Schizzi di Milano

Schizzi di Milano, a cura di Italo Testa, con disegni di Francesco Balsamo, è una plaquette di Francis Catalano da poco uscita per Carteggi Letterari. Pubblichiamo quattro poesie e la postfazione di Italo Testa.

Piove. C’è la nebbia
Una nebbia lombarda in cui si dorme a occhi
aperti, reversibili
Il sole nascosto, barrato dal grigiore
dalla bianchezza che c’è nel grigiore
Il sole accucciato
Leonardo da Vinci sarebbe stato contento
Non si vedono bene le imperfezioni del mondo
quando fa grigio
Quando la luce è atomizzata
Leonardo amava Milano
Milano ama Leonardo,

………………………(Nel grigiore)

*

E’ falso. C’è il sole
Stranamente
Ogni cosa è esposta
a questa luce del Nord, se non sovresposta
Ogni cosa brucia
Gli uccelli cantano il loro canto bruciato
Un’opera volatile
Nel brusio di fondo, la voce
dentro un megafono che
incita a manifestare, che
vuol fare man bassa
di Berlusconi & Co.
Gli scontri sono iniziati?
Se c’è il sole tutto
il resto è falso,

……………………………..(Al rialzo)

*

Di fronte al mondo
(semicerchio in movimento)
è un goniometro
appoggiato sulla superficie del paesaggio
che misura l’apertura dei rapporti tra le cose
e come sono viste,

apertura dei rapporti tra il visibile e il non-visibile
tra ciò che è, che è poca cosa
e il resto (il tutto, o quasi)
che è ciò che non è
che non è stato
che non sarà mai,

In uno stesso movimento, il poeta ne rende conto –
attraverso una sola linea, uno solo grado di coscienza
ovunque sia, per l’apposizione
di una lingua graduata
sulla trasparenza,

…………………………………………(Designer di poesie)

*

Guardo i turisti entrare e uscire dal Castello
Sforzesco, penso che malgrado la lingua

noi siamo simili, portatori di storie non raccon-
tate camminiamo sui passi delle nostre parole

simili perché viviamo le stesse esperienze
facciamo le stesse cose
beviamo,
mangiamo,
dormiamo,
sogniamo,

Differenti nella forma, non nella sostanza. Noi
siamo solidi dalle facce invisibili
solidi dove si appoggiano gli spazi –
nel cuore degli schizzi

Ogni passante, un racconto sognato
la narrazione relegata a una lingua
Ognuno si porta dentro una storia
di densità sconosciuta,

Mi sorprende vedere la gente guardarmi
come se io fossi prima di tutto una poesia

I passanti hanno ragione. Non vedono me
Vedono una poesia incompleta cancellata
da altre versioni,

***

Lapsus Oculi. Sulla poesia di Francis Catalano

di Italo Testa

Appercezione. La poesia di Francis Catalano, sin dal suo esordio con Romamor (1999), frequenta spesso il registro della visione, dell’atto percettivo dello sguardo che inaugura un mondo. Così in Romamor l’immagine dello “splendore degli occhi aperti che si abituano all’oscurità”, e progressivamente mettono a fuoco i dettagli del campo visivo, cercando l’immagine nella sua definizione esatta, gli oggetti nella “nettezza del loro profilo”, tornava frequentemente, quasi emblema del dischiudimento poetico dell’esperienza. A questo si accompagnava un insistito ritorno del momento autoptico – per usare un termine centrale in un autore caro a Catalano, vale dire Valerio Magrelli, di cui ha tradotto un’antologia di testi (Le vase brisé, 2000) – del motivo del vedersi vedere, dello sguardo che si guarda o che, come un “voyeur visto”, è visto guardarsi.

Embodiment. Eppure incorreremmo in un grave fraintendimento se pensassimo a questo registro della visione in una dimensione rappresentativa, articolata nell’opposizione soggetto-oggetto, quasi il mondo si presentasse qui come immagine disincarnata, mero velo d’apparenza che si manifesta all’occhio di un osservatore distaccato. L’atto della visione è invece sin da subito incarnato, è l’attività di un occhio innervato, colto nella sua materialità di organo biologico. E il registro visivo è profondamente connesso a una dimensione sensibile, tattile, che coinvolge anche gli altri canali sensoriali, e che non è posta su un piano esterno all’esperienza, bensì situata, ecologicamente immersa nel mondo che percepisce e in cui si muove: “io tuffo nel mondo uno sguardo / il tremito del mio sguardo”, scriverà Catalano in Au coeur des esquisses (2014), in un passo dove l’occhio è un organo sensibile che trema, palpita e così si immerge nel mondo.

Doppio Movimento. L’embodiment della visione, la sua immersione nell’ambiente, è accompagnata dall’incarnarsi dell’esperienza nel corpo individuale e nelle sue terminazioni visive e tattili, secondo un doppio movimento in cui la separazione dei due poli viene costantemente messa in discussione, dove è in gioco il loro reciproco mescolarsi, congiungersi, ibridarsi. Un doppio movimento ben colto da un testo della serie “Check-in check-out, tradotta da Valerio Magrelli, e tratta da qu’une lueur des lieux (2010):

CHECK-IN CHECK-OUT il mondo ritor-
na nella pupilla
a mille millisecondi
l’immagine si frantuma nella valle
rannuvolata noi veniamo dal
nulla da una deforma-
zione geologica e andiamo verso
la forma incurvata non appa-
gata delle nuvole
check-in check-out o
buon viaggio :

(Check-in check-out)

Questo movimento, dove il ritorno ottico del mondo nella pupilla si frantuma materialmente nel paesaggio, nella valle annuvolata, ed è visto emergere da una deformazione geologica e incamminarsi verso i nembi cumuliformi delle nuvole, ci dice qualcosa che sta al cuore delle prove di scrittura di Catalano, e permette di capire alcune immagini che si trovavano disseminate già nella prima raccolta. Così, in Romamor, l’occhio non era solo di chi guardava, ma anche il corpo di una città, Venezia quale “occhio immerso nella formalina”, “città palpebra”. E a distanza di anni, in “Scomparso dagli schermi”, una serie di poesie da qu’une lueur des lieux tradotte da Fabio Scotto, New York si materializza, con un gioco fono-verbale interlinguistico tra la lingua madre francese e l’inglese nordamericano, in New Yeux, “New occhi”. E’ il grande motivo della metamorfosi del mondo nell’occhio e dell’occhio nel mondo che attraversa tutto il lavoro di Catalano.

Plusvalore della visione. Nella scrittura di questo autore vi è come, per citare un verso dall’ultimo libro, un “plusvalore della visione / oltre la vista”, dove il canale visivo di accesso all’esperienza va oltre se stesso, eccede i propri confini, giunge al “grado zero della rappresentazione”, e coinvolge in modo polimorfo e metamorfico l’esperienza. Del resto, Catalano l’aveva chiaramente affermato nel suo libro d’esordio, con una sorta di augurio/imperativo programmatico per la sua scrittura: “che l’occhio sia sorgente di ogni eccesso, di ogni chiarezza”. E in questo chiasmo, tra chiarezza e eccesso, sta situata la poesia di Catalano, in una dimensione ben colta dall’immagine del “lapsus oculi” – quella “zona proibita”, “invalidata” che si tocca al “grado zero della rappresentazione” di cui si parla, ironicamente ma non troppo, in “Cuba – réalisme magique appellé mojito”, una poesia di qu’une lueur des lieux  dove il “lapsus oculi” si rivela infine come un “lapsus mundi”, un evento dell’accadere del mondo.

Metamorfosi nel paesaggio. L’incorporazione del mondo nella chiarezza dell’occhio, e dell’eccesso dell’occhio nella frattura, nel lapsus del mondo, la loro traduzione reciproca, ci guidano verso la topologia distintiva della poesia di Catalano, scritta dall’interno del campo osservato, dentro il processo di trasformazione incessante del mondo che guarda, da cui è guardato, e della cui trasformazione l’atto dello scrivere è a suo volta un evento. In un testo comparso nel libro cartonero Nos habita (2013) – una plaquette d’artista, dove la confezione del libro è frutto di un collage su cartone riciclato, e il testo è una catena di traduzioni reciproche di tre poeti di lingua spagnola, italiana e francese – Laura Pugno, Francis Catalano e Violeta Medina – si parlava emblematicamente di “costruzione dell’io nella foresta”. La poesia di Catalano, nel procedere dei suoi libri, è veramente dentro il paesaggio, diventa sempre più elemento sporgente ma insieme incorporato nel terreno, nella concretezza dei luoghi attraversati, e nella materialità delle lingue che li esprimono e costituiscono. E il poeta è un vivente traduttore e trasduttore di esperienze in paesaggi, di linguaggi in cose, e di cose in linguaggi. Nei road poems di Catalano gli abbozzi di luoghi,  anche con la loro caratteristica forma incompiuta, di schizzo, di non finito, procedono costantemente oltre l’opposizione figura/sfondo, per articolarsi sempre più nella forma topografica figura/figura. Le figure verbali, visive, tattili, incessantemente si integrano nella topografia e anche nei toponimi, sino a deformarne il profilo, disegnandosi come escresce linguistiche e materiali – da cui anche i fenomeni di interlinguismo, interferenza e ibridazione che li accompagnano – e generando a loro volta inedite morfologie del paesaggio.

Poeta goniometro. E’ in questa chiave che possiamo leggere forse una delle più belle dichiarazioni di poetica che si trovino nei libri di Catalano, contenuta nella poesia “Designer de poèmes”, collocata nella sezione Esquisses de Milan”, che chiude Au coeur des esquisses, e che qui presentiamo in traduzione italiana. In questo testo si parla del poeta goniometro, del poeta come “goniometro appoggiato sulla superficie del paesaggio”, immerso dunque al suo interno e assieme sporgente, e la cui apertura misura, con una “lingua graduata sulla trasparenza”, i lapsus del mondo, le faglie del paesaggio, i “rapporti tra il visibile e il non-visibile”:

Di fronte al mondo
(semicerchio in movimento)
è un goniometro
appoggiato sulla superficie del paesaggio
che misura l’apertura dei rapporti tra le cose
e come sono viste,

 

apertura dei rapporti tra il visibile e il non-visibile
tra ciò che è, che è poca cosa
e il resto (il tutto, o quasi)
che è ciò che non è
che non è stato
che non sarà mai,

 

In uno stesso movimento, il poeta ne rende conto –
attraverso una sola linea, uno solo grado di coscienza
ovunque sia, per l’apposizione
di una lingua graduata
sulla trasparenza,

(Designer di poesie)

Totalità e frammento. In questo processo, la poesia si definisce sempre più come frammento di un’opera, di una metamorfosi e traduzione universale senza fine. Non solo in quanto la scrittura è intesa – con immagine che rimanda al poeta palombaro di Antonio Porta, altro autore italiano caro a Catalano, e di cui ha tradotto l’opera postuma Yellow – quale immersione nel mare del linguaggio, di un lingua che si manifesta come un pluralità di paesaggi ora naturalistici e urbani, senza soluzione di continuità. “In apnea entro nel linguaggio”, scriveva Catalano in “Surdimensions acquatiques”, una poesia da qu’une lueur des lieux ove l’atto della scrittura si ingloba nella lingua ed è insieme la descrizione dell’immersione reale in un fondale tropicale. L’immersione nella lingua è a sua volta il frammento di una traduzione nei paesaggi, nella loro dimensione non solo visiva, ma anche olfattiva, tattile, uditiva, e nelle loro profondità tettoniche geologiche. Questa dialettica tra totalità e parte, e il processo di scrittura come aggallare di frammenti trovano una sintesi in “Les Navigli”, uno dei testi centrali degli “Esquisses de Milan”. Riferendosi alla fabbrica incessante del Duomo di Milano, e al modo in cui le sue pietre sono state trasportate sino in città tramite i Navigli di Leonardo, Catalano ci consegna un’immagine potente del fare poesia:

Ogni poesia è una pietra trasportata dove converge una cattedrale. E ogni poeta, trasportato dalla sua poesia, costruisce un frammento dell’opera universale con tutte le altre poesie accumulate nell’universo,
parole che galleggiano,

11/07/2017
0 commenti
TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE