Rossella Pretto, Nerotonia

Nerotonia è un libro inedito di Rossella Pretto, esordio in poesia dell’autrice, in uscita per Samuele editore. Pubblichiamo in anteprima alcune poesie.

Come, thick night,
and pall thee in the dunnest smoke of hell,
that my keen knife see not the wound it makes,
nor heaven peep through the blanket of the dark,
to cry, ‘Hold, hold!
— William Shakespeare

 

I always speak to myself
no more myself but a colander
draining the sound from this never-to-be mentioned wound
— Alice Oswald

 

 

vi fu un tempo in cui non vi era
nulla

puoi concepirlo,
posso io?

nulla e dunque neanche il tempo e noi
non c’eravamo, io e te non c’eravamo
e non c’era inizio alle nostre discussioni
seduti nello studio a tentare l’improbabile
accordo, o in una sala, in piedi per terra
con i nostri tanti corpi da suonare
a volte tutti e altre solo uno
in quel tempo che non c’era,
un tempo del sentire di esserci

ché in quanto a esserci
io ero ancora nessuno

una strega gettò i suoi occhi
tra quelli che avrei saputo essere
i miei piedi
la paglia nella testa
la mia arsa e vuota
incantata dall’imbroglio
di poter bastare a me stessa

e niente era
se non ciò che non era

 

*

così dal buio senza tempo
emerse il dettagliato tempo di noi,
l’incisione nell’istante

le parole, nostre
queste che io ti dico, le tue
e quelle che per giorni
abbiamo gettato al vento,
quelle vane che ci han portato
fin su questo palco,
il molteplice filtrando
dal setaccio di altri corpi

fu allora, in quel tempo
senza inizio e che iniziava,
che l’immenso animale universale
gravido e sbuffante
concepì l’ambiguità e la doppiezza

era ancora tutt’uno
e si franse
così l’uomo, atomo
tra gli atomi, a riveder
le stelle inconcepibili,
alte nel tamburo dei timori
che lo mettevano a nudo
denunciando vita lucida
non priva di malizia

non trovò dio
in quell’istante

di lui non aveva ancora bisogno

ma sentì l’urgenza della donna
la trovò fremente al suo interno

o lo fece la donna con l’uomo

donna con cui doppiare il parto
e così popolare la terra brulla

quel suo vergognoso e inesplorato deserto

di corpi dapprima
passione cieca e inesausta,
corpi ineguali e anelanti
nel di lui cercare il varco,
stampo e marchio,

nel di lei disporsi all’accoglienza
nonostante l’inane battaglia –
nonostante –

perché già intuiva che la perversa battaglia
era ormai vinta e persa
il verbo fu,
prima della comparsa dell’uomo,
le streghe furono
e predissero questo: ritrovarsi

when the hurlyburly’s done
when the battle’s lost and won

 

*

ho il singhiozzo a volte
e la mia gola pulsa
il caldo mi attanaglia
e la sua vampa mi spossa

se tutto fosse più semplice, pensi, se riuscissi
a far quadrare i conti e il costo della vita
permettesse di far volar la testa e disperderla
per riaverla come vetro a rendere

mi risveglio sul divano
e allungo il fiato
in ora perplessa
che presto si annacqua

dell’essere chiunque chiunque
e non pensarci, non prestare tessuti e organi
all’organo più grande dell’opera mondo
che è mia di voglia, possesso di sangue

oggi la vena languisce e insegue
desideri elettrici, salti di nervi,
alta tensione nella bassa marea
di toccarti ancora

o forse mai più – nevermore –
cantavi occhieggiando
e non mi riprendo
dalla tua assenza

 

 

*

solo voci confuse

dovrò provare A invertire gli ordini B
e passare da un punto all’altro sapendo
che
A non
è B
ma sono contenuti nel sistema
provare A
invertire B – tirandogli le gobbe

despair, diceva L l’altra sera:
non soltanto
……………………………………d é s e s p o i r
………………………………………………………..ma spaiamento, scompagnamento

di A che non va con B
e non va con ogni B del pianeta
e non perché B possa essere
chiunque chiunque
ma perché B è in ogni B, secondo A,
e non ci va, non si attaglia
e se B non va ad A
da B va despair
e non

……………………………………………………………………………….…………………………………..lo
…………………………………………………………………………………………………………………………….lascia
………………………………………………………………..e così anche lui è accompagnato

chi è la terza ombra che vedo?

l’abbiamo detto

 

*

sul crinale di Circe passano cigni neri,
passano cigni neri coi lunghi colli scuri
e l’andatura zoppa,
è lontana la vita di schemi belli, ora solo
enigmi matematici calcoli di parole:
sarò all’altezza?

mi riposo sotto turbanti di calura invocando
notti boreali e tempeste di amorosi strali
lungo le linee del tempo che inciampa e si fa
daccapo
e sempre lo stesso: ricordo di me, di lei:
di me che non sono lei e mi perdo,
si perde lo sguardo, tramortisce

non sono lì, neanche lei,
non sono lei, neanche me – è per questo che
aspetto un dono che deve venire,
non può tardare: una lady
tutta mia da incarnare e cantare,
e io ne farò buon uso, segno le parole per non
dimenticarle ma non mi riesce
e mi sembra impossibile,
sì impossibile,
che-io-sia-qui … un-due … un-due …
non arriva mai il tre, il mio numero, il mio
lo vedo con gli occhi, non può essere
in testa con i suoi scrosci di serpi …
lo vedo ora ancora: mio tre di frastorno
e frastuono, mio tre di paranoie abissali
e verticistiche illuminazioni, tre di corde
e ghirigori che m’intrecciano il collo
di assoluti e silenzi

 

*

ne vedo molti
che sono uno:
la tua testa
di scorpioni infestata
tra le mani mie macchiate,
sono molti
ed è uno

sgambetta ora
tra piastrella e fuga
s’impenna e mi punta:
non più io lui
non sono io
sta lì
da me separato, sinistro

nell’insidia che lancia,
nemica amata solitaria
una morte
con l’aculeo che credevo
un potere solo
e tutto nostro

 

 

 

 

Immagine: Man Ray.