Ode al vento occidentale

di Percy Bysshe Shelley. Traduzione di Luca Alvino.

I

O tu, selvaggio vento occidentale,
respiro dell’autunno, dalla cui
presenza impercettibile le foglie
morte sono sospinte come spiriti
che fuggono da un mago incantatore,
pallide, e gialle, e nere, e rosse come
la febbre, moltitudini dal morbo
colpite: o tu che guidi al letto gelido
e oscuro i semi alati, dove giacciono
freddi e profondi, come in una tomba
un corpo, finché non farà la tua
sorella azzurra della primavera
cader sulla sognante terra il suono
della sua tromba, e riempirà di vividi
colori e di profumi il colle e il piano,
(nell’aria conducendo come un gregge
a pascolare i dolci suoi boccioli):
o spirito selvaggio, che ti muovi
ovunque, e annienti e curi; ascolta, ascolta!

II

Tu nella cui corrente si disperdono
le nuvole vaganti, come foglie
marcite della terra, nel subbuglio
del cielo ripido, dagli intricati
rami del cielo e dell’oceano scosse,
angeli della pioggia e della folgore:
cosparse sull’azzurra superficie
dei tuoi marosi eterei, come fulgida
chioma che sollevata sopra il capo
d’una Menade fiera, dal confine
tenue dell’orizzonte va ad attingere
lo zenit, come i riccioli del prossimo
diluvio. O pianto funebre dell’anno
morente, a cui la notte che finisce
sarà la volta d’un sepolcro immenso,
cupola in cui si aggrega la potenza
e l’atmosfera densa dei vapori,
da cui una pioggia nera esploderà
insieme a fuoco e grandine: oh, ascolta!

III

Tu che l’azzurro mar Mediterraneo
dai sogni estivi risvegliasti, mentre
cullato dalle onde cristalline
egli giaceva, accanto a un isolotto
di pomice nel golfo presso Baia,
e nel sonno palazzi antichi e torri
tremolanti guardava nella luce
del giorno che era ancora più splendente
dell’onda, ricoperti dagli azzurri
muschi e da fiori così dolci che
nel descriverli i sensi vengon meno!
Tu, per i cui sentieri si dividono
in abissi le eroiche superfici
dell’Atlantico, mentre nel profondo
fiori marini e boschi limacciosi,
che vestono le foglie senza vita
dell’oceano, conoscon la tua voce,
e d’un tratto son grigi di paura,
e tremano e si spogliano: oh, ascolta!

IV

Foss’io una foglia morta che condurre
tu potessi; o una nuvola veloce
per volare con te; un’onda che sbuffa
sotto la tua potenza, a condividere
l’urto della tua forza, solamente
men libero di te, o inarrestabile!
Potessi almeno, come da bambino,
esser compagno al tuo vagabondaggio
nel cielo, come allora, quando il passo
tuo rapido e celeste superare
non era solamente una chimera;
mai io nel mio bisogno doloroso
a te sarei venuto in questa prece.
Levami come un’onda, come nuvola,
come una foglia! Cado sulle spine
di questa vita e sanguino. Il pesante
fardello delle ore mi ha asservito
e soggiogato: io a te troppo simile,
impavido, e veloce, ed orgoglioso.

V

Fai di me la tua cetra, come già
tu fai della foresta: cosa importa
se come le sue foglie anche le mie
cadono, se il tumulto delle tue
poderose armonie solleverà
da entrambi un canto grave ed autunnale,
dolce seppure triste. Che tu sia
il mio spirito, o spirito orgoglioso!
Accompagna attraverso l’universo
i miei pensieri morti come foglie
appassite, affinché una nuova nascita
possano avere! E per l’incantamento
di questi versi, spargi in mezzo agli uomini
le mie parole, come le faville
insieme con le ceneri, da un cuore
che ancora non è spento. Ed attraverso
le mie labbra sii tu per la dormiente
terra la tromba d’una profezia!
O vento, se l’inverno sta arrivando,
potrà la primavera esser lontana?

(Traduzione di Luca Alvino)

***

I

O wild West Wind, thou breath of Autumn’s being,
Thou, from whose unseen presence the leaves dead
Are driven, like ghosts from an enchanter fleeing,
Yellow, and black, and pale, and hectic red,
Pestilence-stricken multitudes: O thou,
Who chariotest to their dark wintry bed
The winged seeds, where they lie cold and low,
Each like a corpse within its grave, until
Thine azure sister of the Spring shall blow
Her clarion o’er the dreaming earth, and fill
(Driving sweet buds like flocks to feed in air)
With living hues and odours plain and hill:
Wild Spirit, which art moving everywhere;
Destroyer and preserver; hear, oh hear!

II

Thou on whose stream, mid the steep sky’s commotion,
Loose clouds like earth’s decaying leaves are shed,
Shook from the tangled boughs of Heaven and Ocean,
Angels of rain and lightning: there are spread
On the blue surface of thine aëry surge,
Like the bright hair uplifted from the head
Of some fierce Maenad, even from the dim verge
Of the horizon to the zenith’s height,
The locks of the approaching storm. Thou dirge
Of the dying year, to which this closing night
Will be the dome of a vast sepulchre,
Vaulted with all thy congregated might
Of vapours, from whose solid atmosphere
Black rain, and fire, and hail will burst: oh hear!

III

Thou who didst waken from his summer dreams
The blue Mediterranean, where he lay,
Lulled by the coil of his crystalline streams,
Beside a pumice isle in Baiae’s bay,
And saw in sleep old palaces and towers
Quivering within the wave’s intenser day,
All overgrown with azure moss and flowers
So sweet, the sense faints picturing them! Thou
For whose path the Atlantic’s level powers
Cleave themselves into chasms, while far below
The sea-blooms and the oozy woods which wear
The sapless foliage of the ocean, know
Thy voice, and suddenly grow gray with fear,
And tremble and despoil themselves: oh hear!

IV

If I were a dead leaf thou mightest bear;
If I were a swift cloud to fly with thee;
A wave to pant beneath thy power, and share
The impulse of thy strength, only less free
Than thou, O uncontrollable! If even
I were as in my boyhood, and could be
The comrade of thy wanderings over Heaven,
As then, when to outstrip thy skiey speed
Scarce seemed a vision; I would ne’er have striven
As thus with thee in prayer in my sore need.
Oh, lift me as a wave, a leaf, a cloud!
I fall upon the thorns of life! I bleed!
A heavy weight of hours has chained and bowed
One too like thee: tameless, and swift, and proud.

V

Make me thy lyre, even as the forest is:
What if my leaves are falling like its own!
The tumult of thy mighty harmonies
Will take from both a deep, autumnal tone,
Sweet though in sadness. Be thou, Spirit fierce,
My spirit! Be thou me, impetuous one!
Drive my dead thoughts over the universe
Like withered leaves to quicken a new birth!
And, by the incantation of this verse,
Scatter, as from an unextinguished hearth
Ashes and sparks, my words among mankind!
Be through my lips to unawakened earth
The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?

Percy Bysshe Shelley (Field Place, Sussex, 4 agosto 1792 – mare di Lerici, 8 luglio 1822) è uno dei più grandi lirici romantici inglesi. Tra le sue opere più note l'Ode al vento occidentale (Ode to the West Wind), A un'allodola (To a Skylark), La maschera dell'anarchia (The Masque of Anarchy). Quelli che vengono considerati i suoi capolavori furono i poemi narrativi visionari come il Prometeo liberato (Prometheus Unbound) e l'Adonais (Adonais). Divenne l'idolo delle due-tre generazioni successive di poeti (inclusi i grandi vittoriani, Robert Browning, Alfred Tennyson, Dante Gabriel Rossetti, Algernon Swinburne e William Butler Yeats); Shelley fu apprezzato anche da Karl Marx. Appartenente alla seconda generazione romantica inglese, divenne inoltre famoso per la sua amicizia con i contemporanei John Keats e Lord Byron e, come loro, per la sua morte prematura, avvenuta in giovane età. Shelley infatti, dopo una vita errabonda, tragica e avventurosa, annegò nel mare di fronte a Lerici, in Italia, all'età di circa trent'anni. Shelley è inoltre noto per essere stato il marito di Mary Wollstonecraft Shelley, l'autrice del romanzo Frankenstein, figlia di Mary Wollstonecraft e William Godwin, filosofo anarchico, il quale influì molto sulle idee politiche libertarie di Shelley. Tra le edizioni in lingua italiana di opere di Shelley: Poesie, a cura di Roberto Sanesi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1983; Poesie, a cura di Giuseppe Conte, Rizzoli, Milano 1989; Opere, a cura di Francesco Rognoni, Einaudi-Gallimard, Torino 1995; La necessità dell'ateismo, a cura di Federica Turriziani Colonna, Edizioni Nessun Dogma-UAAR, 2012.