Sandro Penna

Domani tornano in libreria, nella collana Oscar Mondadori, due importanti opere di Sandro Penna uscite da Garzanti nel 1973: Poesie, unica raccolta di versi curata dal poeta stesso, ora arricchita da un saggio di Raffaele Manica; e Un po’ di febbre, volume che riunisce una selezione di scritti in prosa, introdotta nell’Oscar da Roberto Deidier. Per l’occasione presentiamo una scelta di poesie e una prosa.

*

La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.

*

Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

*

SCUOLA

Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
su libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.

*

Le nere scale della mia taverna
tu discendi tutto intriso di vento.
I bei capelli caduti tu hai
sugli occhi vivi in un mio firmamento
remoto. Nella fumosa taverna
ora è l’odore del porto e del vento.
Libero vento che modella i corpi
e muove il passo ai bianchi marinai.

*

INTERNO

Dal portiere non c’era nessuno.
C’era la luce sui poveri letti
disfatti. E sopra un tavolaccio
dormiva un ragazzaccio
bellissimo. Uscì dalle sue braccia
annuvolate, esitando, un gattino.

*

Eccoli gli operai sul prato verde
a mangiare: non sono forse belli?
Corrono le automobili d’intorno,
passan le genti piene di giornali.
Ma gli operai non sono forse belli?

*

Ero per la città, fra le viuzze
dell’amato sobborgo. E m’imbattevo
in cari visi sconosciuti… E poi,
nella portineria dov’ero andato
a cercare una camera, ho trovato…
Ho trovato una cosa gentile.
La madre mi parlava dell’affitto.
Io ero ad altra riva. Il mio alloggio
era ormai in paradiso. Il paradiso
altissimo e confuso, che ci porta
a bere la cicuta… Ma torniamo
alla portineria, a quei sinceri
modi dell’una, a quel vivo rossore…
Ma supremo fra tutto era l’odore
casto e gentile della povertà.

*

ARRIVO AL MARE

Era la prima volta che viaggiava da solo. In treno si era sentito felice: tutto facile e piacevole come il variare, luminoso e leggero, dei paesaggi. Ma quando fu arrivato a Verdemare sentì subito che il sole stanca e che noioso è cercare l’alloggio, parlare e parlare tanto con tutti.
È vero che tutti lo trattavano con amore, cercavano d’aiutarlo come un bambino, ma egli troppo si sentiva vestito, pesante in quell’aria mossa, sotto quel sole ardente fra quelle persone troppo attente ai suoi casi.
Quando fu nella sua camera si chiuse dentro con la chiave e la malinconia lo prese fra quel letto quel cassettone quel lavabo così semplici e sconosciuti. Era come una paura di non farsi capire da quelle cose elementari come quando ci si ritrova fra buona e rozza gente sconosciuta, soli fra tanta buona e rozza gente. E fuori la vista di quel paese, tutto luce su altra semplice vita che lenta e rada si muoveva entro semplici architetture, rese ancora più acuta la sua tristezza e invano egli tentava di cacciarla chiedendo aiuto al ricordo della leggera viva felicità nel treno. Ma non voleva scoprire di essere pentito del suo viaggio, di desiderare di nuovo la sua casa i suoi compagni la sua mamma. No: era felice e triste, ecco tutto. Del resto sarebbe bastato cacciare quella luce troppo intensa e buttarsi sul bianco fresco letto.

Così entrò subito nel sonno. E il sonno senza che egli lo sapesse pensò da sé a guarirlo. L’ultima immagine che portò con sé fu di quella luce ormai così fresca delle persiane chiuse. Allora il fondo del letto apparve infantile e buono nei suoi geroglifici di ferro freddo e il lucido lavabo pareva aspettare docile per dopo il suo comando.
Ma egli s’innamorò del rozzo cassettone odoroso di vuoto e così casto nel suo colore bruno entro la luce tenera di mattina. Lo aprì desideroso e vide nel buio una divisa di marinaio tutta bianca e azzurra. Il berretto era in alto e la giacca appesa subito sotto. Se quei pantaloni lasciati giù sul piano si fossero rialzati si poteva dire che c’era quasi lì dentro un marinaio.
Come era bella quella stoffa ruvida e di così dolce colore. Come era strana la giacca con tutti quei giuochi bianchi sul petto e come strani quei pantaloni all’allacciatura. Il berretto era poi splendido, geometrico e colorato.
E il ragazzo si ritrovò vestito da marinaio. Poi passeggiava per il paese, libero e sicuro (egli solo sentiva battere il suo cuore!) e tutti lo guardavano con ammirazione. Agile e lieve. Le ragazze più giovani non volevano farlo capire, egli le sorprendeva arrossire un poco chinando gli occhi. Ma egli non le curava più. Non era un compagno di giochi. Adesso guardava se mai la signora al braccio dell’ufficiale mentre faceva il suo saluto. Poi sentiva che la signora aveva notato la sciolta eleganza del suo saluto. Fino a ieri egli sarebbe stato impacciato e goffo, oggi egli era sicuro, lo sentiva bene.
Quando si risvegliò si trovò liberato dalla tristezza di poco prima ma come torpido e assente ancora.
Si alzò di scatto, aprì il cassettone, lo trovò vuoto. Allora aprì la finestra e vide molta gente andare serena entro il paese. Cercò fra tutti l’ufficiale con la signora e non li trovò. Uscì poi alla ricerca del mare come per meglio destarsi e si mischiò, chiuso e condotto da tutta quella gente, alla piccola folla diretta verso la spiaggia. Si ritrovò al passeggio lento sul legno della piattaforma sopra il mare.
Lì suonava una piccola orchestra, gente sedeva al caffè, altra andava avanti e indietro su quel legno sonoro. Il mare era all’intorno pieno e infinito e come intatto nel suo azzurro denso, deserto di esso con tutte quelle piccole vele colorate, ferme e uguali nella loro corsa contro il vivissimo sole pomeridiano. Nessuno badava a lui, ogni ragazzo era con la sua mamma. Anch’egli andò avanti e poi indietro su quel percorso ristretto, più volte e attento a tutto osservare, costringendosi a non fuggire subito. Avrebbe voluto sedersi al caffè ma chi sa in quali rossori sarebbe caduto, in quali sbagli di fronte al cameriere e sotto l’occhio attento dei vicini.
Ripensava ai suoi amici lontani, alla sua spontaneità alla sua gioia con loro.
Ora intorno a lui erano sguardi difficili e sconosciuti. Cose vedeva estranee e per lui afose. La gente seduta al caffè, seria o ridente, aveva, si vedeva, un altro mondo. Lettura del giornale. Cipria sulla faccia delle donne. Colletti degli uomini fermi e duri. Non un marinaio, non un gioco di ragazzi. Quelli che c’erano, ragazzi, erano seri e legati alle persone grandi. Poi quel sorprendere inutili sguardi, inutili cose tra gli uomini e le donne.
I suonatori dell’orchestrina erano buffi e sudanti nel terrore di sbagliare la nota. Poi quando avevano finito si riposavano indifferenti e meschini.
E il mare tutto azzurro intenso, intatto e assente sembrava come allontanarsi, spinto dal crudo lucente sole orizzontale.
Il ragazzo si fermò contro il parapetto della piattaforma in contemplazione di quel mare, dimenticando subito la gente lì intorno. Poi si ritrasse rientrando fra tutti perché quel mare non era il suo.
Ma nell’avvilimento forse, curvando un poco la testa, scoprì fra le assicelle di legno del pavimento un’aria chiara e intima che a tratti brillava liberamente.
Era l’acqua del mare lì sotto la piattaforma, era la stessa acqua di quel mare azzurrissimo e non suo.
Egli sentì scomparire ogni tristezza all’improvviso, e non seppe mai di aver subito pensato ai suoi giochi sulla piccola spiaggia dell’indomani, su quell’acqua semplice, tenera, chiara.

Sandro Penna nacque a Perugia (1906), dove si diplomò in ragioneria, e si trasferì all'età di ventitré anni a Roma, in cui visse quasi ininterrottamente fino alla morte (1977). Entrò in contatto con il mondo della letteratura in seguito alla conoscenza di Umberto Saba nel 1929 e all'incontro con gli artisti fiorentini che frequentavano il caffè "Le Giubbe Rosse" di Firenze. Dal 1937 per due anni visse a Milano lavorando come correttore di bozze presso Valentino Bompiani e come commesso alla Hoepli. Nel 1938 pubblicò la prima raccolta di versi, Poesie (Parenti), il cui successo lo fece entrare, come collaboratore, in alcune riviste come "Corrente", "Frontespizio", "il Mondo" su cui apparvero negli anni '40 alcune prose che saranno più tardi raccolte nel volume Un po' di febbre (Garzanti, 1973). Nel 1950 venne pubblicato il suo secondo libro, Appunti (Edizioni della Meridiana). Nel 1955 pubblicò il racconto Arrivo al mare e nei due anni seguenti due opere importanti che definiranno meglio la sua personalità e lo stile della sua poesia: Una strana gioia di vivere (Scheiwiller, 1956) e la raccolta completa delle sue Poesie (Garzanti, 1957) che gli fa ottenere il Premio Viareggio. Nel 1958 esce Croce e delizia (Longanesi) e solamente nel 1970 Tutte le poesie (Garzanti) che comprendeva le poesie precedenti e molti inediti. Nel 1976 viene pubblicato sull'"Almanacco dello Specchio" una scelta di sue poesie e, alla fine di quell'anno, il volume Stranezze (Garzanti) per il quale, nel gennaio del 1977, pochi giorni prima della morte, gli viene assegnato il Premio Bagutta.