Sui treni del mattino

Boris Pasternak

Lo scorso luglio è uscita la prima traduzione integrale italiana di Boris Pasternak, Sui treni del mattino, a cura di Elisa Baglioni. Proponiamo una selezione di testi.

***

Una casa modesta, ma un sorso di rum
e il grog nero di un brogliaccio.
Una reggia in cambio di un bugigattolo
per la soffitta – un sontuoso palazzo.

Ogni traccia delle domande, dei passi
e delle onde della veste è svanita.
Chiusa nella grata del lavoro
la volta dell’aria è colma di mica.
La voce, imperiosa come un tributo,
fonde ogni cosa senza eccezioni.
Nella sua gola stagnata
cola il metallo dei cucchiaini.

Cos’è la gloria per lui e l’onore,
la rinomanza e un posto al mondo,
quando il respiro della fusione
parola allega a parola?

Darà alle fiamme per quell’attimo arredo,
amicizia, ragione, coscienza, usi.
Sul tavolo il bicchiere non finito,
il secolo non consumato, il mondo dimenticato.

Lingotti di rime, come cera di indovini,
ogni attimo cambiano aspetto.
Benedirà il respiro dei bambini
col loro vapore nelle camere da letto.

Dal ciclo L’artista

*

Sui treni del mattino

Ero fuori Mosca quest’inverno
ma sotto gelo, neve, tormenta
sempre, quando serviva,
per impegni me ne andavo in città.

Uscivo in quell’ora in cui
in strada non si vede a un palmo,
e spargevo il crepitio dei passi
per l’oscurità del bosco.

Si facevano incontro al passaggio a livello
i salici bianchi di un terreno incolto.
Sopra il mondo si levavano costellazioni
nella fossa fredda di gennaio.

Abitualmente dietro i cortili
il treno postale o il quaranta
mi rincorreva, mentre andavo
per quello delle sei e venticinque.

A un tratto le rughe scaltre della luce
riunivano i tentacoli in un cerchio.
Il fanale correva di gran mole
lungo il viadotto tramortito.

Nel caldo afoso del vagone
mi abbandonavo interamente
a uno slancio di innata debolezza
che avevo succhiato col latte.

Attraverso le peripezie passate
gli anni di guerra e di miseria
in silenzio riconoscevo della Russia
i tratti irripetibili.

Contenendo l’adorazione
osservavo e veneravo.
C’erano donne, studenti, fabbri,
gente proveniente dai villaggi.

Non una traccia del servilismo,
in loro, impressa dal bisogno,
le notizie e i malesseri
portavano come signori.

Assiepati in gruppi, come in un carro,
in tutta la varietà delle pose,
bambini e ragazzi leggevano
d’un fiato, come ingranaggi avviati.

Mosca ci incontrava nelle tenebre,
che viravano verso l’argento,
liberandoci della duplice luce
uscivamo fuori dal metrò.

La gioventù premeva al parapetto
e, al suo passaggio, m’investiva
di sapone fresco al ciliegio
e di pan pepato al miele.

1941

*

Di nuovo la primavera

La partenza del treno. Il terrapieno nero.
Come rintraccerò la strada al buio?
Un tratto irriconoscibile,
benché solo un giorno sia stato lontano.
Sulle traverse si smorza lo stridore della ghisa
d’un tratto salta fuori una nuova bizzarria.
Parapiglia, dicerie di comari.
Quale diavolo le ha sobillate?

Chissà dove ho udito i frammenti
di questi discorsi la stagione dell’anno passato?
Ah, forse, oggi nuovamente
sarà uscito di notte un ruscello dal bosco.
Come tempo addietro,
l’argine ha mosso i ghiacci e s’è gonfiato.
È, in verità, un nuovo prodigio,
è, come un tempo, ancora primavera.

È lei, è proprio lei,
è il suo incantamento, la sua meraviglia.
È la sua giubba imbottita oltre il salice,
le spalle, lo scialle, il busto e la schiena.
È come Snegurka sull’orlo del dirupo.
È su di lei che dal burrone dal fondo
scorre senza sosta il delirio frettoloso
di un chiacchierone scriteriato.

È di fronte a lei, allagando le barriere,
che affonda nel fumo acquoso una rapida,
come una lampada di una cascata sospesa,
è inchiodata col sibilo alla scarpata.
Coi denti che battono per il raffreddore
scorre nello stagno e dallo stagno in altra conca
il fiotto gelato oltre la proda.
Il discorso della piena è il delirio dell’essere.

1941

Dal ciclo Peredelkino

*

Una fiaba terribile

Cambierà ogni cosa intorno.
La capitale sarà rimessa in piedi.
Dei bambini destati lo spavento
non sarà perdonato nei secoli.

Non si potrà dimenticare la paura
che ha solcato i volti.
E il nemico dovrà pagare
per questo cento volte tanto.

Il suo fuoco sarà ricordato.
Sarà messo in conto il tempo,
in cui fece quel che voleva,
come Erode a Betlemme.

Verrà un nuovo secolo, migliore.
Scompariranno i testimoni oculari.
Dei piccoli mutilati le pene
non si potranno dimenticare.

1941

Dal ciclo Poesie sulla guerra

Boris Leonodovič Pasternak (Mosca, 1890 - Peredelkino, 1960) è uno dei più grandi scrittori della letteratura russa. Cresciuto in una famiglia di coltissima borghesia ebraica (il padre era pittore, la madre concertista), Pasternak si dedicò in un primo momento alla musica, poi alla filosofia, per esordire infine come poeta nel 1914, con Il gemello nelle nuvole. Vicino dapprincipio al futurismo, nelle successive raccolte si distacca tuttavia da tale movimento, maturando una visione profondamente spiritualista e prossima al cristianesimo. Gli stessi orientamenti si ritroveranno nel suo capolavoro Il dottor Živago, la cui prima edizione mondiale uscì in Italia nel 1957. L'opera, pur non essendo apertamente anti-comunista, proponeva una lettura della storia sovietica assai distante da quella marxista ufficiale, tanto che le autorità ne vietarono la pubblicazione in patria e gli impedirono di ritirare il premio Nobel vinto nel 1958.