Tre poesie da “That was Now, This is Then” (Graywolf Press, 2020), traduzione inedita di Filippo Naitana.
SEQUENZA NORDAMERICANA
Non esattamente una liberazione, ma almeno il sollievo di sapere
che dopo un altro lungo, esasperante
viaggio nell’Io —
i prati strozzati dall’amaranto,
i cedui stravolti, i boschetti dissestati,
le fosse limacciose e scivolose,
le Chevy Impala, spogliate dei pneumatici,
ad arrugginire su blocchetti di cemento nei cortili davanti,
le strade sprofondate nel fango,
le colline in fiamme, i delta pieni di coccodrilli —
puoi emergere e rientrare nella sfera pubblica
e renderti di nuovo presentabile
come qualcuno che gli altri possono guardare e lasciarsi alle spalle
nella sfera che abitano,
il globo della ragione e la sfera del discorso
puro e semplice, in cui osservare e anatomizzare
la sua ultima trasformazione strutturale
in una stranezza ancora più impensabile
è una specie di divertimento e, anche, parte
della stranezza. E che sollievo che nessuno
nella sfera pubblica si preoccupi,
davvero, di chi o cosa sei;
sono tutti impegnati a trasformare esperienze in pettegolezzi;
sono tutti indifferenti ai traumi, tuoi o loro;
sono tutti stufi della vita interiore;
e, inoltre, i pensatori della sfera pubblica
ora dicono che non c’è vita interiore.
La vita interiore è stata un grande malinteso,
con sfortunate conseguenze storiche.
Ci sono però qui dei begli edifici,
oblunghi, quadrati, rotondi, alti, bassi —
quelli alti molto alti, quelli bassi abbastanza bassi —
e gli abitanti, sono anch’essi
alti e bassi, quadrati e rotondi,
bianchi e neri e marroni, residenti,
che amano le loro geometrie, le loro simmetrie,
mentre i loro destini si diversificano
nell’aria secca e leggermente profumata.
Come qualcuno possa amare destini come i loro
è qualcosa di cui non
ti devi preoccupare. Ciò che soltanto ti si chiede
è che ascolti le loro voci —
le loro preghiere, promesse, grida di gioia,
le loro furiose e odiose imprecazioni
le loro chiacchere e pene d’amore —
che si uniscono con altre voci per formare un flusso
di voci, tra gli altri flussi
che si uniscono in fiumi blu come il cielo è blu,
e fluiscono verso l’oceano color cobalto,
per gonfiarne lì le acque fino a quando
la pressione del turgore diventa tale
che le acque si parcellizzano, evaporano
nuovamente, e si levano, più leggere dell’aria, si levano e si levano
per frapporsi al freddo dello spazio,
il freddo assassino, il cui tocco cristallizza
le loro essenze così che cadono come neve
e seppelliscono in cumuli concavi un altro perduto
quartiere della sfera pubblica,
abbandonato ora in balia della bufera di neve e di te,
il camminatore solitario in piedi in una
itinerante pozza di luce sotto l’unico lampione
nel quartiere dove un tempo,
a cinquant’anni di distanza, nacquero
Al Capone, gangster di Chicago,
e Jennie Jerome, madre di Winston Churchill.
IN VISITA A SAN FRANCISCO
Volevo accoccolarmi
nella comoda malinconia cosmica del mio passato,
nella tristezza del fatto che il mio passato è passato.
Volevo visitare il museo delle mie antichità
e lì guardare i sarcofagi.
Volevo sguazzare come un bufalo d’acqua nel fresco
fango sagace del mio passato,
così ti ho scritto e detto che sarei stato in città e se ci si poteva vedere.
Ma tu pensi che il mio passato sia il tuo presente.
Non cedevi, non ti andava bene
una cena o una tazza di caffè o anche un sacchetto di arachidi
su una panchina a North Beach.
Non volevi accoccolarti o andare in giro o sguazzare con me.
Sei ancora adirata, molto dopo che i giorni
sono diventati decenni, per i modi in cui ti ho deluso.
I quattrocentomila modi.
Forse lo sarei anch’io.
Ma la gente mi ha fatto di peggio.
Non credo di essere grottesco nel dirti
che sono stato scorticato e trucidato e costretto a ingoiare angoscia.
Sono stato una cataratta umana
che si tuffa in un cappio e si sfracella sulle rocce.
Sono stato un gabbiano incatenato ad Alcatraz.
Che posso dire, che altro posso dire, quanto più
vulnerabile posso essere, per persuaderti
ora che ho persuaso me stesso?
Perché non puoi semplicemente lasciar perdere?
Beh, almeno sono a San Francisco.
San Francisco, dove i senzatetto sono più di casa —
rannicchiati sui loro fagotti sotto i tuoi alberi capitozzati—
perché la tua bellezza è tanto gratuita per loro
quanto lo è per i domiciliati nei loro
domicili serrati a chiavistello, la tua bellezza è gratuita per
gli innocenti come per i colpevoli.
La nebbia si è estinta.
In una stanza economica e ventosa su Russian Hill
un uomo in fuga scioglie le bende
che fasciano il suo nuovo volto, il suo volto ricostruito,
e si guarda allo specchio e vede
la faccia di Humphrey Bogart. Solo qui
una cosa del genere potrebbe accadere.
Davvero sei sempre stata tu, San Francisco,
il tempo non offuscherà mai il mio amore per te,
San Francisco.
MATRIMONIO
Continui a lamentarti che ci sono due persone dentro di me —
una sicura di sé, decisa, ironica;
l’altra uno storpio furente
mai allattato al seno,
la cui vita è un lungo
episodio di coliche.
Semplicemente ammetti che non sai quale preferisci,
quale dei due ti fa perdere la testa.
Si dà il caso che a me piacciano entrambi.
Faccio in modo che uno guidi l’altro dappertutto
per le scintillanti strade notturne della nostra città
per provare a calmarlo,
a tranquillizzarlo.
Voglio che siano inseparabili, inevitabili.
Non voglio che i bambini soffrano.
Vijay Seshadri è nato a Bangalore, in India, nel 1954 e si è trasferito negli Stati Uniti all’età di cinque anni. È autore delle raccolte poetiche "Wild Kingdom", "The Long Meadow", "The Disappearances", "3 Sections" e "That was Now, This is Then", oltre che di numerosi saggi, recensioni e frammenti di memorie. Il suo lavoro è stato ampiamente pubblicato ed antologizzato, e ha ottenuto importanti riconoscimenti. Nel 2014 ha vinto il premio Pulitzer per la poesia e nel 2015 il premio per la letteratura dell’American Academy of Arts and Letters. È stato poetry editor della Paris Review. Ha studiato all’Oberlin College e alla Columbia University, e attualmente insegna al Sarah Lawrence College.