Marilena Renda, Fate morgane

Nove poesie inedite.

 

Se li guardi da vicino, i templi mostrano un animo nobile.
Sono i convitati di un banchetto divino,
e se temono il futuro non lo danno a vedere.
Due volte ho viaggiato per incontrarli
e due volte sono rimasta sulla soglia, la prima con te,
poi con una guida che disprezzava il mio terrore degli dei.
Tu giocavi al demiurgo, frequentavi solo gli spettacoli creati da te.
Avevi case, terre e una madre nobile, lo stemma sulla facciata
della casa di famiglia e molti comodini ancien régime.
Un giorno eravamo ad Aragona per fregare una coppia di artisti,
gli hai detto che se sborsavano un milione
un catalogo li avrebbe consacrati.
Ho confessato che non avevi tutti quei titoli.
Non erano ancora morti quei bambini,
seppelliti dall’onda di fango dei vulcani bassi
che prima d’allora avevano molte volte minacciato i turisti,
anche se mai Legambiente era andata a fondo della questione.
In macchina mi avevi insultato per ore,
invocando la lesa maestà e l’ulivo di tuo padre,
quello che non si sposta, il letto di Ulisse,
segno di un legame che non si spezza, la famiglia, la terra.
Dieci anni dopo hai ancora tutti i tuoi beni,
mentre io non ho visto i vulcani e non li vedrò più,
li hanno chiusi per sempre, sono lontani come la luna.

 

*

È vero, della natura non ti puoi fidare,
ma non dovresti nemmeno disturbare i vulcani.
Potrebbero, se vogliono, emettere
quella bava di fuoco per cui sono famosi
oppure un muro di metano e fango alto venti metri
che nelle belle giornate può sollevarsi
e seppellire una famiglia di tre persone.
Ci sono luoghi che non sono come appaiono,
fintamente inermi come queste colline,
o quelle isole che compaiono all’improvviso
e spariscono dopo una settimana,
terreno per fate morgane e inganni perfetti.

 

*

Se consideriamo che tra isole lontane
troviamo a volte molte somiglianze,
mentre isole vicine sono spesso assai diverse,
si spiegano allora molte cose dell’infanzia:
non capivo mia madre, mio padre, mai,
amavo il profumo di mia nonna nel letto
e desideravo i loro abbracci a dismisura,
ma quando si è trattato di far cantare il mondo
ho assoldato soldati di ventura, stupidi e spregiudicati,
che di notte mi insegnavano mostruose filastrocche.

 

*

Avvengono prodigi anche all’inverso,
per esempio un ponte a cui manca la mano,
una strada senza testa, una casa senza fegato.
Lo sguardo non crede a ciò che vede.
Com’è possibile che questo corpo sia stato spogliato
di un polmone nel sonno, o della milza mentre mangiava?
L’occhio aspetta che le forme si ricompongano
e che la verità sia ristabilita; finge di non sapere
che l’inganno non si è mai trasformato nel suo contrario.

 

*

Non può nemmeno dirsi mare, il tratto di stagnone
che collega Mozia alla terra. Più di ogni altra isola
questa appartiene ai morti, e i morti raccomandano prudenza.
La barca che lo attraversa deve procedere con cautela
su cinquanta centimetri di fondale, a ogni istante
può incagliarsi, ricordi, non riuscivamo a proteggere
Bianca dal sole, e tuttavia non avevamo paura,
sotto la pelle del mare potevamo vedere la strada
costruita per i carri, con la bassa marea si può attraversare,
e anche se il mare tenta di confondere le tracce
puoi sapere com’è, portare da mangiare ai morti.

 

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A Siracusa Freud vede delle piccole statue
di madri e fanciulle, alcune con neonati,
colte nell’atto di sorridere o camminare.
Qui ho visto il femminile, scrive a Jung,
ma non entra nei dettagli e non condivide
la scoperta nemmeno con Ferenczi,
che in viaggio si rivela esigente e molesto.
Tiene per sé la visione, scovata o no per caso,
vale un intero viaggio, ma non trova le parole,
forse l’ha desiderata troppo a lungo,
ed è inutile addobbare la verità di dettagli.
Scrive alla moglie, impossibile l’anno prossimo,
troppo costoso venirci in tre, in cinque, in undici,
dovrei mettermi a fabbricare fibbie e fiammiferi,
tengo la Sicilia per me, nessuno me ne voglia.

 

*

Goethe vede le stelle ma non crede alle apparizioni,
rimane se stesso in Sicilia anche quando il cielo
forma un arco di nuvole curve all’impossibile
che poggiano su terre vicine eppure distanti.
Non ha mai visto Cagliostro, ma finge di conoscerlo
per scoprire che faccia abbiano la menzogna e l’invenzione.
Scommetto, dice la madre, che non avete mai visto
la nostra grande festa di Rosalia, credetemi,
non c’è l’uguale al mondo. In albergo, lo specchio
è popolato da altri sé, sconosciuti che vorrebbero
offrire denaro ai Cagliostro, credere agli inganni,
che le favole esistono anche se non sappiamo
dargli un nome, ma è tardi, il viaggio è lungo,
può capitare di essere tentati dalla menzogna,
succede di imbattersi nell’oscurità che fa le stelle nere,
ma non ci si ferma, non si fanno offerte al buio.

 

*

A Taormina, Caitlin Thomas non era la benvenuta,
le fece capire la proprietaria di Casa Cuseni,
ma la bionda coi tacchi alti che si inerpicava per il sentiero
era nota per lo scarso autocontrollo, e non sapeva
che nel ’59 le donne in Sicilia dovevano sorvegliare
i gesti, le parole e pure i sogni. Fu vista fare le piroette,
ubriaca, la notte, sul viale che dà sul vuoto,
poi innamorarsi di un uomo robusto, del luogo,
trovare un nido come un passero qualsiasi.
A guardare la piega morbida dei capelli e delle mani
non sembrava affatto una sopravvissuta della poesia.

 

*

Sulla foto di Robert Capa, gli abitanti di due paesi sono discordi;
per gli uni, il contadino che indica la strada al soldato
è un tale Giovanni Maccarrone, che fu ucciso,
per rappresaglia, qualche ora dopo, dai tedeschi,
per gli altri si tratta di Francesco Coltiletti,
che morì di vecchiaia, anni dopo, nel suo letto.
In ogni caso, nell’urgenza non c’è modo di stare fermi.
In guerra, per esempio, non puoi non muoverti
ma d’altra parte non sei tu a muoverti, lasci che il braccio
indichi agli altri e a te stesso la direzione nello spazio,
dove sei, se lo sei, consapevole di dove vuoi andare.

 

Immagine: Robert Capa, Contadino e soldato americano, Troina, agosto 1943.