Semplici abbandoni

da | Dic 18, 2025

 

Sei poesie in anteprima da “Semplici abbandoni” di Alberto Bertoni, da poco uscito per Einaudi.

 

NOMI PROPRI

Suo padre l’ha tradito presto
coi cavalli al posto delle auto
poi con l’Inter anche prima di Helenio
Herrera e del tiro
che portava in campo il cielo
palla all’incrocio e portiere
caduto alla difesa
ultima vana

Mariolino Corso piú di Umberto Saba,
immobile nell’unica tana
in ombra di tutto lo stadio
da dove illuminava il palpito
del bambino accudito
sugli spalti di San Siro
dal padre juventino

L’avrebbe voluto ingegnere,
ma solo alla fine si è capito,
riconoscerlo erede e cavaliere
del leggendario e modenese Cavallino…

Lui, però, niente
fin dal primo trimestre della prima
molto piú bravo in italiano
e già da adolescente
cavallaro impenitente,
costretto solo verso fine secolo
a ripagare il suo debito di figlio
e di custode caduto alla difesa
ultima vana
di ogni residua tana
nella cerebrale tabula rasa
di suo padre

 

 

UN MONDO SALVATO DAI RAGAZZINI

Neanche i fantasmi hanno voluto visitarmi
oggi al Doride Beach
nonni genitori compagni
di ridicoli riti balneari

Beach volley, record di bagni
e altre amenità di ragazzini
alle prese di lí a poco coi disastri
dei primi mattini ginnasiali

A vacanze finite
trascorsero le nostre vite
dentro il buio precoce degli autunni
e dei caffè sparati a raffica
nei baretti, ingurgitati su cortili
semiallagati, neanche fossimo quasi
i replicanti di Blade Runner
fra grattacieli immaginari
e quei passi da gattino cieco
sui geroglifici del greco
e sugli accenti simili a formiche
come se a noi delle generazioni boomer
bastassero a crescere i dilemmi
delle loro lingue
morte e rimorte
i paradigmi gli spiriti

Formiche o formichieri, vite storte
perché da quattro, nel frattempo,
si è passati a otto
miliardi di consimili
e adesso di tutto quel greco
farei ancor piú volentieri a meno,
io che a caccia di un qualunque senso
anche infinitesimo
ho imparato da solo a bere forte,
a giocarmi ogni soldo sulle corse,
su tutte le corse

 

 

PARCO DELLA RESISTENZA

Appena passato l’incrocio
tutto è blocco
dietro il Tir gigantesco fermo
fra un cassonetto dei rifiuti
e il Suv che sporge troppo,
impedisce il movimento

Di un bel verde intenso
spicca la casa dirimpetto,
simulacro di sguardo quando
smaniavo per le prime
partite dell’Inter via satellite
e intanto di là dal tetto
intravedevo l’acquedotto
svettante sulle righe di alberi e canali,
siepi e sentieri
da percorrere in bici
o a piedi

Terreno vago
del bimbo solitario e un po’ introverso
che anni prima ero stato,
molto più selvaggio, beninteso
quando all’alba dei ’60
il mio panorama cominciava
a perdere ogni senso di potenza
e di sacro, quando
l’Oltre che intuivo ogni tanto,
quel sovrappiú di senso,
era solo un riflesso sull’erba
o il serpeggiare immotivato di una nuvola
subito girato l’angolo

Lanciato per sbaglio lo sguardo
fino all’aereo in alto

 

 

ROMA ANNO ZERO

Come un vero rabdomante
fiuto nebbia nell’aria
anche se l’alba è già segnata
dalla pennellata larga
di cotto e di ceramica
fra le ombrelle dei pini, le palme, i saliscendi
e alla fine i neon di Termini
Secca, improvvisa ed eccola
la nebbia sui mucchietti
di ossa e di vestiti
che prestano anche oggi una sembianza
a Gadda, Gramsci, Pasolini
Una nebbia come quella dell’entrata
degli eroi nell’Ade,
la nebbia che basta e avanza
a perdere la strada
e ad arredare tutto di ceneri e canzoni
melodrammatiche, soffi, spasmi, ricordi
o litanie di gesti per toccare
le spalle vuote d’aria
dei morti
Nessuna esperienza né contatto
con ciò che del presente esplode,
cronache mondane, ansie meteorologiche
e il manipolo fascista a Macerata
dove hanno paura di chi
ai neri non spara

Pure scommesse a perdere
il niente dei discorsi, tutti quei nostri
improbabili racconti

 

 

IL SENSO DEL FUTURO

Il senso del futuro
Adesso è morto di sicuro,
sí e no un mucchietto
di cenere disperso
in un terreno vago
Cid Campeador, outsider vittorioso
quella sera di giugno

Tanto che un vicino di posto
di me molto piú vizioso
e piú saputo
ha preso il mio urlo
non come il piú giusto
scoppio di trionfo
per l’ottimo vincente a 4 contro 1
ma come l’insulto di qualcuno
che grazie all’indubbio
colpo di culo
capovolgeva il senso del futuro

Non è un sogno, ti giuro,
ma un ricordo
condensato in quell’urlo
di cui anche adesso mi vergogno
perché il mondo è tanto piú confuso
nel tempio in disarmo dell’ippodromo
dove oggi fai fatica a dire fede,
pronostico, impatto della vita
contro un muro

 

 

VITALIANO TREVISAN

Mi allungo nel tempo vuoto,
nella costruzione di uno scambio,
col suo pozzo incorniciato di legno e di marmo,
reliquiario che m’informa
com’è vero che la morte
(anzi, ogni morto)
si organizza alla fine in uno spazio
irrespirabile e privato
dove si sconta tutto
l’immaginario peccato
di un mondo contro
fino a restarne sbriciolato
perché non c’è peccato,
nemmeno originale,
capace di spiegare
la corsa un tempo a perdifiato
e rimasuglio oggi di pura cartapecora

Questo correre e cadere solitario,
quasi una fuga giorno dopo giorno
dentro una voragine di casa,
sguardo e mano
brancolando a caso
per la tua personale stanza
dalla luce già stanca,
fino a innalzare un muro,
a scattare una foto da puro
esploratore di rovine
al perimetro di mondo
per cui ti si può dire uno
bravo a catturare lo spirito
e a fermarlo,
oltre molto oltre il letterario,
in una placida trasparenza d’erbario
o nella vera animalità del graffio
che il gatto sul tuo polso ha inciso
feroce, gratuito, improvviso

Ma piú nessuno, fuori
che ci accompagna in giro