Lyra giovani

Le ultime due raccolte uscite per la collana “Lyra giovani” di Interlinea, a cura di Franco Buffoni, sono Suite Etnapolis di Antonio Lanza e Mandato a memoria di Stefano Pini. Pubblichiamo alcuni estratti.

Antonio Lanza, da Suite Etnapolis

Domenica

Vergine e pubica la domenica di Etnapolis
pochi minuti prima dell’apertura
al pubblico, ma già la percorrono
i primi polpacci pelosi e carrelli
Iperfamila che sferragliano vuoti.
Saracinesche aperte a altezze variabili
come palpebre offese al sole
con fiamme di logo al sommo delle porte.

Al mattino le commesse hanno il volto
tagliato di sghimbescio da un tratto
rosso di uniposca, e bevono decine
di caffè al bar di Prestipino.

Laura, di Lovable, serena
dopo un fidanzamento appena rotto,
racconta dell’altro ieri
(«e poi gli ho detto, cioè no,
gridato, che era inutile riprovarci»)

a Alfredo, il barista, che l’ascolta di spalle,
mentre sbuffa il caffè in due tazzine:
Umiliato così per un solo ritardo.
Potessi vederti morto, bastardo!

Daria, la cassiera dai lunghi
capelli neri e gli occhi consumati
come gomme da cancellare:
E allora prostriamoci, tra sé
s’infuria, a questo dio; e la cassa
riporta i suoi pensieri sul retro
del primo scontrino del giorno
che Samuele, di Mondadori,
appallottola e intasca
per non pensarci,
e si avvia al negozio.

INVITIAMO TUTTO IL PERSONALE
AD ULTIMARE LE OPERAZIONI
DI APERTURA, GRAZIE.

La vita, poi, si attiva con precisa
lentezza dentro e fuori i negozi;
la vita è cieca, automatica: erompe
da gesti meccanici, mnemonici,
minimi, quotidiani, come la spazzata,
i numeri a tre o quattro cifre sul registro
dei corrispettivi, l’avvio dei computer.
Da metà galleria, dai chioschetti,
si scatena l’umido rumore di piattini
e cucchiaini – cucine
domenicali in cui il cielo
entra a allungarsi sul tavolo.

Le scale mobili del primo piano
sono lingue senza saliva per ora,
cigolano e ripetono il giro.
Augura una piacevole permanenza
alla gentile clientela la voce femminile
registrata che avvisa ETNAPOLIS
APRE; e c’è luce, calore umano e musica
e merce a attendere
in ciascuna delle attività commerciali.
Etnapolis di etnapolis, tutto è etnapolis:
non c’è centimetro o angolo
a Etnapolis che non sia etnapolis.

Vanessa, di Father & Son,
eseguite le pulizie di routine,
contatta la madre e chiede di Nicolò,
che dorme e profuma
col pollice in bocca.
Le si ricuce in petto
la forza
di tornare manichino.

Scandendo BUONI ACQUISTI!,
cala la maschera
di lupa Etnapolis. È un attimo:
ai corrimani annerisce
lo smalto, per un diffuso
black-out i negozi
si oscurano come lastre,
ectoplasmatica sbianca la merce la merce,
gli emisferi sibilano e nel destro
s’infratta distorto il messaggio:
acquistare è buono. Tutta
Etnapolis è raggiunta da etnapolis,
non c’è angolo che scampi al suono
della sua voce.

Passa Nuccio, poi, baffi e capelli bianchi,
la guardia giurata; saluta e sorride sulla porta
alle commesse come un tempo alle figlie:
Ancora un altr’anno di collera
incappucciata, di turni
di dodici ore, scarpinate in galleria e chiodi
alla base della schiena
e potrò dire di averla spuntata.

Cominciano a riempirsi intanto i parcheggi
nei pressi degli ingressi principali.
Fiammeggiano fedi tatuaggi cinesi
nomi di donna stelline stilizzate segni
vari di vita.
Le donne, scollate, sui tacchi,
più alte dei compagni,
sfoggiano per Etnapolis
i loro vestitini estivi
mentre accanto spingono
i passeggini i mariti-camicie-a-scacchi.
Le cassiere di Iperfamila – linde
nei loro ceroni, bionde o anemiche,
madri adulte sfiorenti o giovani
da sesso e discoteca
e piercing sul nasino all’insù –
emettono chilometri di scontrini
a clienti dalla mattiniera ironia.

IL CENTRO COMMERCIALE ETNAPOLIS VI COMUNICA CHE
OGNI DOMENICA
ALLE ORE DODICI
VERRA’ CELEBRATA
LA SANTA MESSA.

Santa e benedetta la domenica di Etnapolis,
santo il profitto santo lo sfruttamento santa la pena.
Se un gesù tornasse a Etnapolis
richiamerebbe i venditori scacciati
dal tempio e chiodi alle labbra
le tavole accomoderebbe
rovesciate ai cambiavalute
e gli schienali delle sedie
che sfondò sotto i sandali.
Cristo ghigna in croce
il capo reclino nei cieli sopra
Etnapolis e un corvo sgherro
avvinghiato al legno di cipresso
gli becca l’anello d’oro
massiccio al mignolo:
e scintilla l’alleanza.

Le ore annoiate
scorrono scortate dagli annunci:
LE 11 E UN MINUTO, LE 12
E CINQUANTANOVE MINUTI.

[…]

Dalla terrazza da cui solo mi sporgo,
il paesaggio sembra quasi bucolico:
bimbi sull’altalena; altri con le manine
sulle sponde di protezione
che vengono giù dagli scivoli
disponibili ai ricordi che di qui
forse a struggerli
per sempre torneranno;
coppie che passeggiano capovolte
dentro i laghetti artificiali;
grida di esultanza dal campo
di basket, poi il verde
dell’erba e gli ulivi il cipresso
svettante il terrapieno il fossato
di protezione il rettilineo
della SS 121 da dove delle auto
non arriva che un frusciare.
Ma: Etnapolis di etnapolis – salmodio, a scanso
di inganno, rientrando – tutto,
tutt’intero è etnapolis.
Estenuato lo speaker annuncia: «Attenzione,
la signora Longhitano Maria è attesa
dal marito all’ingresso del cinema. Ripeto…»
mentre si abbassano le saracinesche
comincia la conta del profitto.

***

Stefano Pini, da Mandato a memoria

Sentimentale Jugend

Treviglio, via Milano

Era da queste parti
dove dicevi che sono nato,
la piega dei fogli che ho letto e gli steli
del grano d’estate, la terra
dove poggiavo e adesso guardo: il giorno
era a più distanze, ricordo
la luce rotta di chi adesso, labirinto
tra i campi è uomo.
Le mura sono cresciute senza germogli
attorno la pioggia che porta per mano
fino alla carta, dove s’impara il seme
e che questa è una casa so scriverlo,
un amore dove la radice arrampica.
Una pianura, quanta fatica per tornare qui.

*

Treviglio, viale del Partigiano

Si pensava allora
quel che son si sapeva dire:
i termini sepolti per la campagna,
le vie, curve circonvallazioni interne
e non più la linea dell’infanzia.
Si intuiva il traguardo di un’età
segreta nell’erba dei giardini,
i pali improvvisati e niente
traversa, numeri di maglia, le spalle
agili sulla schiena.

*

Milano, via Sforza

Si baciano il confine delle labbra,
la Guastalla in controluce nei rami
del parco respinge il traffico, di là.
Milano è questo,
vent’anni sotto un cappotto
l’abilità di morire ogni venerdì
di febbraio e galaverna.
Il mare, di là.

*

Milano, via Ippocrate

Dove si tagliano i prati
accadevano seconde e terze vite,
orbite scese da altezze sterminate.
«Lì correvano i matti»
ma non è questa la storia sotto gli archi
del nosocomio, ora non è l’ora dei tabulati.
Il verde è alto dov’era la fossa delle preghiere.
Non è oggi che cadremo al confine:
abbiamo siglato una tregua, il permesso
per le stagioni e un sabato.
Stesi qui si preme l’erba,
ogni corsa dovrebbe essere muta
tra i rami, non eludere, non sapere.

*

Milano, via Bovisasca

C’è una linea dove la città cade
un ponte a croce sui binari verso sud:
se penso a via Bovisasca la sera
fatico a dormire, a ricucire le voci
spezzate dalle ringhiere
ad agosto, la pioggia nuda che batte
i piedi sul cemento e gli zigomi
dritti verso dove scivola la fuga.
Il fianco scoperto, la spesa in mano
il riso di Curzio rimandato
per non avere mai sempre vent’anni.

*

Berlino, Friedrichstraße

Si nasce nelle fondamenta,
i nervi che seguono la spina
mentre una storia cede,
le mani intrecciate al confine.
Sotto il cemento resiste il solco,
la frattura viva dei fossi.
L’edera solennemente bella
sulle pietre sbeccate degli anni.

*

Lisbona, Jardim das Amoreiras

Un’intera metropoli qui
si flette e prega, raccolta
nell’incavo della collina
dove il mezzogiorno scivola e un incendio
ha spento terremoti, risparmiato solo le acque.
Nessun giudizio, nessuna ricostruzione,
eppure le strade non tremano al sole:
i secoli muoiono a Occidente
e non tremano.

*

Mozzanica, Strada Statale 11

……………………………………………………….a mia madre

Rivedi il solaio disegnato dai ragni
tele che tracciavano le estati,
sorprese divelte, riparate in poche settimane.
La grazia è passata di qui
nella corteccia del leccio, nella locanda
con il distributore; è accaduto
l’amore prima delle sbucciature
e nuovi amori, quando il silenzio
era paradigma della sera e io
non tenevo la tua mano, questo tempo
di cui non c’è più niente.

*

Treviglio, via Deledda

L’età mette ordine nei cassetti
le primavere ancora rosa, come le scale
del santuario che sta lì da secoli
e nessuno più teme, nell’orbita del paese.
Si crede in una specie, un conforto
per le ossa azzimate e il suono di un figlio,
le imprecazioni piane che fanno un padre.
Si prova qualcosa, a dire che non è la fine.

Immagine: Spencer Finch.