Lyra giovani

La seconda uscita della collana “Lyra giovani” curata da Franco Buffoni per Interlinea presenta i libri Dolore minimo di Giovanna Cristina Vivinetto, con presentazione di Dacia Maraini e una nota di Alessandro Fo, e Vera deve morire di Julian Zhara. Pubblichiamo due anteprime.

da Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore minimo

La prima perdita furono le mani.
Mi lasciò il tocco ingenuo
che si addentrava nelle cose, le scopriva
con piglio bambino – le plasmava.
Erano mani che non sapevano
ritrarsi: mani di dodici anni,
mani di figli che tendono al cono
di luce – che non sanno ancora
giungersi in preghiera.
Mani profonde – come laghi
in cui nessuno verrebbe a cercare,
mani silenti come vecchi scrigni
chiusi – mani inviolate.

La prima scoperta furono le mani.
Ricevetti un tocco adulto che sa
esattamente dove posarsi – mani
ampie e concave di una madre
che si accosta alla soglia ad aspettare;
mani di legno e di fiori
di ciliegio – mani che rinascono.
Mani che sanno aggrapparsi anche
all’esatta consistenza del nulla.

*

Il tono del bosco è femmina.
Dentro le tane, sui rami in alto,
nel folto dell’erba la specie
si propaga nell’umidità
di minuscoli grembi.
Se ci si accosta al bosco
si può sentire una calma materna
svuotare l’aria, quasi
uno scalpitare invisibile
di figli che salgono alla vita.
La salvezza del bosco
è poter scavare nella terra
gravida una cura – la possibilità
di rinascere senza darlo a vedere.
Il bosco è pieno di ancore
invisibili e madri silenti.

L’agosto di quattro anni fa
sono rinata in una piccola tana
– nessuno immaginava che sarei
andata nel bosco per ritrovarmi.
Sentivo di dover ripartire
dalla terra, dai rami, da un coro
di occhi, zampe e code inavvertibili
vivi in minuscoli petti pulsanti
a cui chiedere la loro intatta voce.
La soluzione ai miei silenzi.

Rispose intonato il bosco. Che fosse
femmina lo sentii nel preciso
istante in cui – al riparo dai miei
stessi occhi – quell’agosto compresi
cosa volesse dire essere
femmina veramente.

*

Al mio paese esiste una parola
nitida come un chiodo
un motivo che scongiura il male.

«Scansatini» è una preghiera,
un inno altissimo alla preservazione
di se stessi. «Fa’ che non accada»,
sentivo bisbigliare spesso
«Fa’ che non diventi così», e poi
all’improvviso le labbra si serravano
e le parole assumevano un accento
arcano, quasi inviolabile.

Eppure gli «Scansatini, Signuri»
tornarono uno ad uno: il male
da scansare fu concepito tutto
nel mio grembo – ma non ci furono nuovi
spergiuri da formulare, parole
che annullassero parole, mani
da alzare al cielo per fingersi
inutilmente sorpresi, feriti.

Allora ci fu solo da sbrogliare
gli anni subìti, mettere a posto
le parole e liberare all’aperto
quello che a mani giunte si temeva.
E quel mostro che in tanti anni
avevo allontanato, fu assai più
docile quando, abolite le catene,
lo presi infine per mano.

*

«Transessuale è una parola terribile.
Mi inganni» dici. «È così –
rispondo – è sempre stato così».
Distogli i tuoi occhi dai miei,
li volgi alle mani, alla tazzina
di caffè piena per metà, al piede
destro del tavolo, all’insegna del bar
dove mi hai dato appuntamento,
all’auto che ti sfreccia accanto
in strada. Queste cose a cui ti appigli
non ti daranno alcuna salvezza.
«È solo che non si capisce – esiti –
a vederti sembri una normale».
Può bastare: mi alzo e mi prendo
il sacrosanto diritto di sembrarti
diversa da tutte le altre.

Mentre mi allontano s’insinua
un’amara soddisfazione:
Essere normali – sorrido – come
suonano vuote queste parole.

***

da Julian Zhara, Vera deve morire

Ma adesso mi ascolti!
Ti siedi, qua gli occhi,
diserta gli impegni,
………lo schermo del cell, le mail,
spegni tutto e vieni vicino, ho detto
niente, temevi qualcosa, per me non è semplice, vedi –

dicevi, ed eravamo sospesi, insieme, come sempre, ma ora
sul filo di lama di ciò che avremmo spento da lì a poco.
Ed eri fuori di te, altrove, due sillabe vuote, tra pieghe
di lenzuola e il silenziarti lentamente e in dissolvenza,
sarai presto un ricordo dolce, una conseguenza estorta
da quanto era stato battezzato nostro.
No, non sta accadendo a noi, mi ripetevo in un urlo
[protratto
dentro un incubo altro dove urlare si può, ma il risveglio
accade in un incubo nuovo, così a matrioska
e non riesco che
una contrazione del corpo,
una smorfia a finire fino a ripetermi:

sutura la nostalgia / inquadra il dolore tondo,
intanto restiamo spartiti
come peli verticali / sulla pelle del mondo.

*

Nella lingua dei tuoi antenati
la parola amore se esiste è letteraria,
in mezzo ai campi si fa altro, in amore
è la patata che si squaglia, un raccolto
impazzito, è in amore un uomo che sbanda,
il bestiame che non obbedisce;
bastava allora il voerse ben.

Nella lingua dei miei antenati,
preti, ufficiali e mercanti,
l’amore viene versato altrove
e se avanza, all’amata – bisogna quindi disporne;
e ridiamo di quanta zavorra e detriti
trascina dietro di sé la parola amore.

Nel sonno mi dici un po’ dopo, parli tanto
e che dico?, chi ti capisce, parli albanese
mos ikë, mos ikë, mentre ti blocchi
nel disegno del tappeto, të dua, pa ty
parli un tono più giù, tra un mese kam frikë
me kupton, po ti? continuare così non ha senso,
se jeta eshte varrë, resto ancora qualche giorno
poi me thyenë kurrizin me këto fjalë, më shkatërronë,
non sono solo screzi, lo sappiamo, mos flitë më
ma ci sentiremo ancora, rastësishtë, gli auguri
magari mi vieni a trovare, magari è solo un sogno,
tra poco mi sveglio, jo, tani je e lirë,
tra poco arriva il momento
di andare a dormire.

*

Continuo ad aggrapparmi disperato ai tuoi fianchi,
lasciami qui confuso, starti accanto, non opporti,
lascia il buio abbondare, in me, che la luce sbianchi.

Forse la colpa è del tempo, forse siamo solo stanchi,
la guerra più difficile conclude senza far morti;
continuo ad aggrapparmi disperato ai tuoi fianchi.

Forse le colpe c’entrano ma ben poco – è che manchi,
semplicemente manchi; un’altra che mi sopporti?
Lascia il buio abbondare, in me, che la luce sbianchi.

Penserai che ho appeso gli anni insieme, a paranchi
a catena, e magari, per nutrire altri rapporti,
continuo ad aggrapparmi disperato ai tuoi fianchi.

Lo vedo, da distante, vuoi che ti protegga, affranchi
dai piccoli dolori, quelli grandi sono assorti,
lascia il buio abbondare, in me, che la luce sbianchi.

Spero tu mi ritrovi, anche dopo che stufa, spalanchi
le porte agli altri, intanto: occhio, ritornano i torti!
Continuo ad aggrapparmi disperato ai tuoi fianchi,
lascia il buio abbondare, in me, che la luce sbianchi.

*

Bolle in cielo la sera ma Vera,
dalla vasca una bolla si stacca,

cerca spazio tra polmoni e costole,
dimmi dove hai dormito stanotte.

Chi c’era accanto a te oltre al personal?
Mani, intimo, ti appartenevano?

Il percorso delle dita in fondo
cerca solo un oblio precario.

Nella voglia di purificarmi,
ho ingoiato del sapone neutro

poi la bolla dilata il perimetro,
fuoriesce dai pori e scivolo

sulla gente per strada, sui mobili,
sugli amici che chiamano – esci? –,

sulla sveglia, gli armadi svuotati,
la famiglia in pensiero, il lavoro.

Ma dovresti assumere anche tu,
quantità di sapone notevoli,

scivolarti addosso ogni cosa,
non importa se nulla poi resta,

ci saranno autunni di pioggia,
docce fredde ad ogni colloquio,

a sciacquarti la pelle tu slitta,
sguscia fuori dall’impasse, avanza.

Ché l’amore è una bolla di plastica,
tra due corpi si installa, li inchioda,

le appaltiamo una casa-vacanze,
tutti i tic che sappiamo noi solo.

A distanza di tempo la bolla,
si trasforma in una palla medica,

ideale per fare lo stretching
ma unità che misura il divario

tra corpo e corpo,

come un libro ingombrante

mantiene una gamba sbilenca del tavolo

in equilibrio.

Immagine: Gerard Byrne, New Sexual Lifestyles, 2003.

20/03/2018
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