelle ore, e si riflettono sugli
acciai, i vetri a specchio degli uffici, l’aria
climaticamente diffusa sulle persone, sulle scrivanie.

Lungo il meridiano ovest
i giorni, la salute, il bilancio familiare
la nostra inconsistenza.

I fulmini nell’orizzonte si ramificano precisi,
e così siamo vita, e frontiera di questa terra, e cose nelle mani.

 

IX

La violenza della luce sul parabrezza, il vento
della mattina sui viali e tutta la morte
di questo tempo fra noi: ascolto le onde
di una stazione FM nel vuoto
delle cose. È sabato, posso restare
in attesa, avere fame, un lavoro flessibile,
le dolcissime politiche comunitarie, e posso
consumare prima di altre invasioni
della storia.

È sabato
e dovunque e comunque,
in ogni stagione creata,
nei cristalli liquidi degli schermi,
negli scaffali, nei corridoi lineari
e piastrellati dei supermercati
e degli ospedali, nei manuali colorati,
tutto è un montaggio perfetto

e le ore sono quiete
come profondamente gli oggetti,
e il mondo scorre fianco a me, mentre
guido verso casa – oppure
ora il sole è come su questo
violento e deserto presepe estivo
sopra il quale l’angelo smagrito Gabriel
annuncia qualcosa piangendo
alla polvere che si leva ai lati del viale
in una fiamma improvvisa, ossidrica.

 

*

LIVELLI

Lo vedo, quell’albero. E vedo
te, oggi, in questa luce di una stagione successiva.
La fluidità delle chiome in un vento
mutevole.
Quello che passa è solo una rappresentazione
e questi sono i cambiamenti
della gente comune, le cose che si fanno
per non essere niente.
Ho un passato, lo distinguo. Ho il resto
di una mia verità, le faccende quotidiane, uguali.

Vedo tutto questo: la parte bianca
dei tuoi occhi socchiusi, colpiti
da un sole obliquo e pulito, a pelo
dell’erba, che sa esistere ora, in questo non decifrabile
ora, sottovoce, sottovento,
fra i fili mossi e le foglie accese
da una morte fastosa – ora – semplicemente
confondersi col marmo più freddo.

 

*

ESAME DELL’ANGELO


dove abita, in quale spazio, l’amico
di tutti di cui parli? Perché Gabriel,
per quanto forte nell’apparizione,
fulmine che apri e squaderni i mondi,
non si sa mai dove sei? il letame,
la teoria teologica, il pianto
sono i vertici del triangolo, il santo
è perso sull’ipotenusa, il pane
è morto. tutto diventa respiro
e voce che detta dentro nature,
tessuti e foglie, auto e uffici,
supermercati e venerdì, persone
ecco, persone e atti: forse il dramma
è la porta, la pagina sfogliata.

 

*

Cieco e puro come ogni strumento
di dio che cade sugli uomini, Gabriel
è il grido ultimo sul pianeta, sorte
e valore in forma di cavo, ghiandola
e cifra della creazione. Quando
capiremo le crittografie mute
della natura? i silenzi, la voce
del poeta senza recitazione
dentro la calma dei versi? nient’altro
conta, solo i pochi segni, le curve
che durano nello scheletro eterno
del mondo, nel giorno di Lino, suono
e lamento convertito in livelli
e profondità, una specie di musica.

 

NB: Non è stato sempre possibile rispettare la grafia dell’originale, per cui si rimanda all’edizione cartacea. Ci scusiamo per l’inconveniente.

Immagine: Guido Guidi, Il tumulo Brion di Carlo Scarpa.


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