A Journey into Memory – Poeti inglesi contemporanei /4

[Da Other People’s Countries: A Journey into Memory (Jonathan Cape, 2014) di Patrick McGuinness traduzioni inedite di Valentina Gosetti.]

Keys

Watching an old police procedural, probably a Maigret, sometime in the early eighties while convalescing from glandular fever (an illness I experienced more as convalescence than as actual illness: I felt as if I was simply recovering from something, rather than actually having the something to recover from in the first place), it came to me: a thief pushing a key into putty so that its outline would be caught in the relief and he could copy it, then burgle the house.
That was memory, I realised: a putty with which you could make another key, which would open the same door, but never quite as well. In no time, you’d be burgling your own past with the slightly off-key key that always got you in though there was less and less to take.

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Chiavi

Guardando una vecchia serie poliziesca, probabilmente un Maigret, a un certo punto nei primi anni Ottanta, mentre ero in convalescenza dalla mononucleosi (una malattia vissuta più come convalescenza che vera e propria malattia: mi sentivo come se stessi semplicemente rimettendomi da qualcosa, piuttosto che avere anzitutto qualcosa da cui veramente riprendermi), improvvisamente capii: un ladro che infila una chiave nello stucco per trarne la sagoma in modo da poterla copiare per poi svaligiare la casa.
Quella era la memoria, mi resi conto: uno stucco malleabile con il quale si poteva produrre un’altra chiave, che avrebbe aperto la stessa porta, ma mai con la stessa facilità. In un attimo potevi svaligiare il tuo passato con la chiave un po’ difettosa che sempre ti lasciava entrare anche se c’era sempre meno da portar via.

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Trappist Beer

On one side is a bottle of Westmalle, on the other a bottle of Orval. Both are Trappist beers. Westmalle is made in the north, in the Flemish province of Antwerp, Orval here in the south, in the Ardennes, a few kilometres away from Bouillon. Both orders are Cistercian, though Westmalle is deemed a Flemish beer, and Orval a Walloon beer. Here in Belgium, even a Trappist must choose the language in which to keep silent.

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Birra Trappista

Da una parte c’è una bottiglia di Westmalle, dall’altra una bottiglia di Orval. Tutt’e due sono birre trappiste. La Westmalle è prodotta nel nord, nella provincia fiamminga di Anversa, la Orval qui nel sud, nelle Ardenne, a pochi chilometri da Bouillon. Tutt’e due gli ordini sono cistercensi, anche se la Westmalle è considerata una birra fiamminga, e la Orval una birra vallone. Qui in Belgio, persino un trappista deve scegliere la lingua nella quale rimanere in silenzio.

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Gli usi della memoria, gli usi del memoir – di Patrick McGuinness

Come tutti, ognuno di noi vuole essere diverso da tutti gli altri. Il memoir alimenta questa fame, in bilico com’è fra il reclamare la singolarità del memorialista (della sua voce, della sua esperienza), e l’estendere tale singolarità verso l’esterno fino a toccare gli altri (e vendere libri). Essendo sempre stato piuttosto cinico riguardo alle memorie, non avrei mai pensato di poter scrivere qualcosa di questo genere. Mi sembrava che la memoria stessa fosse ormai diventata nient’altro che una merce letteraria; da una parte le memorie traumatiche che continuano a cavalcare la cresta dell’onda e, dall’altra, le memorie fittizie che donano una sfumatura postmoderna ad un dibattito che spesso si affronta in maniera un po’ superficiale: questo è accaduto oppure no?

Mi è quindi sembrato importante diffidare della materia prima (di me stesso, della mia memoria) e, alla fine, questa stessa sfiducia è diventata la materia prima. Il mio libro racconta frammenti di un’infanzia trascorsa a Bouillon, la cittadina industriale belga dove mia nonna era la sarta locale e mio nonno un operaio. Siccome i miei genitori viaggiavano molto e la mia formazione era caotica ed itinerante, Bouillon è stato l’àncora della mia infanzia. I miei nonni parlavano il francese e il patois vallone – la lingua locale – così la mia educazione fino all’età di otto o nove anni si è svolta in francese e in bouillonese. La maggior parte delle mie esperienze più ricche proviene dall’“intermediarietà” linguistica offerta da questo ambiente, ed è stato quasi sicuramente questo ad istigare in me la voglia di scrivere. Infatti, scrivere per me non ha mai significato padroneggiare la lingua, ma sentirmi estraniato al suo interno – piuttosto che semplicemente estraniato da essa. In termini di sartoria (e per colpa di mia nonna penso molto alla sartoria) la mia infanzia è stata sì fatta su misura, ma non necessariamente su misura per me.

Il libro non procede in modo lineare, e sarebbe sbagliato cercarci una trama, anche se spesso pensiamo a noi stessi come un succedersi di trame e, su questa idea, ci costruiamo i nostri racconti e la nostra identità. Il libro si organizza invece intorno a sprazzi di tempo, ricordi, scene, sentimenti, persone e aneddoti, che si combinano in una sorta di mosaico. Con “mosaico” non intendo semplicemente dei tasselli tenuti insieme dal collante della soggettività, ma un insieme complesso che si compone del frammentario, e penso che la memoria sia proprio questo, e che questo sia anche ciò che siamo.

Molte delle persone che conoscevo e amavo sono morte, alcune anziane quando ormai la loro ora era arrivata, ed altre più giovani, ben prima del loro momento. In realtà, la cosa che più mi turba di questo libro è che devo aver iniziato a scriverlo come spinto da una sorta di sesto senso, una consapevolezza del rischio di estinzione che minacciava questo posto: ogni volta che ci torno, qualcuno è morto, un edificio è stato abbattuto, una casa è stata sventrata, un negozio è stato chiuso. Se fossi superstizioso ed egocentrico, vedrei sicuramente una correlazione tra il mio scrivere di questo luogo e la sua scomparsa, quasi come se, ricordando di quando ancora c’era, io stia invece accelerando la sua fine. ‘Liquidation Totale‘ è quello che si legge oggi nella maggior parte dei negozi e delle aziende che conoscevo, mentre quasi la metà delle case in paese sono ora sbarrate, fatiscenti, e divorate dall’umidità. Alcune di queste case non sono nemmeno state sgombrate e, attraverso le finestre, si vendono ancora tavole apparecchiate per il pranzo, vecchi completi da uomo tarlati e marcescenti, ma ancora rivolti verso la televisione in bianco e nero in un angolo del salotto.

Il libro è alimentato da due tipi di sentimento. Uno è semplicemente crudo e doloroso: il senso di perdita che mi assale quando ripenso alle persone, ai luoghi, alla lingua, a me stesso in quel mondo nel quale non potrò mai tornare, benché lo visiti spesso. Non riesco a pensare ad una spinta migliore verso la scrittura della perdita. Un’analogia potrebbe essere il riflesso e il formicolio lasciati da un arto amputato: un qualcosa che se n’è andato ma che continua a farsi sentire, un qualcosa che è ancora usato spettralmente, in un mondo parallelo, e che per il semplice motivo di non esserci più, non è divenuto meno reale.

Dal punto di vista intellettuale, il mio libro è il prodotto di un’insoddisfazione riguardo ai modi che abbiamo a nostra disposizione per parlare di noi stessi. Se potessi, mi piacerebbe inventare un nuovo tempo verbale col quale sostituire quei tre fantocci: il passato, il presente e il futuro, che mi sembrano modi molto riduttivi di esprimere il nostro vivere. Siccome non potevo inventare un nuovo tempo verbale, mi sono accontentato di qualcos’altro, un tempo composito, una sorta di da-lungo-passato-ma-presente-ancora-in-svolgimento, e ho cercato di fare fede a questo: al lento sedimentarsi dell’ambra dello sguardo retrospettivo. E tutto questo, mi sembra, può essere una risposta alla perenne questione di come scrivere dell’infanzia, trasmettendo quel senso paradossale che tutti i bambini conoscono, quello di essere allo stesso tempo sia centrali sia marginali nella loro vita, come se fossero delle spie, degli infiltrati. Ai bambini non è data alcuna privacy e sono costretti a diventare spie.

Ero anche insoddisfatto della supponenza delle memorie che sembrano sempre insistere, in un modo o nell’altro, sull’unicità del memorialista. Volevo scrivere qualcosa che sembrasse innanzi tutto il racconto di un’infanzia unica, per poi, invece, spogliarlo di questa unicità, così quando il libro comincia a svilupparsi, il lettore si rende conto che questa è l’infanzia in generale, la memoria stessa, e la sua gemella illegittima, la falsa memoria, che spesso è ancora più nitida e più presente di quanto si voglia ammettere. Cosa di ciò che racconto è davvero capitato a me? Cosa è realmente accaduto? Non ne sono più sicuro; quello che so è che confondo tutto così vividamente, che potrebbe essere successo anche ieri.

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13/06/2014
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