Lyra

Da poco usciti in contemporanea due nuovi titoli per la collana “Lyra giovani” di Interlinea, a cura di Franco Buffoni: Tommaso Di Dio con Verso le stelle glaciali e Samir Galal Mohamed con Damnatio memoriae. Pubblichiamo cinque poesie da ciascun libro.

Tommaso Di Dio, Verso le stelle glaciali

(dalla sezione L’occhio azzurro. L’ospedale, la caverna)

Vibra il cellulare. È notte, dopo le tre. Dall’altra parte
una voce nota, in lacrime. Venite, dice.
Dice: è a terra. Il suo cuore non
batte più. Davanti al portone, c’è l’ambulanza.
Ci sono i vetri rotti, il caos per le scale.
Poi la rabbia, la rianimazione; il suo corpo
disteso spento fra le mattonelle accanto al letto
mentre gli infermieri spingono nel suo petto che non batte
non batte, non batte e invece poi
ricomincia. Qualcosa nelle vene ancora
da dove non si sa ci riporta tutti
in una preistoria senza spazio, in un
dislocato asma
sospeso, cieco intangibile
levare di tutto il fiato, lì
dove un mondo vive nella mente
e nessuno sa perché.

*

Per il tuo poema. Inoltrato
e steso sul lettino; con i piedi fuori e fermi
le unghie che crescono. Nell’euforia
di riflessi minimi; la testa, l’occhio
le ciglia fragili. Articoli
con le labbra disarticoli
parole nuove.

Per il tuo poema
intubato e senza suono alcuno
qui trovi finalmente
le parole possibili.

*

Hai dimenticato il mio nome; il nome tuo
è là fuori, sbriciolato buio
dopo forte tempesta. Hai dimenticato
la strada dove vivi, il numero delle stanze
i mobili i libri
capodanni e ore di giorni, mesi di anni
primavere di decenni sono dove
ora c’è un buco franato spento
fra travi marce e paludi. Sono state trovate grotte
con i teschi di orso disposti in cerchio
lungo il perimetro di pietra; al centro
residui di fuoco e pasti
lanterne rovesciate, ocra. Incongrui
sono gli strumenti. Non comprendiamo
quale vita abbia avuto forza, quale forza
abbia avuto vita, fra questi strati.

*

Questo vento che taglia fermo.
Che riveste; che spoglia. E sopra tetti
spazza e rimastica e vede i tuoi occhi
che sono ormai
acqua nera giù nei pozzi, cranio
nello scavato bitume. Questo vento
cosa mi porta di te; cosa mi dice.
La lavatrice procede. Il motore, la macchina.
Quintali di terra. Quintali
di incarnati linguaggi, e di braccia
uniti alle braccia e di gambe unite poi
ai polmoni e polsi altrui; attaccati tutti
alle forze che non durano, che non temono
che sperdono
nel vento ogni loro senso e luce. Cosa
infine, ci spoglia così.

*

E adesso vai
a caccia di fantasmi; con lo sguardo
che vaga vuoto. Oceano
nero di tubi e lacrime, elettrici
coordinamenti. Pera lardo.
Formaggio schiacciato. Purea di patate
fagiolini. Le voci vanno
intorno senza sosta e ridono piangono
la vecchia si è pisciata addosso. E adesso vai
tu sepolto fra i brusii; corpo sperduto
inoltrati negli strati, nella grotta, nei boschi
dei boschi. L’occhio azzurro rotea
e fuori c’è il sole, viene forte dalle finestre

sembra estate.

***

Samir Galal Mohamed, Daminatio memoriae

(dalle sezioni I e II)

Se il poeta è ancora «uomo» – evirami.
Se il mio essere umano oltre la vita è ancora «uomo» – sopprimilo.
E se quella vita nell’uomo è ancora «sacra» – scomunicami.

Che sia minoranza da estinguere, allora.
Che sia coscienza cattiva – la paura.
Che sia tortura, sia carcere a vita la mia radura.

Che sia silenzio – silenzio espropriato – la mia apertura.

*

Tra un millennio
o tra qualche
questa sfera si somiglierà
non sembrerà altri che se stessa

non avremo nessun altro luogo

significheranno tutti allo stesso modo

i piani
le regioni
gli arcipelaghi

i paesaggi

i grattacieli
le chiese
le macchie:

vi circolerà il medesimo senso
l’interdizione del senso
il dettato sarà taciuto
ogni voce, di ogni spazio e di ogni tempo
tra qualche millennio
resterà inascoltata.

*

Damnatio memoriae

I
Consumo la vita, la vostra, la mia; condenso
tre vite in una sola. Come sono conciato?

È fabbrica, o teatro?

II

Oggi il corpo di un cristo ci tiene in ostaggio,
sui binari, nei vagoni, in affanno, in clausura.

L’incuria per il tempo, il disprezzo per chi vive.
L’odio per i morti – per una memoria

che si rifiuta di servire.

III

Memoria è destinazione. Dimora e vettore. Un cimitero
da oltraggiare, oltre il ponte romanico, oltre il lido… memoria
e distruzione. Ragione per la quale non può darsi

Ragione.

*

Miseria della poesia

Palude della miseria, miseria della poesia:
un oceano di cui non so parlare,
di cui devo tacere, io, che non so nuotare.
Io, il più lirico dei poeti
e il meno autoritario con chi mi è solidale.

Io appena insegno come s’è pensato ieri
ora che il pensiero annega naufragando.

Nemmeno guidozzano poté tanto:
io amo, dimenticando.

*

Le regole di ingaggio non sono mai chiare

Le regole di ingaggio non sono mai chiare.
Un tradimento, un abuso, un pestaggio…
Un focolaio di essere umani – rilevati dai radar.
L’incendio di una tendopoli – rivela il nome comune
di un luogo. Se le regole di ingaggio non ci sono mai
chiare, queste, al contrario, risultano arcinote.
Un silenzio, un sequestro, uno sgombero…
L’infinito movimento di un corpo-lince che si smarca,
che è complementare a un movimento finito e “segugio”.
Quando stringo fra le braccia questo torace, tanto minuto
quanto vulnerabile, cerco di non guardarlo negli occhi.
Non voglio che veda il mio male, che vi riconosca
delle prove, che ne intuisca alcuna profondità.
Non perché il mio male sia speciale o abbia qualcosa in più
di un altro. Semplicemente, non voglio che ne veda ancora.
Dovrà fare i conti con vecchie e nuove regole di ingaggio.
Con l’abisso della non decisione per eccellenza.
Con la possibilità di divenire umano, di venire meno
all’umanità, di divenire qualcosa in meno dell’umano.
Occorrerà il rischio di divenire altro: altro per cui
sarà valsa la pena lasciarsi guardare, negli occhi,
da tutto quel male.

 

Immagine: Antonio Rovaldi.