Alcuni estratti in anteprima da “Tempo” di Ida Travi, da poco uscito nella collana di Vallecchi che propone una collezione delle parole della poesia: grandi parole-tema raccontate dai maestri che attraversano i capolavori della letteratura e custodiscono il senso profondo dello scrivere.
LE FIGURE SOVRASTORICHE
Forse a venire, forse arcaiche, antidiluviane. Certo i Tolki “passano” il tempo a modo loro: vanno da un libro all’altro, vaganti, smemorati d’ogni accadimento. Eppure per loro natura, stanno in una specie di fermezza: queste figure sono lì sulla pagina, come fossero pietre lanciate da qualcuno. Sono lì, mentre li scrivo, sono lì mentre scivolo nel sonno.
Sono ancora lì al risveglio, quando mi chiedo perché ogni giorno quando apro gli occhi mi sembra di stare in mezzo alla neve.
Piccoli sogni diurni, li chiama Ernest Bloch nel suo Il principio speranza Il principio speranza è quel principio che si lega tanto allo sperare quanto all’essere sperati da qualcuno. Certo, li ho davvero sperati questi esseri, li ho sperati a lungo, e quando sono arrivati li ho intrecciati a una serie di fatti bianchi.
Dico fatti bianchi perché in poesia i fatti hanno una loro speciale natura: si sa, in poesia i fatti consistono in parola. Sono accadimenti appena appena, parole bianche proiettate su qualcosa di bianco, un soffitto, un muro probabilmente, forse uno schermo. Un cinema, forse.
Un cinema è quel luogo dove vagano molte figure in cerca di qualche immagine, qualche parola: tu entri nella sala, cerchi un posto centrale e ti siedi, finalmente nel buio. Dietro di te ci sono due che borbottano, uno dice: si chiamano Tolki, l’altro dice: si chiamano Tolki perché sono parlanti.
IL SOLCO
Così gli esseri definiti dal linguaggio hanno tracciato un solco tutt’intorno ai luoghi che abitano.
Hanno dissodato le zone inconsce in cui agiscono e ora, isolati ed esposti, se ne stanno come dentro a un recinto, eppure in sé stessi liberi, sottratti alle devastazioni del tempo: loro strumento, il loro unico vero attrezzo è la parola, nel momento in cui viene pronunciata, il loro berretto è il tempo. Come mille e mille anni fa, come fra mille anni, intravedi gente nel campo, e uno chiama l’altro con un nome, e proprio in quel nome ricomincia la storia: è solo una voce che chiama, è solo un micro spostamento d’aria…
Noi siamo qui, nel peso del corpo parliamo, e la voce ci porta più in alto, più su, fino al punto in cui tutto sembra più chiaro, ma non lo è affatto: con la parola/pala, puoi scavare la terra quanto vuoi, ma tu resti nel sogno, finché viene qualcuno e ti chiede: ti ricordi la neve? ti ricordi quel giorno quanta neve?
LA SAGOMA LEGGERA
Laggiù nel tempo-orizzonte si muove una sagoma leggera: è un dolore che non sai dire. Tutto è lontanissimo dagli occhi e dalla schiena: c’è un somaro, Tasàr, un sacco di farina, una vanga, c’è una specie d’eternità inceppata nel visibile, c’è il tempo-orizzonte “sfrontale” lontanissimo dagli occhi, lontanissimo dalla schiena.
Questo tempo-orizzonte sfrontale sembra una specie d’eternità inceppata nella voce-scrittura: ho provato a snidarlo con una forcina, uno stecco, un cucchiaino, ma non c’è niente da fare: tutto resta lì fermo, incuneato in quel continuo parlare/scrivere che è anche il mio: ostinato, incistato nel tempo, è un continuo riaccadere con minime varianti, è un continuo parlare/scrivere e mi chiama continuamente, mentre io mi domando: perché sfuggire?
I CONFINI
I confini della terra di Zard sono un’estensione dell’abitazione, un posto in cui anche gli spazi vuoti, anche i recinti, diventano elementi attivi. Nella terra di Zard c’è qualcosa che sfugge al segno-graphia (impronta o traccia), c’è qualcosa che sfugge all’atto, al gesto, alla performance.
C’è qualcosa di precedente in poesia, una resurrezione nel segno, nella voce, un’immagine in azione.
Per questo in poesia l’inizio e la fine si perdono al centro: stanno lì nel mezzo e all’improvviso succede qualcosa: una forchetta, una foglia, la porta che sbatte. Chi legge o ascolta, sobbalza, sospetta che ci sia dell’altro oltre a ciò che accade, oltre a ciò che vien detto, ed è proprio in quel sospetto che nasce la poesia.
SONO QUI PER PARLARTI
Pare un sogno infinito. Cosa resta da fare nel sogno infinito? un libro? due libri? tre libri? Forse
anche tu che leggi ti sei chiesto almeno una volta: quanti libri mi servono per passare la notte?
Sono qui per parlarti e ti dico: dietro di te succede qualcosa che non avrà fine
Per favore, apri gli occhi – procedi: percorri il corridoio, fino in fondo. Parla: dì solo quello che
vedi, di solo quello che senti. Guarda bene, ascolta bene, tocca: ogni astrazione è un rischio e ti metterà in pericolo.