Per Anna Toscano

da | Dic 8, 2025

Per ricordare Anna Toscano (1970-2025), poetessa, fotografa, autrice per il teatro, pubblichiamo sei poesie dal suo ultimo libro, “Cartografie”, uscito nella collana  ‘gialla’ di Samuele editore-pordenonelegge nel 2024. 

 

STANZE DI GIRASOLI

Amo i girasoli
nonostante tu li amassi,
si sa: tra madre e figlia
si vive di contrasti.

Io li fotografavo corali
tu li dipingevi singoli,
io alla luce del tramonto
tu con colori taglienti,
a me piacciono anche senza petali
i tuoi petali erano aculei.

Per te erano la giovinezza fiera,
per me anziani che
da una stanza all’altra
seguono il sole
portando la sedia con due mani,
per non strisciare il parquet lustrato a cera.

 

 

SOGLIE PIENE

Perché non tornano i grandi?
Corro sul ciglio della strada
a ogni rumore anche minimo,
so che ti rivedrò.

Perché non tornano i grandi?
Vago con le mani in mano
per le stanze mute, mi accascio
sui gradini piango e aspetto.

Perché i grandi non tornano?
Cresco aspettando sulla soglia
basta un’ora di sole, un viso intravisto e il tempo
mi afferra le palpebre.

Perché i grandi non tornano?
La soglia dell’attesa
che i grandi ci fanno subire;
la tua assenza mi strappa
«La vita è terribile, Goliarda
Lo capirai da grande, anche tu purtroppo».

 

 

TEMPO IN OGNI DOVE

Tempo imperfetto
come un elastico
tirato tirato, non segna mai
un punto preciso nel passato
ma qualcosa di ininterrotto,
tirato tirato salta, arriva di colpo
in un altro quando, in un altro dove.
Nulla continua, nulla dura,
ed è subito futuro.

 

 

GEOGRAFIE DEL CORPO

Quando ero giovane
non usavo creme
era una perdita di tempo,
non usavo protezione
tanto non serve,
non leggevo etichette
tanto son tutte uguali.

Oggi, che mi affanno
a spalmare e stendere
e mi concentro
nel tamponare il tempo;

oggi, che per le istruzioni
mi avvicino alla luce
e inforco gli occhiali:
oggi, ripenso a Prévert
che leggevo a sedici anni
senza sapere il tempo
e conoscerne gli inganni.

Prévert scriveva che si sa
la giovinezza
quando non c’è più.
E spalmo e imburro
e stendo e olio,
rendo morbidi i ricordi.

 


DA DOVE VENGO

Vorrei raccontarti di una infanzia
triste in una città opaca, non
distrarti, parlo di un luogo
dentro l’ovatta dei giorni con
il mercato dei fallati a rallegrarlo.

Parlo di una grande casa mai
silenziosa su un cielo basso, troppo
basso per riuscire ad alzare la testa, la
strada per la chiesa troppo breve così
la via per la fuga: un elastico e una
corda alla vita, nessuna
speranza di ossigeno.

Ascolta voglio dirti di volti ora
amati che non sapevano amare e
amarsi, di vite dannate da
legacciuoli sparsi, anime ribelli
nate in anni e luoghi sbagliati.

Ti dico che le strade erano strette non
passava l’aria, i giorni stantii e
le furie poco addomesticate: una patina
attorno a famiglie perfette solo
da fuori delle finestre con ampi tendaggi.
Ti direi della volta che il padre della
mia amica disse nell’altra stanza Basta!
e poi un colpo di pistola;
lei, la mia amica, mi fece cenno di
continuare a studiare mentre un silenzio
cereo scendeva sul nostro tavolo.

Ti dico che quando sua madre apparve con
del tè e della torta capii quanto spesse
fossero anche le loro tende lunghe fino
a terra con dei nodi come i falsi ricchi,
quanto stretta la corda che avevo in vita
quanta vita avrei voluto senza dimenticare.

 

 

LA DOMENICA POMERIGGIO IN CASA

Il rumore delle città che ho attraversato,
camminato, il loro suono, la loro melodia.
Non vi è una città uguale all’altra per l’udito.

Ma la domenica, verso fine pomeriggio,
ciò che senti è simile in molte città:
stoviglie che si impilano
televisioni che cambiano canale
lavatrici in centrifuga
qualche chiodo sotto un martello
passi lenti su pavimenti di briciole
luci che iniziano ad accendersi nei tinelli
lampadine gialle dal soffitto delle cucine
figure che stendono panni nelle verande
sagome dietro le finestre dei cessi,
forse donne con bigodini,
risa di bambini nei terrazzini
cani annoiati che abbaiano
alle ombre sulle scale.

Mi fermo in una veranda di largo do Arouche,
in piedi su uno sgabello,
una mano sul filo l’altra a tenere canovacci bagnati,
mi fermo mi guardo attorno ascolto
e sono ad Affori sporta alla ringhiera,
sono in corte a san Samuele,
a Trastevere ad aspettarti sotto casa,
alla Recoleta con una rosa per Evita,
con una per Susan Sontag a Montparnasse,
su un tetto di rio Branco o di Punta Gorda.

Mi confondo, perdo l’orientamento:
essere ovunque e in nessun posto
la domenica pomeriggio.