Sulle mura del sole

da | Lug 20, 2026

“Sulle mura del sole” è l’ultimo libro di poesia di Renata Morresi, da poco uscito nella collana ‘Le Ali’ di Marcos y Marcos. Pubblichiamo alcune poesie dalla sezione intitolata “Baci dall’Italia centrale”.

 

POESIA DELL’AMORE PER LA NOSTRA CULTURA

Al mio paese natale quando una donna
viene ammazzata ci tagliamo i capelli,
facciamo tatuaggi con elementi
di punteggiatura, parentesi, le virgole,
oppure stacchiamo un dente d’oro ai
morti di famiglia e ai residenti
delle case in affitto intra moenia
a costi esorbitanti
che intaschiamo esentasse
e che lavorano in nero
li gambizziamo in strada.
È una questione culturale
ogni cultura ha le sue tradizioni
e qui è molto toccante si lasciano
messaggi sui muri in abbandono
e orsi ai giardini nei cassonetti
le armi improprie e le mazze
poi si passa varechina ovunque
e insomma quando s’ammazza
una donna, si muove tutto, le tende,
le urne, il copia-incolla, è una bella
usanza, come le belle donne.

 

 

POESIA DELL’AMORE FELINO

(“I topi sono stati inventati per me.” – Giulia Niccolai, “Gatto”)

Riappare puntualmente nei siti abituali, là dove si dice sia apparso agli occhi di un povero servo analfabeta, nell’orto, forse un giorno di maggio del 1400. Oppure là, dove la quindicenne muta lasciava i tulipani. Nel tempo è cambiato, non più solo il piccolo burlone allevato dai boscaioli e poi condotto da questa parte dell’Appennino a inseguire cavetti-serpentelli e a rovesciare spavaldo suppellettili come le bancarelle dei mercanti. E neanche più il gattino incerto che si ritirava sotto la panca di legno, diffidando degli incapaci umani. L’ultimo suo balzo lo colse Lorenzo Lotto. Io temo gli ostili, i teppisti, gli incoscienti, e con grande sforzo gli ho edificato attorno questa casa, per proteggerlo. Non mi ha ringraziata, non credo mi tenga in gran conto. Si adatta a dominare quel che c’è. Se la casa ha una piazza, lui la sovrasta, e dal suo punto sopraelevato osserva, con piena consapevolezza di ogni moto atmosferico. Che sia un granello di polvere, un moscerino o il picchiettare delle dita sulla tastiera, nulla sfugge alla sua percezione. Si prepara alla meditazione. Può continuare a esercitarla per ore anche durante il suo cammino di ronda, lungo i corridoi superiori, i davanzali, le mensole e le altre linee della struttura. Mi appago delle volte a crociera che forma coi suoi salti, con calibro che sfida le leggi naturali. Sa ugualmente rimanere imperturbato in forma circolare di tholos, con l’oculo vigile; calmo ma avvertito di qualunque sussulto ambientale. Quel silenzio è voluto, mi umilia. Mi ispira. Tutto il mio ossigeno passa attraverso la sua sfera. Ha pochi momenti di stizza verso di me, ma non saprei dire se il suo è vendicativo disappunto per il mio limite, o un esperimento casuale, per saggiare nuove traiettorie e affondi di unghie nella carne. Persino di questi mi vanto. Nei momenti di quiete si avvicina, col suo lucido mantello marmorizzato. Vorrei saper leggere le sue lettere infiorate, ma posso solo blandire il suo alfabeto. Carezzandolo, senza capirlo, lo parlo.

 

 

da CANTINE LEOPARDI

 (“Partono da sole, verso ovest o verso nord, verso le montagne. Continuano a camminare. Lasciano Omelas, si addentrano nell’oscurità e non tornano indietro.” – Ursula Le Guin, “Quelli che vanno via da Omelas”)

(“Loro nell’incessante mondo se ne andarono,” – Giuliano Mesa, “Poesie per un romanzo d’avventura”)

 

(Nella Wunderkammer
del museo Piersanti forse vorrei
cittadinanza, metter su famiglia
in denti di squalo teschi mirabilia
uova di struzzo stranezze
oh stranezza
una stanza tutta per la mia?

me ne andrei via comunque
da tutta questa refurtiva)

 

*

Sulla vista panoramica
da cui si vede il mare
il Cònero, Loréto,
Castello, lauretum,
Lorenzo fumerebbe volentieri
come si fa per respirare
meglio un pensiero
un endecasillabo

io annoto:
Lotto finì i suoi giorni
scrivendo col pennello
i numeri sui letti dell’hospitium, “e allora?
moriremo lo stesso, signora”

 

*

Basta mangiare, basta la cucina,
o uscite nelle piazze o non parlo,
disse Joyce Lussu prima del comizio,
siamo uscite, alla faccia se,
dove niente era nostro
tranne i basta

 

*

Il viandante di Caspar Friedrich
in cartonato nero: è veramente pacchiano,
e qua, su una collina che, scialapopolo,
basterebbe lo sfumato della vite e degli ulivi.

Moriremo sì, però dopo avere avuto
caldo, freddo, fame, voglia, amici,
viaggi, piazze, rabbia, libri, insomma,
dopo avere ben vissuto
no?

 

*

(ad Ancona il posto è semplice se
lo pensi specchio d’acqua
che getti un sasso e fa cerchi,
dal centro del monte una specie di eco,
chiama all’appello mezzo mondo e
mezzo azzurro – giù, il complesso
archeologico di Fincantieri,
gli operai tunisini, il cimitero abrevo,
in alto un drappo bianco
ripete l’est: non c’è
confine sul mare,
ci rivedremo)

 

*

I bei panorami, i bei panorami,
ma devo o non devo pensarli?
tutta una lista di doveri di pensiero
chiusi dentro corpi a caso
potrebbero essere i nostri
potranno farci quello che fanno
che già facciamo

 

*

Fatto l’elenco degli aggettivi,
messi a descrivere le forme
della morfologia terrestre,
fatta la stima del giardino,
questo contro-spazio,
fatte le dovute analisi
dei dati, due baileys,
ci siamo arresi all’evidenza,
le nostre gigantografie
se ne staranno su un vetrino
o su un server –
e noi a farci i complessi!

è un paese inventato,
a parte le ginestre