Nicola Gardini, Il tempo e lo sguardo. Su ‘La camera da letto’ di Attilio Bertolucci

Da poco uscita per Garzanti una nuova edizione de’ La camera da letto di Attilio Bertolucci, a cura di Nicola Gardini, di cui pubblichiamo alcuni estratti della prefazione.

Il tempo e lo sguardo
di Nicola Gardini

Per il giovanissimo Bertolucci una poesia è momento breve, occasionale, ma non cronachistico, e neppure troppo decisamente soggettivo o riportabile a un hic et nunc certo. «Estasi», appunto: superamento di sé (l’io c’è, ma non si pronuncia) e del contingente; e trasfigurazione del visibile in archetipo. Il poeta ci dice, in buona sostanza, che la Poesia (uso la maiuscola per indicare una condizione ideale) è cosa del mondo; e il compito di chi scrive versi non è crearla, ma riconoscerla.
Si scorrano i titoli dei componimenti che stanno in Sirio: Vento, Mattino, Settembre, Mattino d’autunno, Ottobre, Solitudine, Inverno, Infanzia, Viaggio, Assenza, Sogno, etc. Come mostrano questi nomi, alla brevità si unisce una certa evasività o perfino assolutezza. Il singolo testo esprime una disposizione alla Poesia, un bisogno di Poesia, una pretesa di Poesia; meglio ancora: una coscienza di essere Poeta, indipendentemente dalle parole, o perfino nonostante le parole. Questa vaghezza, se è propria delle sue origini, condiziona in permanenza la voce di Bertolucci, trasferendosi di libro in libro, di decennio in decennio, mentre l’astrattezza delle forme si scioglie nell’amore crescente per il concreto e per lo storico della realtà evocata o ricreata, e pur sempre impegnandosi a tenere intatto il puer e a riproporlo perfino in un libro tardo e, per certe potenti innovazioni metrico-sintattiche, alquanto diverso come Viaggio d’inverno, apparso nel 1971, ovvero più di quattro decenni dopo l’esordio.

[…]

La lirica breve, a un certo punto, appare solo una parte della vicenda, la facciata. Dietro ne è cresciuta un’altra, uno spazio nascosto, a partire dagli anni Cinquanta. Quel che non riusciva a farsi avanti cresceva internamente. Niente meno che un romanzo. Un romanzo in versi: La camera da letto, uno degli eventi più significativi nella storia della poesia del secondo Novecento. Nel 1984 e nel 1988, dopo parziali e clandestine apparizioni, questo spazio nascosto si rende infine accessibile a tutti per i tipi dell’editore Garzanti, in due libri: «per un totale di 9400 versi, suddivisi in quarantasei capitoli: il primo, ripartito in 29 capitoli, comprende 6303 versi; il secondo, in 11, comprende 3097 versi», come computa Gabriella Palli Baroni, iniziando il suo commento.

Romanzo in versi… Qui non importa entrare in questioni di genere letterario (voglio tenermi fuori dei discorsi dottorali), né discutere sul rapporto tra prosa e poesia, intricato, complesso, mai stabile in nessun caso particolare e in nessun’epoca, né riportare La camera da letto all’influenza di certi autori, ai quali Bertolucci stesso, d’altronde, si è sempre richiamato apertamente (li ho nominati qualche riga sopra, ma aggiungiamoci anche, almeno, Whitman, D’Annunzio e Pound, per rimanere solo nell’ambito letterario, perché molti altri se ne dovrebbero citare dal cinema, dalla musica, dal teatro, dalla pittura). E non importa neppure ricondurre – già più interessante della faccenda del genere – La camera da letto alla volontà di contestare semplicemente una volta
per tutte il paradigma della brevità, della purezza lirica, e dunque di tagliare con un bel taglio gordiano la testa a tutte, proprio tutte le più autorevoli tendenze contemporanee, che da quel paradigma, in un modo o nell’altro, anche nella contestazione più aperta, continuano a dipendere.

Si pensi solo che mentre Bertolucci dà avvio al «romanzo», Montale sta per pubblicare la Bufera e altro, che della purezza lirica è il distillato ultimo e sublime, nonché un definitivo paradigma.
Qui importa, invece, considerare che cosa sia il progetto della Camera da letto per l’autore. La domanda da porsi subito, pertanto, è: che cosa significa per Bertolucci il concetto di “romanzo”? In che rapporto lo mette con la Poesia, o meglio con la sua idea di Poesia? Detto molto semplicemente, il romanzo, il suo romanzo, non è altro che l’espressione più pienamente realizzata della sua idea di Poesia. Non lo definiscono di per sé la trama o i personaggi (che pure esistono), ma il tempo: il tempo naturale, le ore, le stagioni, gli anni. Romanzo è la vita che passa, ed è la vita che si dà un aspetto per una serie di momenti esemplari, di episodi chiave: la scoperta del sesso, una paura, le avvisaglie di una malattia, un’esperienza estetica, un viaggio dalla campagna alla città, la nascita dell’amore, etc. Per Bertolucci romanzo è un po’ il temps perdu dell’adorato Proust, pur in assenza di un sistema interpretativo che sia anche solo lontanamente paragonabile alle funzioni del tempo nella Recherche. In un’intervista pubblicata nel 1980, però, Bertolucci collega la prima, primissima idea del suo romanzo o comunque il sogno di scrivere un romanzo ad altra fonte e ad altra tradizione linguistica:

sul «Baretti» lessi allora una pagina della freschissima, appena uscita Signora Dalloway di Virginia Woolf [si è dunque poco dopo il 1925], che mi fece sognare di poter scrivere, oltre che poesie, romanzi. Mi sembrava che non fosse più necessario architettare trame, impostare psicologie, ma solo, o liberazione, lasciarsi andare al flusso del tempo, meravigliarsi alle scoperte che una passeggiata per la città può miracolosamente presentare. Parma poteva essere non meno ricca di Londra, anzi sentivo che lo era, per un cacciatore di sensazioni… Ma se mi mettevo a tentare di fermarle ricadevo inesorabilmente nella poesia.

[…]

Il tempo romanzesco, bertoluccianamente inteso, è tempo percettivo; passare delle ore e degli anni e simultaneamente coscienza sensibile di quel passare, sguardo sulle tracce: la casa, la campagna, la città, e tutto quanto vi stia dentro, senza differenza tra umani e no, in una sola uniformante compresenza, come nei quadri di un Bonnard o, ancor meglio, di un Vuillard, dove la figura umana rischia di mimetizzarsi con il muro retrostante, colore tra i colori. La vista è primaria in Bertolucci, “sensazione delle sensazioni”, e questo fatto, più generalmente, può anche aiutarci
a capire perché, messo alla prova sul terreno della musicalità, Bertolucci possa deludere, o quanto meno eludere – e mi riferisco a tutta l’opera bertolucciana, incluse le cose brevi. La sua musica non tende alla rima (che, infatti, si dà di rado, come “per troppo di volontà”), cioè non sta in un ritmo prioritariamente uditivo. Il ritmo, per Bertolucci, occupa la sintassi, il discorso, che è spazio, assai più che il verso, che è costruito su armonie sonore; occupa il raggio mai fermo dell’osservazione, dunque, la scena (anche nel senso in cui la intende Henry James, composizione di elementi seletti per fare un’“atmosfera”), più che l’esecuzione vocale. L’opposto di Montale, in pratica, ancora una volta (o anche di Giudici).

Bertolucci è un lirico, ma non un melico. Per questo dà il suo meglio dove, come appunto nella Camera da letto, la sintassi e la scena hanno licenza di distendersi ben oltre i confini del genere lirico, procedendo libere, davvero in aperta campagna, fuori dei sentieri battuti. Dà il suo meglio e dà un certo meglio della poesia secondonoventesca: un discorrere leggero e saturo in una volta; un descrivere che non scade mai in didascalia; una dolcezza che non riposa sull’eufonia ma deriva dalla generosità e dalla libertà dello sguardo, che sembra possedere pienamente la struttura molecolare delle apparizioni.

 

NB: Questi estratti sono sprovvisti delle note a piè di pagina con le citazioni, per cui rimandiamo all’edizione cartacea.