Sciababàb

da | Apr 20, 2026

Alcune poesie in anteprima da “Sciababàb” di Mattia Tarantino, da poco uscito nella collana ‘Callisto’ di Samuele editore. 

 

il sangue urta il sangue, e il bambino
è già messaggero da altre
terre, altri verbi: è già nell’angelo.

ho pronunciato la parola che fonda
i fiori, ho convertito
gli uccelli che annunciano l’inverno:

c’è qualcosa nel mio nome
che lo strazia e maledice.

 

*

insegnatemi una lingua nuova e chiara,
un varco sotto ai segni perché possa
accennare all’invisibile e poi riderne.

 

*

Quando l’angelo fece visita a San Dario lo trovò all’uscio, vestito del solo saio, che fumava e che diceva ai poeti che andavano a trovarlo benvenuti, benvenuti. Fu così che trapassò nel suono, nella forma del suono che scalciava e ribolliva, sciababàb, sciabababba, come un’infiltrazione, come la malasorte. anche questo era un tranello, perché l’angelo è una festa, l’elettricità del panico nell’Ora della schiusa – è quello che succede quando scopri che la sostanza non esiste e tutto quanto le somiglia è invece un’imputazione, “ora tu non puoi che esistere, perché il modo in cui ti penso possa esserti attribuito”, una superficie per allacciarci agli attributi, ancora una volta darci un nome, riconoscerlo.

 

*

Sciababàb

I
Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al giudizio, ma nessuno li vede – oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia.

II
Chi rotola tra le ortiche, c’è la luna, che oscilla, che ammonisce, alla fine del villaggio c’è un capanno, un campanaro, suona, si riuniscono in piazza, sul sagrato. Ora parlano la lingua delle ortiche, un sortilegio, suggeriscono, fanno un cerchio bianco, cupo, magadàn bē sitru zatàn leppu, ciuffi di muschio, sangue di bestia ma la bestia è piccola e paffuta, mostra i denti, li digrigna, ne faranno una collana, un amuleto per la festa.

[…]

VI
Frahskët nisucht phinne-Lai, catene lordate, le indossa chi farfuglia. Erano tanti, hanno accerchiato la piazza, skan daven Heimar, polizia dell’abisso, spalancate le porte, appuntano qualcosa sul maiale scannato. Sciababàb, se lo dici in catene, se lo dici cammini con gli altri, Mertz! Ein Dun Sen… 

[…]

XII
Un grande fuoco al centro della piazza, è un altro villaggio, adesso, ventoso, sembra non sospettino nulla. Sciababàb, ma come si dice quaggiù? Sciababàb, muriccioli, gli ulivi, qualcuno al galoppo e le bisacce già pronte, le tende, Ein, den, sen, skàntrapp, corriamo più in fretta, al riparo.


XIII
Ancora foschia. Un poema per fare testamento, i tuoi libri sono zeppi di fiori, l’icona di San Dario e i nomi, tutti i loro nomi ordinati per luce, per cenni. Sciababàb, continuiamo a ripeterlo, chiudi gli occhi se hai sonno.

[…]

 

*

Alcune iscrizioni mostrano un cerchio
all’estremità della terra. altre
una mezzaluna e certe sagome di cervi
neri che passano e rivolgono
l’una contro l’altra le croci sul sentiero.
Hai sentito la pietra scricchiolare,
la pietra del tempo scollata dall’Origine,
i flutti limacciosi in cui si generano
creature senza nome, il loro nido
negli incubi dell’Occidente. sono i segni
di folle di passaggio, carovane, segni
polverosi per gli anni del macello,
l’Orsa annerita agli angoli del Carro,
la polizia che lascia i cani
digiunare e lancia nelle cucce
le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi.

 

*

Provavamo a tracciare la mappa
del cervello di dio. Provavamo
a segnarne gli spigoli, gli angoli
ottusi, algebre e incognite. Era l’inizio
di ogni mistero, il numero
in bilico ai bordi di tutti
gli insiemi. Era un passaggio, una linea
obliqua svanita sbandando.