Rainer Maria Rilke, Tu, amico mio, sei solo per questo…

Cinque traduzioni e riscritture inedite a cura di Luciano Mazziotta.

dai Sonetti a Orfeo

XVI

Tu, amico mio, sei solo per questo…
Noi ci impossessiamo poco per volta,
con parole e cenni di dita, del mondo,
forse della sua parte mancante, la più pericolosa.

Chi addita con dita un odore?
Tu senti le forze, però, le molte
che ci minacciarono, conosci i defunti,
la temi, inoltre, la formula magica.

Vedi, adesso è tempo di unire a fatica
lavoro incompiuto e frammenti, come fossero il Tutto.
Sarà faticoso aiutarti. Ma soprattutto: nel tuo

petto non mi piantare ché crescerei troppo in fretta.
Eppure la mano del mio Signore la voglio guidare e a lui voglio dire:
Qui. Questo è Esaù nella sua scorza.

 

XXIII

Chiamami solo in quella tua ora
che ti resiste ancora ed ancora,
vicina, che implora, come il muso dei cani,
ma sempre, ancora, rivolta all’indietro,

proprio quando tu ti convinci di coglierla.
Così la sottratta è l’ora più tua.
Siamo liberi. Siamo respinti da lì
dove eravamo convinti fossimo accolti per primi.

In bilico chiediamo una presa,
noi a volte troppo immaturi per ciò che è adulto
e troppo adulti per ciò che mai è stato una volta.

Noi, giusti soltanto se, ciò nonostante, celebriamo col canto
perché noi, sì, noi siamo l’ascia ed il ramo
e quella dolcezza del rischio che cresce.

 

da Nuove poesie

L’isola

I

La prossima onda sommergerà anche il viottolo a valle
e dappertutto sarà tutto identico.
Ma al di fuori la piccola isola ha
gli occhi chiusi; ingarbugliandosi gira la diga

attorno ai suoi isolani, che sono venuti alla vita
in un sonno, all’interno del quale tacendo
confondono molti universi; ché qui raramente si parla
e ogni frase è epitaffio

per qualche ignoto residuo sulla corrente
che arriva inspiegabile a loro e su loro resta.
E questo è quanto il loro sguardo trattiene

sin dall’infanzia. Senza che loro ne siano il fine
grande, troppo, senza pietà, mandato da altrove
che fa ancora più immensa la desolazione.

II

Come se fosse stesa entro un cratere sulla luna:
è ciascun cortile suo circondato da recinti
e i prati al loro interno addobbati tutti uguali
e tutti uguali pettinati come orfani

dalla tempesta che rigida li educa
e giorno dopo giorno li impaurisce con la morte.
Allora ci si siede in casa e si vede
in specchi storti ciò che di bizzarro

sta sui comodini. E a sera uno dei figli
si mette sulla porta e fa uscire dall’armonica
un suono flebile come se fosse un pianto.

Così aveva ascoltato in dei porti stranieri –
e un’immagine di pecora gigante, quasi minacciosa
si forma sulla diga esterna. Fuori casa.

III

Vicino è solo il Dentro, distante tutto il resto.
E questo Dentro è fitto e quotidiano
ed è pieno di tutto e del tutto impronunciabile.
L’isola così è una stella troppo piccola

di cui lo spazio non si cura e muto la distrugge
nella sua ignota enormità,
così che lei, senza luce e inascoltata,
sola

ché il tutto finalmente smetta di finire
buia per un’orbita che si è da sé cercata,
tenta ciecamente di fuggire fuori dagli schemi
delle stelle erranti, dei soli e dei sistemi.

 

La Pantera

Si è stancato il suo sguardo così tanto
di fare avanti e indietro oltre le sbarre
che non trattiene più. È come se ci fossero per lei
sbarre e solo sbarre e dietro mille sbarre nessun mondo.

Il docile procedere agilmente del suo passo forte
che ruota in un cerchio piccolissimo
è come una danza di forze attorno a un centro
nel quale riposa intorpidita una grande volontà.

Soltanto qualche volta si agita il sipario delle sue pupille
in silenzio – Allora entra un’immagine,
percorre le quiete preoccupata delle membra
e nel cuore comincia a smettere di esistere.

 

da Poesie sparse

Vedi, io non esisto. Però se esistessi
sarei al centro di questa poesia.
La certezza che la vita
trascurata e imprecisa scompiglia.

Vedi, io non esisto. Perché esistono gli altri.
Mentre si vengono incontro
alla cieca e con quel desiderio che passa più in fretta –
io invece entro in silenzio nel vuoto
del cane e nel fanciullo vitale.

Quando io mi immedesimo in loro del tutto
risplende attraverso di loro il mio puro splendore.
Ma all’improvviso tornano tutti a morire:
perchè io non esisto. (Cara, che io possa esistere.)