Marco Bini, New Jersey

da | Dic 26, 2020

Cinque poesie da New Jersey di Marco Bini, appena uscito, con la prefazione di Cristiano Poletti, per Interno Poesia.

Dovremmo credere ai cartelli quando come costole
spalancano al cuore spazio per pulsare,
se l’alluminio rifrange in cifre la misura
del divario fossile che basta a sentirci persi

o vederli come sfregi verticali al modo che abbiamo
di sbirciare l’orizzonte del nostro New Jersey
ma senza ponti per il centro dove agglomerarsi
nel nucleo vulcanico dove fabbricano la luce?

 

*

Fermati in un punto e guardati attorno verso le sei,
sei e mezza: le narici bruciano di ossigeno
e la notte sta sparendo veloce. Dove va a finire?
Si ritira nelle ombre e lì prosegue nel primo minuto

del giorno che inizia a sparire: ti si incolla addosso.
Ora sull’asfalto come fuori dalla tenda di Abramo.
C’è freschezza, quasi, e nitore, quando lo scarico del tir
è una prima sigaretta che punge al fondo della gola.

Un esordio eterno a quest’ora il cielo extraurbano emiliano.
Rimani fermo e guardalo mentre supera in azzurro
la comprensione: poi dovresti guardare la luce franare
sui calanchi, è così bella da fermare il cuore.

 

*

Formigine
(a partire dalla foto di Luigi Ghirri)

Non è il viottolo a perdercisi dentro, ma è la nebbia
che lo stende come stessero uscendo a chiamarci
tra le colonne in mattone–memoria della terra
di un rosso che ha senso sempre e ho sempre amato.

Il nome fa geometria – sembra “qui si dà la forma”
– ma è uno scampolo di Emilia simmetrica dove scappa quasi tutto:
anche l’occhio si stacca dall’idea di eterno
e oro medievale del fondo latte e luce,

prende la verticale del palo, sale fin dove sa arrivare.

 

*

I cieli si chiuderanno come un rotolo di scrittura.
Isaia, 34–4

 

Bologna città–stalagmite, fuori le mura
è quasi più acciaio che pietra.
Novecento puro la torre dell’Unipol impressa
dal logo liquido del sole
(Rothko, Gramsci, Montale tutti assieme)
nella calma minerale presidiata dai
server.

Ci sono anche i fiori, ma nessuno li capisce
aggrappati ai terrapieni, al riparo dei guard–rail:
ci lasciano andare, non dicono niente.
Crinali di colline al ritorno, cielo, cose che non so.
Continuate a darmi limiti,

spingetemi a frugare nel mucchio del visibile.
Diventate scrittura, accenti sul libro del mondo.
Parole:
…………….fatevi scrivere, tenetemi in vita.

 

*

A riassumerla non serve che lo spazio tra lampo e tuono,
otto secondi di sera autunnale per dire picchi
e inespresso di una vita che è bellezza, spavento, carbonio.

Vengono a riprendersela come gli olandesi le terre basse
e rimangono la cosa più stupida mai fatta, dettagli
sul trapasso, l’asfalto di un vicolo cieco pagato con le tasse.

Poi ci si divarica fino a spezzarsi e mancare diventa il pane
finito prima di cena, la fitta riordinando il cassetto.
Cosa rapiscono le palpebre, cosa ritengono e poi rimane,

amuleto egizio per il dopo? Forse il sorso di un rosso
buono o l’ebbrezza per una poesia che vorrei fosse mia;
di sicuro pre–sento mancare la sera sulle strettissime esse

per Castelvetro, l’immagine di sfondo salvata in memoria.

 

Immagine: Luigi Ghirri, dalla serie Sulla Via Emilia.


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