Paolo Ruffilli, Le cose del mondo (1978-2019)

Da Le cose del mondo di Paolo Ruffilli, da poco uscito per “Lo Specchio” (Mondadori, 2020), sei poesie dalla prima sezione.

Nell’atto di partire

Nel porsi in viaggio, prese le distanze
e tutte le misure per quello che si può,
considerato l’angolo di fuga, l’impulso
di deriva andante dentro il vuoto…
la curva sghemba della deiezione,
lo scarto imprecisato del destino.
All’imprevisto che è legato al moto,
la ragione ha imposto antidoto
di linee rette: orari, termini, binari.
Contro i rischi dell’ignoto.

 

È proprio andando che si capisce
qual è il rovesciamento di ogni prospettiva.
Perché, restando fermi, sfuggiva in pieno
che è una questione del tutto relativa.
Avanti e indietro… qui e là… più o meno,
ma sui riferimenti sempre circostanti.
È il movimento a darci in dote la speranza
mettendo in relazione noi stessi con le cose
e fa presenti a un tratto le ignote e le distanti,
rendendo le vicine subito vacanti.

 

Fermi da tempo, già, fuori stazione
su una carrozza piena e soffocante:
gridi, spinte e puzza nelle bolge.
Che, se non altro, è un test illuminante
e illustra in scena, svolge la funzione
di termometro e di spettro di misurazione.
Sì, dà conto bene, in presa fulminante,
e nonostante il suo valore di campione,
dello stato inerte, sordo e delirante
di tutta quanta la nazione.

 

È all’improvviso, dentro il tunnel
che non finisce mai, nell’aria morta
che pizzica alla gola. Tutte le volte
che ci sono già passato. Eppure
non vale, no, che lo ricordi, e che
lo anticipi una sola. Picchio nel muro
e lì mi rendo conto, dentro il percorso
cieco e uguale, specchio di me
a una mia spoglia, di ciò che è stato
di come, in fondo e contro ogni
mia voglia, io sia cambiato.

 

Sarà che l’ho sentita ogni volta uguale
e non è stata mai una cosa astratta
ma proprio netta, segnata sulla pelle,
e fatta azione materiale che assale e
che cancella, un’incisione dolorosa,
una particella tolta e consumata tutta:
una limatura in puncti loco, un taglio
secco, un accorciamento minimale.
Dipenderà, sia pure, dalla mia natura…
però lo sperimento nell’atto di partire
che tanto o poco è già un morire.

 

Di corsa, inseguendo se stessi,
la propria figura smarrita,
pensandosi in fondo lasciati
soltanto un poco più indietro.
E andando lanciati in avanti
metro su metro, in questo
spreco di sé nel mondo fuggendo,
intanto mutando in gara infinita
– intravista e perduta – la vita.