Michael Hofmann, Gli anni

Otto poesie di Michael Hofmann da One Lark, One Horse (Faber&Faber, 2018) nelle traduzioni inedite di Mia Lecomte e Andrea Sirotti.

IDILLIO

Più buie, le finestre rifletteranno più forte
e nuove crepe si apriranno nei mattoni gialli.

Nessun lattaio o strillone, ma si presume
pizza da sgargianti volantini e offerte di prestiti sfacciati

continueranno a cadere nella buca delle lettere.
Una dopol’altra verranno disattivate le utenze,

mentre gli ordini permanenti collassano o perdono l’indirizzo,
benché qui non ci fosse più comunque granché da cucinare, da lavare

o telefonare – il frigo fermerà il ronzio,
il boiler la combustione spontanea – finché non resta nient’altro

che un odore ammuffito di gas. La polvere s’avvolgerà e addenserà
infine ai cavi intorno a tubi e fili;

ragnatele sempre più elaborate nasconderanno gli angoli;
macchie di ruggine e muffa e marcio si spanderanno cromaticamente

sotto i buchi nel tetto, irradieranno dai radiatori;
muschi infine e piccole erbe e perfino ammirevoli

fiori selvatici, lycoris infernale, un sambuco o buddleia, spingono le teste
attraverso le fessure fra le travi; un’inutile quantità di libri –

chi mai ne potrà leggerne tanti – intratterrà le tarme,
generazioni di onischi industriosi e cimici

lasceranno i cadaveri sulle appiccicose superfici da lavoro,
e uno o due piccioni uncineranno i piedini all’acquaio incrinato

rimuginando assenti sulle regali dita rosate.

 

POESIA

Quando tutto è detto e fatto, rimane
la svolta gioiosa a te
apparentemente la più vecchia, calda, e molto probabilmente
miglior cosa in me da reprimere,
quasi tu fossi morta,
oppure io.

 

NOTTE

Va tutto bene
A meno che tu sia solo o sotto attacco.
Quello strano sforzo
Per riposizionarti. Lavanderia, spesa,
Ore, il telefono – se non malinformato –
Che suona sempre solo per te, se mai suona.
La notte – a te decidere,
Tra bevuta, o libri, o sdraiato lì
Sulla schiena, o rannicchiato.

Un imbarazzo di povertà.

 

DERRICK

L’alquanto tentacolare
ortografia squadrata. Sempre
nella mia mente per metà –
associata con l’irsuto
quattordicenne che vidi
sul giornale
aveva denunciato la sua locale

autorità educativa
per tenere la barba,
causa una sorta di necessità
medica. Il mio vicino
prese residenza
accanto a questo giovane
nella mia testa. Derrick.

Sbarbato, gallese,
tarchiato, lugubre,
i capelli grigio acciaio
apparentemente divisi
con un pettine d’acciaio.
Pantaloni della tuta,
racchetta di grafite, pensionato

da questo o quello,
forse ex militare.
Una lamentosa sonorità.
Se ci indovino,
India. Un nonno
in spe, poi di fatto.
Era timido lui, lo ero io.

Al culmine delle cose
mi rifilò dei ritagli
dal Telegraph,
e parlammo di militaria (stavo traducendo
Ernst Jünger –
benché non in tempo per lui).

Un qualche gene paesano
gli aveva conferito
l’atavica abitudine
di stare fuori
della porta di casa per ore
a braccia incrociate,
scrutando la scena.

Forse un frustino
da parata.
Conosceva la strada
come io non conoscevo lui,
passò anni disponendo piante
e perseguitando graffiti
in una piccola aiuola canina

sotto il ponte della ferrovia,
giocava a tennis
nei campi aziendali,
teneva l’orecchio aperto
alle chiacchiere locali.
Come un arbusto perenne
stava là

sotto le altee di sua moglie –
ora tutti e due sottoterra,
attacco di cuore (lui),
anni di chemioterapia (lei)
al Royal Free (e easy),
seppellita dal St Dominic’s
in fondo alla strada,

la corte orfana,
l’aiuola problematica
improbabilmente in fiore,
i vicini che trascinano i piedi
le altee (rosa),
più relazioni locali
di quante ne avrò mai.

 

COSA MORTA

Una cosa morta fluttuava giù per il fiume a Tartu.
Pensavo in principio fosse legno,
Un tronco marcescente, certe vestigia affilate e resistenti.
Un tavolino basso capovolto, con gli artigli,

Imperturbabile. Gonfio, come un salvagente.
Un capo e una coda, ma una
Certa quota di discrezione, come una tartaruga.
Ma morta. Sotto i salici una carcassa.
Di proposito giù per il fiume, come una bionda nel Venti.
Mogano morto.
Pallone coi lacci morto.
Brillantina e basette morte.
Morto e andato.

 

COVENTRY

Io e lui nella stanza dei candelabri, gli unici
che non parlano con nessuno. Io e un uomo il doppio della mia età,
che sfortunatamente lo colloca a centododici.

Potrebbe essere il fratello più vecchio di Ernst Jünger, un esausto cherubino con una ferita di guerra.
Ha capito che, se da solo devi essere,
allora come un bombardiere suicida in mezzo a un gruppo di persone.

Sventagliate di radar. Una specie di girandola. Ultra – raggiungibile.
Immagino spento il suo apparecchio acustico. Procura la socievole spinta umana.
Spalle. Piedi. Mi scusi.

 

LISBURN ROAD

Qualche metro di vinili piuttosto consumati,
Sotto la cisterna che a Londra a volte esonda sul portone,
I visitatori col morbo del legionario a causa dello sgocciolio. Libri in quattro paesi,
Gli stessi libri. Neanche un giradischi. Nessuno di questi è un vanto.

Stivali, golf, jeans di tempi pre-stilisti.
Documenti, certificato di nascita, passaporti morti, gli angoli amputati
Il mio diploma, la mia sentenza.
Lettere di mia madre non aperte.

Tre fascicoli di tasse, vecchie carte d’imbarco,
Monete, buste ammucchiate, incollate al fondo o non incollano.
Il mondo qualunque di password, streaming e cloud –
Oh, volatili stream e cloud.

Un baule contenente una valigia contenente una sacca,
L’equivalente da viaggio di un tacchino ripieno,
Tarmato fino alla sodomia.
Vestiti da bambini, OshKosh, mai messi.

Due dipinti di un tale chiamato Smith, americano a Parigi, o inglese a New York,
uno di “Puck” Dachinger, un nudo nero inchinato in camiciola rosa,
Con una stufa nell’angolo, graffiata col retro del pennello:
Deliri dall’internamento sull’isola di Mann.

Sangue su una delle porte, pesca su uno dei muri (non chiedere).
Due bottiglie di plastica con mescal Samogon ingiallito
Del Messico, sigillate con giri extra di plastica.
Immagina di viaggiare con liquidi.

Tappeti afgani. Una fresa, uno spremi-aglio.
Una buffa tazza. Saluti Porky Prime Cut incisi nel solco iniziale,
Quando non solo ascoltavi i dischi,
Li tenevi in alto alla luce e li leggevi.

 

GLI ANNI

Nulla che mi abbia costretto a una spiegazione
E comunque non ne ho date.

Devo essere stato una vittima virtuale,
Martire in ritardo del Millenium Bug.

Nessuna spontaneità o insubordinazione.
Neanche una capacità di riserva.

 

Michael Hofmann (Friburgo, 1957) è un poeta e traduttore tedesco formatosi nel Regno Unito. È autore in inglese di due volumi di saggi e cinque raccolte poetiche, la più recente delle quali One Lark, One Horse (Faber&Faber, 2018). Tra le sue traduzioni: testi teatrali di Bertold Brecht e Patrick Süskind; poesie scelte di Durs Grünbein e Gottfried Benn; e romanzi e racconti, fra gli altri, di Franz Kafka, Joseph Roth, Peter Stamm, il padre Gert Hofmann, Thomas Bernhard. Collabora regolarmente con la “London Review of Books” e la “New York Review of Books”, e insegna presso il dipartimento di inglese dell’Università della Florida. In Italia una scelta di suoi testi è stato tradotta da Gianluca Guerneri per l’”Almanacco dello Specchio” (Mondadori, 2005; poi ripresa su Perigeion: https://perigeion.wordpress.com/2015/03/30/michael-hofmann-poesie/)