Lucia Brandoli, L’artico in fiamme

Quattro poesie inedite.

Col mio nome arabo
sono stata battezzata una notte d’ottobre
dal tuo macellaio halal
mentre mi regalavi un agnello.
La moto calda,
nutrita di parole e di vento,
un filo di mare a unirmi i timpani, le mani.
Nur. Luce. Ma mi mancavate tutti.
Volevo ritornare a casa.
Ripetendolo mi mettevo sulla riva di un’isola. Sola.
Aspettando il mare grosso, i tronchi, le ondate.
Aspettando il ritorno, aspettando lui solo.
Riflesso di volontà, e per questo amore.
Gemello astrale a cui agganciare
ogni mio senso, per disintegrarlo a un punto,
a infinito nulla.

*

Ci sono amori di cera,
possono essere incisi
con forme eleganti, floreali,
malleabili, si ammorbidiscono
al caldo, in presenza di un fiammifero
crepitano in un piccolo foro di luce.
Ci sono amori filanti, fatti di note sospese
sulle piazze di luglio, stringhe di luci e di balli,
perline, bandierine, bollicine.
Ci sono amori di molti
materiali diversi,
e poi c’è il nostro
amore di pietra.

Come quei cuori di cui tutti sparlano,
cuore di scoglio ruvido,
difficile da riconoscere o rintracciare,
cuore di faro,
calcificato negli anni,
incrostato di sale.

Bagnato rende al suo meglio,
con la corrente è pericoloso,
ma da fuori
sembra un semplice sasso
uno dei mille sassi sgretolati
di una cala di sassi,
sasso di terra e di luna
che visto da fuori non sembra nemmeno amore.

È un amore poco rappresentato,
tellurico, incastonato al mondo,
incastrato.
Non lo metteresti in tasca,
è un amore da giganti,
con occhi, nasi, orecchie e cuori
grandi.
Non ci faresti un gioiello,
un piccolo foro dove far passare un anello,
non lo porteresti al collo.
Visto da fuori, il nostro piccolo amore
è pur sempre troppo
pesante,
scolpito da un tempo di maree,
schiaffi d’onda e di gole
tremanti. Un amore alla fine
della spiaggia, dove resta
il fresco del tramonto e dell’alba. E le cose
dimenticate
finalmente si toccano.

*

Questa casa non è un luogo sicuro.
Esiste una forza al di là del compreso.
Un linguaggio morse che è il cuore,
che è il mare. Che è questo
incomprensibile blu. Terra battuta,
orizzonte inciso col coltello
sul tavolo. I segni delle tue unghie
sulla mia pancia, una verticale e due punture
rosse come stelle.

*

L’inverno è la mia stagione.
Sono nata col freddo. Io so
rinascere al buio. Lo so
riconoscere al fiuto. Lo annuso.
Ci sono costruzioni fatte per il gelo.
Come un giorno di gennaio all’Escorial.
Le scale che fendono la terra, parallele,
i gradini di pietra bianca
nascosti dai tralicci di rose.
La città molto lontana, in fondo alla discesa.
L’orizzonte arido, i cani che abbaiano.
L’acqua che nel freddo pur scorre, salta
senza attrito, più lucida.
Promessa.

*Una prima versione di questa poesia è stata pubblicata in Una minima stupenda (Interno Poesia, 2019).

Immagine: SEBASTIÃO SALGADO, Iceberg, Arctic Peninsula, 2005.