Simultaneità, che fosti tu ad inventare

da | Dic 27, 2025

Inedito.

              

                                                                                                   ad Aleksandra

 

                 

Non si può uscire

da un labirinto che non esiste.

Appunto questo è camminare

sul ciglio della memoria.

Da questa parte il tavolino, reale, effettivo

da quella parte il nulla, ovvio, evidente.

Basta stare fermi

e battere gli occhi.

È uno strano labirinto.

Non ci sono né nemici, né pericoli.

Ecco l’incubo:

 

Guardo il cielo e vedo il cielo.

Guardo le pareti e vedo le pareti.

Cerco con lo sguardo, alzo la testa

e sono più alto del labirinto.

Estraggo una gamba. Oltrepasso. Fuggo.

Procedo, e il labirinto svanisce.

Il tempo è una strada, possiede una direzione.

Ricordo, e la testa si rovescia.

Il tempo si dissolve, si riduce a legno marcio.

 

Un tempo mi addormentavo con la coscienza

che il tuo unico orecchio stava dando, con l’amore,

senso all’unico battito di cuore il cui tempo

esso pazientemente ascoltava addormentandosi.

 

Per te il giorno comune era la metafora,

nostro destino eterno.

Per me il destino

era un giorno comune.

Aprivo gli occhi ed esistevi.

Li chiudevo e continuavi ad esistere.

Non potevo chiedere di più alla vita.

Perciò per me non c’era il domani.

Il primo giorno in cui sei stata da me

ho smesso di pensare che tu da me non fossi mai stata.

Eri ovvia ed evidente come un miracolo.

Quando hai smesso di credere nel destino

hai smesso di credere nel significato.

Quando hai smesso di credere nel significato

hai cominciato a dipingere

e ogni tratto è diventato il riflesso

di ciò che non volevi vedere;

e ogni parola è diventata l’alzarsi in volo di rondini

da un mondo in cui non c’è primavera.

Dici di non credere nelle parole.

Se è così, chi, se non tu,

ha scritto parole che si lasciano leggere

solo molto tempo prima del tramonto?

Eppure non c’è un altro cuore. Non c’è un’altra lingua.

Ma quando accendo la lampada

tutto diventa così commovente

e sono costretto a costringere me stesso

del fatto che le parole non contano.

 

Non credi che io ti ami.

Ma quale nazione ascolta la nostalgia che

racconto con l’orologio dei miei

passi indecisi, quali finestrini nei vagoni

accolgono i miei sguardi che non guardano, perché il tuo

nome mi fa balbettare il mio nome, mentre dovrei cantare

nel coro delle mie identità, e salgo al secondo piano,

troppo basso e troppo alto, perché

tu non ci sei, in che modo si può tradurre la lingua

delle fotografie, cosa devo rispondere ai popoli che mi

chiedono di te, la torre è vuota, il faro conduce

la luna all’oblio, devo arrestare i riflessi

senza specchio, non c’è inverno, non c’è neve che si cosparga per intero

nel giardino dove stai piantando i giorni, i caldi oscuri futuri

pomeriggi stanno già ritemprando questo mare nel quale vedo il tuo

spirito nuotare.

 

                                                            Apri gli occhi.

Mostrami le stelle della galassia che ancora non ha avuto

Argonauti, mostrami le scale che vinceremo, a prescindere

se scenderemo o saliremo, mostrami

il perdono, dal quale da tanto tempo mi sono

disabituato con le mie mani, i pacchetti di sigarette che non avranno

proprietari, mostrami l’acqua dei baci per la quale qualsiasi

incendio sarà troppo piccolo, mi sveglio, mi sveglio

ed entro nel giorno dormiente chiamato città,

per le cui strade vago cercando le tracce della tua

determinazione, non prenderà mai vita il quadro che costituisca

il riflesso delle parole che hai custodito e accudito

per me, parole trasformantisi in un fruscio senza lingua,

il fruscio delle ore, dei mesi, degli anni la cui promessa

ci riporta alla memoria il tragicomico paradosso del nostro incontro

che ha avuto luogo

troppo tardi e troppo presto

perché fossimo per sempre insieme

forse senza felicità, perché fuori del tempo

ma come tu sai più di chiunque altro il tempo è la principale illusione dei mortali

tu eri nel tempo e fuori del tempo, io ero solo fuori del tempo… scusa. Sono triste.

Il paradiso in terra e oltre la terra è il regno della gioia

le donne di Dante ridono e sorridono tutte, perché sono buone e benigne

ci vediamo

siamo linee parallele, siamo in incognito

non siamo funzione, ignoriamo gli asintoti, non ne abbiamo bisogno

siamo la verità

l’incontro di tutte le linee e ferrovie

l’inesistenza di linee e ferrovie

la più grande stazione del mondo

dove nessuno ci vede

ci abbracciamo stretti 

per le coincidenze,

recitiamo noi stessi,

nella mancanza di controllo

al di fuori del tabellone degli orari

siamo il punto zero

di tutte le linee ferroviarie e tutte le ferrovie di eventi

siamo senza inizio né fine

perché senza passeggeri né binari, angelo

senza materia

tu puro sguardo della veglia

oltre il tempo e lo spazio

tu che il tempo e lo spazio deridi.