Cees Nooteboom (L’Aja, 1933 – Menorca, 2026 ) è morto ieri, 11 febbraio, nella sua casa
sull’isola spagnola dove era solito svernare. Per ricodarlo pubblichiamo tre poesie da “Licht overal” (Amsterdam, De Bezige Bij, 2012) nella traduzione di Gandolfo Cascio.
LA SERA
(in memoria di Hugo Claus)
La sedia blu nel bar all’aperto, il caffè, la sera,
l’euforbia che protende verso gli dei assenti,
con tanta nostalgia della costa, tutto è un alfabeto
di desideri nascosti, questa è la sua
ultima immagine prima delle tenebre,
il velo sul suo viso. Lo sa,
le forme delle parole scompariranno,
nel suo calice solamente la feccia,
le linee che prima formavano pensieri
non connetteranno,
qui nessuna parola sarà più
vera. Una grammatica frantumata,
immagini mobili senza un appiglio,
del vento solo il rumore
ma è scomparso il nome,
qualcuno l’ha detto
e il morto giaceva sulla tavola,
un inserviente stanco, mentre aspetta
nel corridoio, ride come uno stupido,
sfogliando il giornale
pieno d’inutili notizie.
Lui sa tutto, l’euforbia,
la sedia blu, il caffè al bar all’aperto,
il giorno che lento l’ha avvolto
e poi se n’è nuotato via insieme a lui,
un animale mansueto
con la sua preda.
FIGURA
Dura un giorno il fiore dell’ibisco,
stella d’un fuoco fugace in contrasto
al cielo e il giardino, l’uomo lì dentro è un corpo
che s’oppone, come ogni fiore.
Quello che lui non sa: dov’ e com’è tutto ciò.
È vera questa figura
che se ne sta all’aperto alla tarda chiarìa delle stelle,
non vede il fiore, s’infiamma
alla fredda luce e nel breve
mattino raccoglie fiori
dal terreno nero e scansa la violenza
della luce solare?
La percezione del lutto che lo strozza
commemora un amico, un’amicizia
che perde il suo compagno
nel bel mezzo di tanta putrefazione.
Chi va là, un uomo o una poesia?
Il postino in camicia gialla pedala fino al cancello,
racconta il mondo, consegna la lettera
a un vivo, e non sa niente di lutti né dell’anima.
Vede i fiori rossi a terra,
e dice che oggi farà caldo,
e poi scompare nella luce
e in questi versi.
UNGARETTI
(Mi tengo a quest’albero mutilato)
Trovai la tua poesia,
con testo a fronte, al Mercat de Sant’Antoní
a Barcellona. Italiano-catalano.
Ora me ne sto qui con tre vocabolari
e traduco I fiumi, De Rivieren,
scritti a Cotici, il 16 agosto 1916,
la guerra dimenticata che tu non dimenticasti
mai.
I monumenti, le baionette, facce come d’eroi,
donne afflitte, ormai patetiche,
il Somme, Sedan, l’Isonzo,
tutto per la patria,
il dolore scompare con i superstiti.
Solo tu rimani.
Non te ne vai come nei vecchi film
a passettini veloci e umilianti, no,
te ne vai piano al fiume
come un giovane soldato
e ti distendi nell’acqua
come in un’urna d’acqua,
e dormi.
L’Isonzo scorrendo L’Isonzo fluint
mi levigava m’esmerilava
come un suo sasso coma còdol del seus
L’acqua del fiume
ti scorre tutt’intorno
t’accarezza e plasma,
ti leviga come un ciottolo.
Poi t’alzi
e l’immagine scompare
sull’acqua
e ti chini come un beduino
per il prossimo colpo
sulla tua uniforme sporca,
e vedi – sei tu a dirlo – ciò che sei:
una docile fibra dell’universo.
Un uomo nudo e solo nella corrente
dell’acqua, Apollinaire, Owen, Graves, Ungaretti,
la poesia non parla mai d’una guerra
ma sempre
della.