Privato di. – Poesie inedite

Quattro poesie inedite

***

Palinsesto dei festivi

Nel week-end si accalcano dall’alba all’ingresso
dei megastore; lo stesso ai concerti i più spirituali,
figurarsi. Uno affezionato al campo lungo
disapprova, si promuove cordone
di contenimento. Vibrano insieme, loro, trasmettono
da loro a loro –sperava lui in una razione
di sé, nell’onda di ritorno. È la storia del
cerchio e della tangente altera,
dalla distanza dentro amplificata a duemila e più decibel.

Nel fine settimana è l’aspettare di un vecchio da fermo
o da seduto, da preghiera.
Si rassegna con fiducia e sta sull’uscio con
stranamente in asse una certa lungimiranza.
Renderlo dal vero,
come se l’intuizione possa supplire all’età
che manca. Finirei col ritrarmi invece, filar via,
lui pare capirlo e sorridere
un sorriso che appena e giustamente è tardi.

*

Privato di.

non la storia di un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

(V. Sereni)

ad Angelo

Prendiamo un tavolo,
hai avanzato: «un tavolo a esempio di questo».
Costruito, conoscibile, quattro
gambe (metafora morta); e un piano, tutto qui.

Altre osservabilità: villette bianche in fila,
proprietà privata, una manciata fuori dal vetro
del vagone dove è seduto lui, passante
direzione Gallarate. Qualche
appunto su questo uno scrittore l’avrà preso.

Preso; ma saremo seduti, Francesco,
davanti a ogni arrivo come noi in cerca
anche di tè e torte della casa. Ne
tagliano una, la scelta cade

«Mi raccomando: una volta in Inghilterra
non guardi in faccia nessuno».
Ma il vagone resta sotto il più
del tempo: abbiamo perso…

tutto qui; fra tante, dall’altra parte del vero;
da Socrate a chi per debiti e giù al rialzo,
tutto qui. Conoscibile, si suppone che, giusto,
ma restiamo indietro. Lontani dal gesto

direzione: non

tutto l’intorno costruito – il nostro
parlare privato
di; le chiamate; la corona di cronaca; il suo tiro
al rialzo – è appena dopo e troppo nostro.

*

All’ingiù

Sì, li ho tagliati i capelli, colpa del caldo,
sorpresi? domani nevica, mi sa!
e mi sarei guardato le scarpe, davanti agli amici,
o meglio un punto tra i cespugli a cui non appartengo.
Nevica infatti. La neve, i familiari in visita
mi hanno informato, tu l’hai messa in una domanda,
senza tenerla sulla voce la neve
hai chiesto se c’era, lasciando sgomenti
loro e l’afa sulle finestre, l’urgenza il
policlinico, giugno. Non vengono meno
i giochi all’ingiù, il mio stare occhi all’ingiù
come una conta a nascondino
con la colpa di una frase che quando è fatta è fatta,
il tuo scompenso
………………da non dire da dirne male da uscirne
pronunciati male, l’andirivieni,
i fiocchi indaffarati solo lievemente
contro le gravità, a carezzarle.

*

Morecombe, molo

…..Sabbia finissima e secca, poi fango indurito e modellato dagli pneumatici di un trattore da spiaggia; ma anche melma, a seguire, e lì le impronte – suola d’uomo, zampetta di uccello o di cane – si rimarginano in fretta: come se il sale agisse con più raggio che sulla circoscritta giurisdizione della pelle.
…..Qui c’è il mare, in effetti, benché degradi con tale accortezza da far pensare che sia ancora limo: stessa fermezza, colore che attraversa il confine tra grigio in punta di marrone e azzurrino-ghiaccio. Può non essere un capriccio rimarcare che il cielo completa a cerchio questo digradare; benché lo sguardo necessariamente viri in alto.
…..Sporgendomi dall’altra parte del molo, continuo l’inventario dei terreni o materiali non edificabili: lastroni di cemento, ghiaietta inumidita, grandi rocce di cui alcune coperte da filamenti neri o verde scuro, altre incrostate da muschio giallo. Varianti a parte, nulla o quasi che chi abbia avuto delle ore buche, in un posto sconosciuto sul mare, non abbia già potuto osservare di suo.
…..Sabbia, terriccio, lastroni, ghiaietta, grandi rocce: ciascuno collocato al posto proprio, niente che recede o mostra di resistere, di fluido niente, acqua per prima; niente che si presti senza interessi a un’allegoria d’incertezza, di mobilità a caso. Persino il giallino della mia tazza non sembra fatto apposta, la sua calma è un risultato ma senza strategia.
…..Sono qui quasi interamente, salvo per il gesto appena urgente di versare il latte dal pentolino alla tazza; ne cade un po’ sul vassoio, unica incrinatura a cui darò i segni dell’intelligenza: il latte, il suo disporsi in un semicerchio, più una goccia non assorbita, responsabile al suo centro.

***

Immagine: Tony Oursler, GEN, 2014.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

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