Seamus Heaney, Lavoro sul campo

Tre traduzioni di Leonardo Guzzo e Marco Sonzogni da Seamus Heaney, Lavoro sul campo, Milano, Biblion Edizioni, 2020 (Field Work, 1979).

 

La riva di Lough Beg

 

IN MEMORIA DI COLUM MCCARTNEY

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta de’ giunchi sovra ’l molle limo.
Dante, Purgatorio I 100–102

 

Spalle al bagliore bianco delle stazioni di servizio
e pochi lampioni solitari tra i campi
scalavi le colline verso Newtownhamilton
oltre la Fews Forest, per sbucare poi sotto le stelle —
lungo la via, alto e spoglio sentiero di pellegrini
dove Sweeney fuggì al cospetto delle teste sanguinanti,
barbe di capra e occhi di cane dentro un branco demoniaco
che divampò dal suolo, azzannando e stridendo.
Cosa divampò davanti a te? Un finto posto di blocco?
La luce rossa agitata, frenata improvvisa e motore
in stallo, voci, teste incappucciate e il naso freddo della pistola?
O nel tuo specchietto, fari alle calcagna
che poi s’affiancarono improvvisi e fecero segno di fermarti
dove eri ignoto e lontano da ogni cosa familiare:
acque e argille di bassopiano del Lough Beg,
la guglia di Church Island, i sui dolci filari di tassi.

Laggiù sentivi ogni giorno colpi di fucile dietro casa
ben prima dello spuntar del sole, quando i cacciatori d’anatre
vagavano tra le calendule e i giunchi di palude,
ma ancora temevi di imbatterti nelle cartucce usate,
acre l’odore, color ottone, genitali, esplose,
sulla strada lungo il lido per raggiungere le vacche.
Perché tu coi tuoi e i tuoi come i miei si tenevano alla larga,
parlavano un’antica lingua di cospiratori
e non sapevano battere i pugni o cogliere l’attimo:
sguatteri dalla voce grossa, mandriani, avvinghiati
a balle di fieno e groppe di quadrupedi, affabulatori da stalla,
lenti arbitri dei sepolcreti.
Oltre quella tua riva il bestiame pascolava
fino alla pancia immerso nella nebbia mattutina
e ora volge lo sguardo imperturbato
a noi che ci apriamo una via tra i carici fruscianti,
sommersi dalla rugiada. Come una lama opaca, il taglio affilato e
brillante, Lough Beg riluce a metà sotto la foschia.
Mi giro perché lo sventaglio dei tuoi passi
è cessato dietro ai miei: ti trovo inginocchiato,
sangue e detriti della strada nei capelli, dentro gli occhi,
poi mi chino al tuo cospetto nell’erba traboccante
di rugiada, fredde manciate ne raccolgo
per lavarti, cugino. Ti pulisco con carezze di muschio
fine come pioggia spruzzata da una nuvola bassa.
Ti sollevo per le ascelle e ti distendo a terra.
Con giunchi che rinverdiscono intreccio
verdi scapolari, da indossare sopra il tuo sudario.

 

 

Una cartolina dall’Antrim settentrionale

IN MEMORIAM SEAN ARMSTRONG

Una sagoma ondeggia solitaria
sulla linea sottile di un ponte
di corda e doghe, appeso
pencolante tra la sommità
della scogliera e un pilastro di roccia.
Aria di Ottocento.
Coglitori d’alghe. Sileni marittime.

Una cartolina per te, Sean,
e sei tu, che barcolli solo,
bizzarro, mezzo impaurito,
la barba del mercenario scozzese,
e il frac di serge:
The Carrick-a-Rede Rope Bridge,
scritto appena visibile sul fondo seppia.

O si dovrebbe nella tua casa galleggiante
arredata in stile etnico,
odorosa d’erba?
Dovremmo ritrarti
accanto alle assi calde dei democratici pontili,
in mezzo ai crepuscoli e le chitarre
di Sausalito?

Proscritto sulla via del ritorno,
principe della terra di nessuno,
la testa tra le nuvole o sotto la sabbia,
eri pagliaccio
servitore della comunità
finché la tua fronte candida fermò
un proiettile a bruciapelo all’ora del tè.

Risorgi dal tuo sangue sul pavimento.
Qui c’è un’altra barca
nell’erba lungo la riva del lago,
fumo di torba, un pollaio cinto di filo metallico —
la tua locale, sperata, irrealizzata comune.
Ora recitami William Bloat,
canta del Calabar

o di Henry Joy McCracken
che baciò la sua Mary Ann
sulla forca a Cornmarket.
O della Fiera di Ballycastle.
«Dacci il la dal nulla!»
«Cantalo di pura forza
se ti dimentichi dell’aria.»

Eppure qualcosa nella tua voce
restava quasi in silenzio.
La tua voce era un pulpito afflitto,
dettava la melodia
tenendola alla larga.
Era un Ulster anarchico, vibrante,
che non trascende — vecchio decoro

e Old Bushmills,
focacce senza lievito, tè forte,
corda nuova, sale di scoglio, piante di cavolo,
pane di patate e Woodbine.
Vento tra i fori nel cemento
di un posto di blocco al confine.
Zinco freddo inchiodato per una linea di pace.

Fanno quindici anni a ottobre
che, stretti sul tuo pavimento,
cinsi col braccio la spalla di Marie
la prima volta.
«Oh, Sir Jasper, do not touch me!»
ruggisti a me tra tutti,
in testa al coro, sprizzando vino.

 

Vittima

I

Beveva in disparte,
puntava un dito temprato
in alto verso il ripiano,
chiedeva altro rum
e ribes nero, senza
bisogno di alzare la voce,
oppure ordinava al volo
una stout solo alzando gli occhi,
con la pantomima discreta
di far saltare il tappo;
all’ora di chiusura se ne andava,
stivali di gomma e cappello a visiera,
nel buio fradicio di pioggia,
un capofamiglia ridotto al sussidio,
eppure nato per lavorare.
Di lui amavo tutto,
solido ma troppo schivo,
il suo tatto impassibile e sfuggente,
l’occhio lesto da pescatore,
occhi aperti anche sulla schiena.

Incomprensibile
per lui, l’altra mia vita.
Talvolta, dall’alto sgabello,
troppo intento a tagliare
una presa di tabacco
per guardarmi negli occhi,
in pausa dopo una sorsata
accennava alla poesia.
Eravamo da soli
e, sempre accorto
e avaro di condiscendenza,
mi riusciva con qualche scusa
di spostare il discorso sulle anguille
o su storie di carri e cavalli
o sui Provisional.

Ma la mia arte esitante
anche a schiena girata lui sorveglia:
saltò in aria a brandelli
fuori a bere col coprifuoco
che altri osservavano, tre sere
dopo che fecero secchi
i tredici di Derry.
PARÀ TREDICI, dicevano i muri,
BOGSIDE ZERO. Quel mercoledì
tutti trattennero
il fiato e tremarono.

II

Era un giorno di freddo
crudo silenzio, cotte e sottane
smosse dal vento:
zuppe, infiorate le bare
una dopo l’altra
sembravano fluttuare dalla porta
della cattedrale stracolma,
come boccioli sull’acqua lenta.
Il funerale comune
srotolò la sua benda da neonato
e ci fasciava, si stringeva
finché ci ritrovammo avvolti, avvinti
come fratelli in un anello.

Ma non fu in grado di tenerlo
a casa la sua stessa gente,
per quante minacce ricevesse al telefono,
per quanti drappi neri sventolassero.
Lo vedo mentre svolta
nel luogo dell’ingiuria della bomba,
rimorso fuso col terrore
sul viso riconoscibile ancora,
lo sguardo messo al muro, vinto in sfida,
resta cieco per il lampo.

Aveva macinato chilometri
perché beveva come un pesce
ogni notte, d’istinto
nuotando verso l’esca
di luoghi caldi e illuminati,
la rete sfuocata e il mormorio
fluttuante tra i bicchieri
dentro il fumo gregario.
Quanta colpa aveva
quell’ultima notte, quando infranse
la nostra complicità tribale?
«Ora, tu passi
per un uomo istruito»,
lo sento dire. «Scovami
l’esatta risposta a questa cosa».

III

Ho mancato il suo funerale,
gli accompagnatori calmi
e il chiacchiericcio subdolo
che poi dal suo vicolo sciamano
al ronfo rispettabile
del carro funebre…
Si muovono con passo uguale
con l’abituale
lenta consolazione
di un motore ignavo,
la lenza ritirata, una mano
sopra l’altra, sole freddo
sull’acqua, la terra
ammassata sotto la foschia: quella mattina
quando mi prese in barca,
l’elica che mulinava rivoltando
abissi indolenti di candore,
con lui provai la libertà.
Uscire presto, pescare
senza sosta dal fondale,
sprezzare la cattura, gioire
mentre trovi il ritmo
che piano ti spinge, miglio dopo miglio,
alla tua vera casa
in qualche posto, al largo, oltre…

Redivivo che annusa l’alba,
strenuo vagabondo della mezzanotte piovosa,
interrogami ancora.