Pubblichiamo in anteprima un estratto da “La Norma sbagliata” di Anne Carson, uscita nella traduzione italiana di Patrizio Ceccagnoli per Utopia.
“Simposio” di Platone: Preludio
Un simposio era solitamente una festa tra gentiluomini a base di vino. Ma il simposio in questione è insolito. È andato avanti per ore senza alcol. I partecipanti hanno concordato fin dall’inizio di rinunciare al vino per intrattenersi a vicenda con discorsi in lode dell’amore. Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane e Agatone hanno già parlato; Socrate si sta abbandonando agli applausi quando qualcuno bussa alla porta. Alcibiade entra a tentoni, molto rumoroso, ubriaco e coperto di ghirlande. Ne segue una chiassosa confusione. Quando i loro occhi si incontrano, Alcibiade e Socrate si scambiano una finta dimostrazione di gelosia tra amanti (ma forse è reale). Alcibiade proclama che tutti dovrebbero ubriacarsi subito come lui. Insiste per pronunciare un discorso simposiaco, non in lode dell’amore, ma in lode di Socrate. Drappeggia le sue ghirlande su Socrate e inizia a parlare.
Ecco il mio elogio di Socrate:
inizia con una somiglianza,
tanto per darvi un’immagine mentale.
(Le immagini sono vere):
quella bambola di sileno
che vendono nei negozi,
sapete quella che
si può spezzare in due
e sorprendentemente dentro ci si trovano
delle piccole figure di dei –
lui è così. Assomiglia un po’
anche al satiro Marsia.
Ha le labbra di Marsia
solo che Marsia accosta le labbra
al suo flauto
per incantare.
Socrate parla e basta.
Qui parlare è comune.
Ad Atene gli oratori sono amati, per esempio Pericle.
Ora Pericle è bravo, ma
ad ascoltarlo può essere piuttosto prevedibile.
Quando Socrate parla, invece,
provo qualcosa di inquietante,
non so cosa
sia – una sensazione selvaggia
come un colpo al cuore, o come ballare –
quelle notti in cui si balla come in trance
e ci si guarda allo specchio per accorgersi di essere in lacrime.
Non sono ubriaco.
È diverso.
So che sembra
la solita storia,
ma quell’uomo può farti perdere la testa.
Le sue parole mi hanno fatto piangere.
Sono scappato da lui.
Non posso vivere così.
Mi dice (il che è vero) che
i miei valori sono tutti sbagliati: che voglio compiacere la folla.
Dice che tutta la mia vita
è di cartapesta.
Be’, non voglio stare seduto accanto a questa sirena finché non muoio di vecchiaia.
Allora qual è il motivo per cui non riesco a voltare pagina?
La risposta è semplice. Vergogna.
È l’unico uomo al mondo che sa leggere il mio gioco.
Eppure il fatto è che, se dovesse
scomparire dal mondo,
il mio cuore
morirebbe di fame.
Torniamo
alla mia analogia iniziale:
Socrate
come satiro.
Come si sa, gli piacciono gli uomini belli.
Vicino a loro si illumina, si aggira per la stanza
sfrigolando
come un vapore frizzante.
Allo stesso tempo
afferma di non sapere nulla,
di essere ignorante,
vuoto, l’opposto di saggio.
È un travestimento piuttosto efficace.
Ma se si guarda dentro,
ci si trova qualcosa di completamente diverso –
non come l’oro, non come Dio,
non come qualsiasi altra bellezza –
l’ho intravisto una volta.
E poi
ho dovuto fare tutto quello che diceva.
Ma il mio calcolo era:
lui è seriamente invaghito del mio aspetto e del mio fascino –
tutto ciò che faccio è gratificarlo,
dunque mi dirà tutto quello che ha in testa.
Tale era la mia opinione sul mio aspetto e sul mio fascino.
Ho mandato via tutti e l’ho incontrato da solo.
(Socrate, parla pure
se sbaglio).
Davo per scontato, vedete, che saremmo subito caduti
in una di quelle conversazioni speciali tra innamorati che restano soli.
Be’, non è successo niente.
Ha conversato come al solito. A fine giornata è tornato a casa.
L’ho portato in palestra.
Ci siamo allenati.
Abbiamo lottato.
Completamente soli.
Non è successo niente.
«Socrate: 2 – Alcibiade: 0»,
mi sono detto.
Così ho smesso di fare il timido,
l’ho invitato a cena.
«Mmmh», ha detto, ma alla fine, a malincuore, ha accettato –
come se io fossi l’amante e lui
il ragazzo desiderato!
La prima volta che è venuto, ha solo mangiato e se n’è andato.
La seconda volta, ho usato uno stratagemma.
L’ho fatto parlare fino
a notte fonda.
Quando si alzò per andarsene, dissi
«è tardi,
sei stanco,
senza dubbio un po’ sbronzo,
rimani». Si sdraiò sul lettino accanto a me.
Ora, la parte successiva
non ve la confiderei
se non fossi
A: ubriaco
B: troppo onesto per fermarmi
C: come quelli che sono stati morsi da un serpente
e sanno solo parlare di morsi di serpente.
Ma ovviamente questo è peggio –
sono stato morso nel cuore o nell’anima o comunque la si chiami –
dalle parole filosofiche di quest’uomo:
quelle parole sanno centrare il bersaglio.
Colpiscono, feriscono, penetrano
in profondità
nel sistema,
ho un sistema molto delicato.
E quelle parole mi fanno fare
quello che vogliono.
Ora però, guardandomi intorno in questa stanza
vedo
che quasi tutti voi avete condiviso –
dovrei dire la folle? Dovrei dire la sublime? –
l’esperienza
della filosofia di Socrate:
Agatone, Fedro,
Erissimaco, Pausania,
Aristodemo,
Aristofane –
se vi dico
cosa ho fatto e cosa ho detto,
signori,
usatemi la vostra compassione, per favore.
Tornando a quella notte:
la lampada era spenta, gli schiavi si erano ritirati.
Inutile essere sottili, pensai. Dillo e basta.
Lo scossi.
«Stai dormendo?».
«Be’, no».
«Ti dico cosa ho deciso».
«Va bene, dimmi».
«Tu, secondo me, Socrate,
sei l’unico degno amante che abbia mai avuto.
Ma sei timido all’idea di iniziare qualcosa.
Ecco la mia posizione:
non soddisfarti sarebbe una follia da parte mia.
Questo», [indica se stesso],
«o qualsiasi altra cosa tu voglia – la mia ricchezza, i miei amici –
è tuo. Ho un solo obiettivo:
essere il miglior Alcibiade possibile.
Tu potresti aiutarmi. Meglio di chiunque altro.
Mi vergognerei di non dare a un uomo come te
tutto ciò che desidera».
A questo punto Socrate, con il solito tono ironico,
mi disse «caro Alcibiade,
non sei uno sciocco dopotutto
se riconosci in me il potere di renderti migliore.
Deve essere un tipo di bellezza molto diversa dalla tua,
un tipo raro, straordinario –
quindi quello che stai proponendo
è uno scambio di bellezza per bellezza?
È un accordo equo? La tua bellezza per la mia? Una presunta per una vera?
Sembra il solito vecchio affarone del bronzo in cambio dell’oro».
Poi mi mise in guardia dagli affari in generale,
disse qualcos’altro sugli occhi dell’anima,
e questo è quanto.
Dichiarai di aver espresso chiaramente i miei sentimenti
e che ora toccava a lui.
Disse «va bene».
Avevo scoccato il mio dardo, per così dire.
Abbastanza sicuro di aver fatto centro.
Così mi alzai, gettai il cappotto sopra di noi – era inverno –
mi infilai sotto il suo mantello e abbracciai quest’uomo miracoloso.
E restammo così per tutta la notte.
(Socrate, parla pure se dico una bugia).
Ora, signori della giuria, io vi chiedo:
non mi ha forse schernito, disdegnato, deridendo il mio aspetto e il mio fascino?
Non lo considerate un insulto?
Perché giuro sugli dei e su tutte le dee,
quando mi sono alzato la mattina non avevo dormito con Socrate
in maniera diversa da quanto avrei fatto con mio padre o mio fratello.
Potete immaginare in che stato fossi.
Offeso, sì, ma meravigliato
dall’autocontrollo di quell’uomo!
La sua forza interiore, la sua integrità sono impareggiabili.
Quindi non volevo reagire istericamente e perderlo,
ma non avevo idea
di come sedurlo.
Sapevo che il denaro non gli interessava.
E avevo già giocato
quello che pensavo fosse il mio asso nella manica (l’aspetto e il fascino).
Ero sconcertato, abbagliato, non sapevo cosa fare.
Poi fummo richiamati: l’inverno non è
un buon periodo per andare in guerra.
Potidea,
l’assedio,
abbiamo bivaccato insieme.
Be’, prima di tutto, le difficoltà non erano nulla per lui.
Poteva fare a meno del cibo,
poteva farci sbronzare rimanendo sobrio.
Ma il suo atteggiamento verso il freddo
ci stupiva più di tutto il resto… Gli inverni lì sono feroci: una volta
abbiamo avuto una tale gelata che nessuno voleva lasciare la tenda,
o, nel caso, indossavano tutti i vestiti a disposizione
e si avvolgevano i piedi in feltro e vello.
Quest’uomo uscì in maniche di camicia,
senza scarpe,
e attraversò il ghiaccio
senza lamentarsi.
Gli altri lo guardarono con diffidenza.
Aveva «un cuore potente»
come un eroe di Omero.
Li preoccupava.
Ecco un altro esempio.
Un giorno di buon mattino fu colpito da un pensiero
e rimase fermo fin dall’alba nello stesso punto, in piedi,
a riflettere.
Non riusciva proprio a venirne a capo,
continuò a stare fermo, in piedi, continuò a riflettere.
Arrivò mezzogiorno.
Gli altri lo notarono.
«Socrate è rimasto fermo nello stesso punto dall’alba»,
si dicevano l’un l’altro,
«pensando a qualcosa».
Era una giornata estiva particolarmente calda.
La sera alcuni portarono le loro lenzuola fuori
e lo osservarono per vedere se sarebbe rimasto lì tutta la notte.
Rimase lì tutta la notte.
E all’alba, dopo aver pregato il sole, se ne andò per la sua strada.
Eccone un altro. Questo è bello.
È stato il giorno in cui i generali mi diedero
la mia medaglia d’onore.
Quest’uomo qui, nessun altro, devo ringraziare
per avermi salvato la vita.
Ero ferito. Si è rifiutato di andarsene.
Mi ha portato via dal campo con le mie armi intatte.
Ho esortato tutti i più alti ranghi
a dare a te la medaglia quel giorno,
Socrate, sai che è vero.
Non puoi rimproverarmi.
Tu l’hai rifiutata con un sol gesto.
E poi la battaglia di Delio,
la grande ritirata.
Io ero a cavallo, Socrate a terra.
Lui marciava accanto a un altro uomo,
del tutto calmo, completamente imperturbabile –
in effetti, per rubare una tua frase,
Aristofane,
se posso,
«si pavoneggiava come un martin pescatore»,
lanciando occhiate da una parte all’altra,
facendo capire chiaramente che non era uno con cui scherzare.
Naturalmente lui e il suo compagno tornarono a casa sani e salvi.
Questa è una lezione di guerra:
comportati con freddezza, nessuno ti tocca.
Ah, quante lezioni, quante storie
se ne avessi il tempo.
Tanti grandi uomini con cui confrontarlo.
Pericle! Achille! Nestore! Tutti quegli eroi
celebrati, del presente e del passato –
ma no.
Nessuno è così.
Il suo strano modo di essere.
Il suo strano modo di parlare.
Non c’è somiglianza che regga.
Almeno non tra gli esseri umani.
Torniamo
alla mia analogia iniziale:
satiri e sileni.
Quello che ho dimenticato di dire prima –
il suo linguaggio si apre in due
proprio come quelle bambole.
All’inizio tutto ciò che dice
sembra vagamente bizzarro:
sono tutti asini, calzolai e uomini che conciano il cuoio,
sempre gli stessi esempi,
sempre lo stesso gergo.
Ma guardate dentro!
Si aprono
in qualcosa di sorprendente!
Chiamalo un dio, o una perfezione morale,
o un inspiegabile affarone d’oro puro –
le sue sono le uniche parole che hanno senso!
E questo, signori, è il mio elogio di Socrate.
L’ho mescolato con un pizzico di biasimo.
Dopotutto ha insultato il mio orgoglio.
Perché sappiamo tutti che un amante e il suo
ragazzo non sono intercambiabili.
Eppure Socrate si comporta come se lui fosse il ragazzo abbagliante
e io il vecchio che implora amore.
Ha fatto lo stesso
con molti altri.
Agatone, fai attenzione.
Non voglio dire che sia un imbroglione.
Non voglio dire che tu sia uno sciocco.
Ma ricorda cosa ci hanno detto a scuola,
soffrendo si impara.
Ora tocca a te.
“Simposio”: Postludio
Così Alcibiade conclude il suo discorso. Gli altri ridono, perché percepiscono che è ancora molto infatuato di Socrate. Poi Socrate lo rimprovera, accusandolo di voler creare problemi tra lui e Agatone. Così, attraverso i protocolli da gentiluomo e i giochi simposiaci, emerge il tradizionale triangolo erotico: Alcibiade ama Socrate, che a sua volta ama Agatone, il cui amore non è espresso. Proprio in quel momento il simposio viene invaso da una folla di festaioli. Ne consegue il caos. Bevono molto vino. Passano le ore, ma all’alba la maggior parte degli ospiti è già tornata a casa o è svenuta sul pavimento. Solo Agatone, Aristofane e Socrate sono ancora lì, ancora svegli, ancora a bere, ancora a filosofare. Verso l’alba Agatone e Aristofane si appisolano. Socrate li avvolge nei loro mantelli e se ne va per la sua strada.