Inedito.
ad Aleksandra
Non si può uscire
da un labirinto che non esiste.
Appunto questo è camminare
sul ciglio della memoria.
Da questa parte il tavolino, reale, effettivo
da quella parte il nulla, ovvio, evidente.
Basta stare fermi
e battere gli occhi.
È uno strano labirinto.
Non ci sono né nemici, né pericoli.
Ecco l’incubo:
Guardo il cielo e vedo il cielo.
Guardo le pareti e vedo le pareti.
Cerco con lo sguardo, alzo la testa
e sono più alto del labirinto.
Estraggo una gamba. Oltrepasso. Fuggo.
Procedo, e il labirinto svanisce.
Il tempo è una strada, possiede una direzione.
Ricordo, e la testa si rovescia.
Il tempo si dissolve, si riduce a legno marcio.
Un tempo mi addormentavo con la coscienza
che il tuo unico orecchio stava dando, con l’amore,
senso all’unico battito di cuore il cui tempo
esso pazientemente ascoltava addormentandosi.
Per te il giorno comune era la metafora,
nostro destino eterno.
Per me il destino
era un giorno comune.
Aprivo gli occhi ed esistevi.
Li chiudevo e continuavi ad esistere.
Non potevo chiedere di più alla vita.
Perciò per me non c’era il domani.
Il primo giorno in cui sei stata da me
ho smesso di pensare che tu da me non fossi mai stata.
Eri ovvia ed evidente come un miracolo.
Quando hai smesso di credere nel destino
hai smesso di credere nel significato.
Quando hai smesso di credere nel significato
hai cominciato a dipingere
e ogni tratto è diventato il riflesso
di ciò che non volevi vedere;
e ogni parola è diventata l’alzarsi in volo di rondini
da un mondo in cui non c’è primavera.
Dici di non credere nelle parole.
Se è così, chi, se non tu,
ha scritto parole che si lasciano leggere
solo molto tempo prima del tramonto?
Eppure non c’è un altro cuore. Non c’è un’altra lingua.
Ma quando accendo la lampada
tutto diventa così commovente
e sono costretto a costringere me stesso
del fatto che le parole non contano.
Non credi che io ti ami.
Ma quale nazione ascolta la nostalgia che
racconto con l’orologio dei miei
passi indecisi, quali finestrini nei vagoni
accolgono i miei sguardi che non guardano, perché il tuo
nome mi fa balbettare il mio nome, mentre dovrei cantare
nel coro delle mie identità, e salgo al secondo piano,
troppo basso e troppo alto, perché
tu non ci sei, in che modo si può tradurre la lingua
delle fotografie, cosa devo rispondere ai popoli che mi
chiedono di te, la torre è vuota, il faro conduce
la luna all’oblio, devo arrestare i riflessi
senza specchio, non c’è inverno, non c’è neve che si cosparga per intero
nel giardino dove stai piantando i giorni, i caldi oscuri futuri
pomeriggi stanno già ritemprando questo mare nel quale vedo il tuo
spirito nuotare.
Apri gli occhi.
Mostrami le stelle della galassia che ancora non ha avuto
Argonauti, mostrami le scale che vinceremo, a prescindere
se scenderemo o saliremo, mostrami
il perdono, dal quale da tanto tempo mi sono
disabituato con le mie mani, i pacchetti di sigarette che non avranno
proprietari, mostrami l’acqua dei baci per la quale qualsiasi
incendio sarà troppo piccolo, mi sveglio, mi sveglio
ed entro nel giorno dormiente chiamato città,
per le cui strade vago cercando le tracce della tua
determinazione, non prenderà mai vita il quadro che costituisca
il riflesso delle parole che hai custodito e accudito
per me, parole trasformantisi in un fruscio senza lingua,
il fruscio delle ore, dei mesi, degli anni la cui promessa
ci riporta alla memoria il tragicomico paradosso del nostro incontro
che ha avuto luogo
troppo tardi e troppo presto
perché fossimo per sempre insieme
forse senza felicità, perché fuori del tempo
ma come tu sai più di chiunque altro il tempo è la principale illusione dei mortali
tu eri nel tempo e fuori del tempo, io ero solo fuori del tempo… scusa. Sono triste.
Il paradiso in terra e oltre la terra è il regno della gioia
le donne di Dante ridono e sorridono tutte, perché sono buone e benigne
ci vediamo
siamo linee parallele, siamo in incognito
non siamo funzione, ignoriamo gli asintoti, non ne abbiamo bisogno
siamo la verità
l’incontro di tutte le linee e ferrovie
l’inesistenza di linee e ferrovie
la più grande stazione del mondo
dove nessuno ci vede
ci abbracciamo stretti
per le coincidenze,
recitiamo noi stessi,
nella mancanza di controllo
al di fuori del tabellone degli orari
siamo il punto zero
di tutte le linee ferroviarie e tutte le ferrovie di eventi
siamo senza inizio né fine
perché senza passeggeri né binari, angelo
senza materia
tu puro sguardo della veglia
oltre il tempo e lo spazio
tu che il tempo e lo spazio deridi.