One Hidden Stuff

da | Feb 23, 2021

Quattro poesie nella traduzione inedita di Stefano Bottero da One Hidden Stuff (Penguin, 2006).

 

CANZONE

E se davvero fossero onde, onde soltanto
a disporre sulla riva spezzata la propria pace senza tregua,
il fermarsi tra sé stesse simile a un respiro trattenuto
prima di essere espirato come musica nell’aria.
Non mi è forse mancato da sempre l’oceano, il modo in cui il suo sale
mi ha trattenuta a galla nel bagnato, l’aria più calda avanti dell’acqua indietro,
la linea solvibile tra respirare e non, tanto innocente, tanto permeabile.
Nel fluttuare lì, oltre il profondo, intoccabile fondale, oltre la linea
le onde facevano a incurvarsi per gettarsi sulla sabbia,
io potrei essere lontana dall’inconsistente, dal tumulto, lontana anche
dall’imprecipitosirsi dell’acqua che si getta avanti
e si sbatte indietro, come desiderio,
che non porta da nessuna parte.
Ancora e ancora le onde si spezzano sulla sabbia che riluce
mentre un gabbiano si tuffa dentro e fuori
dalla perfezione all’infinito
disegna un filo tra l’aria e l’acqua
stringendo insieme il loro blues meraviglioso
come a suturare la ferita del mondo.

 

NOTTE

Il vento è giunto e mi sono svegliata sul terrazzo dove il telo blu
sistemato sotto il sacco a pelo contro il guano
delle rondini che nidificano al margine del tetto
ha iniziato ad agitarsi in modo animalesco, a sbattere perché il vento
era arrivato a pelo di cavalli, era arrivato
per armate di vele ed eserciti di mani,
era arrivato slittando dalle steppe, sbandando
oltre i confini dell’Estremadura, era arrivato
per granito e pini palustri, flessuosi all’improvviso,
curvandosi nel prendersi e lasciarsi del vento che corteggia, che soffia
qua e là, intossicando tronchi e rami con idee simili a balsamo.
Per tanto tempo, il vento si è affrettato in locomotive, in inseguimenti,
in amori respinti tanto incomprensibili che è arduo dire
chi amava, chi si ritraeva, la trama improvvisa dell’aria pesante
come il pensiero che se ne sta altrove finché un sorriso non lo espone a forza nella stanza.
Sveglia, ero irreparabilmente sveglia, con il vento che spingeva il telo blu
a prepotenze assurde e i campanelli eolici a patetiche note melliflue.
Se solo ci fosse stato un telefono, se solo avesse suonato
portando un invito a discutere dell’illuminazione, del suo possibile accadere
come tre piccoli starnuti in fila o come le conclusioni in Mahler, la musica
che sorge e crolla così tante volte che hai smesso di aspettarne l’ultimo sussulto.
E ancora, al di sopra di tutto, il vento ha continuato con la sua estasi elegante, le sue rapide,
ha continuato ad essere la coltre, l’arrossire, il rabbrividire del cielo,
ha continuato a rimpatriare piccole ossa craniche e a riportare
il fantasma dei piccioni viaggiatori, i loro acri e acri d’ali
rabbuiando ancora la notte già buia, il vento ha continuato a rigirarsi,
a frustare fuochi accumulati, per poi cadere in una tregua simile al silenzio degli adolescenti
con intenzioni serie di suicidio.

 

UN’OPERA IN BLU

La luce cadeva da alberi simili a lance, simili a verdi giovani lucertole
in equilibrio al margine del giallo, a respirare con ogni parte del corpo.
Usignoli cantavano non visti in ogni singolo corniolo di una schiera,
e il cielo splendeva di una delicata opera in blu
in un giorno in cui il mondo avrebbe potuto non aver paura,
scegliere l’amore, un giorno che mi faceva desiderare di avere dentro ogni cosa
esattamente come un tempo tenevo mia figlia palpitare nel mio corpo.

Per conto mio in città, vedevo mio marito
camminarmi avanti sul mio stesso lato della strada. Il traffico scorreva lento.
La tenera maschilità del suo affrettarsi smuoveva gli ingranaggi del mio cuore.
Portava un bicchiere in una mano, una borsa nell’altra,
due semplici contenitori a contenere, pensavo, l’insieme delle possibilità matrimoniali.
Arrivati insieme all’angolo, si sporgeva verso il finestrino per entrare in auto
come un’anima profetica del mondo interiore e mi offriva
un drink delicatamente effervescente.

 

TUTTI

Il prigioniero non può andare avanti, ma lo fa.
Il mendicante non può continuare a mendicare, eppure guarda–
Domani sarà nel vicolo, a porgere una ciotola
A chiunque, anche a un giovane, magari più povero, bambino.
La madre non può andare avanti a credere,
Ma si inginocchierà per ore nella cattedrale,
Stringendo il silenzio tra le braccia.
La pioggia continua, per giorni, a volte, e disperiamo,
Tanto spesso quanto non da soli.
Il pescivendolo, il campanaro, il cuoco, ognuno
Può essere corrotto in modi meno che disastrosi.
Niente può prendere il posto delle brezze del mare a cui nascesti.
Niente può resistere al timido dolore nel palmo della mano
Che tendi fermo all’indovina.
I leoni di cemento sui suoi passi continuano
A fare viaggi esangui, e poi continuano
A cacciare nell’aria più a lungo di quanto uno di voi sarà vivo a guardare,
A cacciare ancora dopo che tutti i vostri futuri saranno trasfigurati in iridi
e mancanza di colpa.

 

 

 

Barbara Ras is the author of four poetry collections: The Blues of Heaven (University of Pittsburgh Press, 2021); The Last Skin (Penguin, 2010), winner of the Texas Institute of Letters best poetry book for 2010; One Hidden Stuff (Penguin, 2006); and Bite Every Sorrow, which won the Walt Whitman Award and also received the Kate Tufts Discovery Award.  She is the editor of a collection of short fiction in translation, Costa Rica: A Traveler’s Literary Companion. She is the recipient of a fellowship from the John Simon Guggenheim Memorial Foundation. Ras has been a resident at the Rockefeller Foundation’s Center at Bellagio and has taught at Convivio, a summer writing and arts conference held in the borgo of Postignano, outside Spoleto. She is the founding director emerita of Trinity University Press and lives in San Antonio, Texas.


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