Cinque poesie in anteprima dall’ultima raccolta di Alessandro Fo, “Luci e eclissi”, da poco uscita per Einaudi.
DIROTTAMENTO DI VIRGINIA WOOLF
Facevamo un esame al Santo Spirito,
quando vedemmo una grossa zanzara
in quella stanza angusta: «Stiamo attenti»…
«Io ci ho pure paura – disse lui –
degli animali… Specialmente i cani».
Ma come! – riflettevo –, un detenuto…
Gli raccontai di Georgios Mangakis,
che nella sua cella all’Isolamento
aveva visto aggirarsi tre zanzare:
le voleva schiacciare,
ma poi si rese conto
che erano i soli tre esseri viventi
con cui restare in un contatto ‘umano’.
E se le fece amiche. Addirittura
la sera protendeva loro il braccio
«Infine, di che avevano bisogno?,
solo di qualche mia goccia di sangue…
Poi mi hanno trasferito… E le mie amiche
non le ho piú viste. Cosí è la vita in carcere:
perdi di colpo le amicizie che fai…»
(Massimo Pomi, poeta di haiku,
mi disse «Proprio come il grande Issa
che offriva alle zanzare le sue gambe»…)
Emanuele allora disse «Pure
qui da noi un detenuto lavorava
giú all’orto, quando vede moribonda
una tartarughina; la raccatta
e se la porta in cella. Poi ne prende
debita cura. Gliel’hanno consentito.
E ora in quella cella ha messo insieme
(fa un gesto con cui mima una cassetta)
una piccola stanza,
tutta per lei».
CARCERE E NUVOLE
Parlavo delle nuvole. I reclusi
ascoltavano assorti le poesie
di vari autori che avevo raccolto.
Erano i versi
a prendere le forme
che tanto spesso noi diamo alle nuvole.
«Quando verrà l’ora piú grande,
l’ultima…»
(cosí chiudevo, coi versi piemontesi
di Nino Costa, che sono stati incisi
sotto un suo busto, accanto al Po, a Torino)
«… mi chiederanno “Che hai fatto di bello
nella tua vita?” “Me ne sono stato
– risponderò – lí a guardare le nuvole,
le nuvole che passano nel cielo”».
Memoria di anni verdi, e nostalgia.
Torino stessa era per me una nuvola.
Uno di loro si alzò, in seconda fila:
«Quand’ero detenuto al San Giuliano,
cosí ogni tanto veniva mia moglie,
c’era un accordo fra noi, nel congedo:
mezz’ora, ancora, da dentro io, e lei fuori,
avremmo insieme guardato una nuvola,
pensandoci.
Uniti dalla nuvola,
la nuvola in comune su nel cielo».
HABENT SUA FATA LIBELLI
In un mucchio di libri abbandonati
(chi passa prenda ciò che piú gli piace)
frugo e mi prendo un Alberto Roversi.
Confesso: lí per lí è una confusione,
per distrazione
lo scambio col suo omonimo Roberto.
Poi me ne accorgo. Anche lui è di Bologna:
leggo la nota iniziale sull’autore
e vedo che è uno spirito irrequieto,
al suo debutto con questi suoi versi
intitolati a “Storie esemplari”.
Sarà proprio un poeta?
Questo libro lo tengo?
Lo riporto
dove l’ho preso?
Poi, per caso aprendolo,
vedo l’ultimo testo, un puro elenco
di nomi e date: Catullo, Byron, Shelley,
Keats, Leopardi, Gozzano, Pavese,
altri, e infine la chiusa (esemplare)
«Son mica cosí sicuro
di volerlo fare,
il poeta».
Lo tengo.
ASCOLTANDO UNA LETTERA DI PAOLO
…scritta dal carcere
(a Timoteo, la seconda, 1, 1-8):
«mi ricordo della tua schietta fede,
la stessa che hanno avuto anche tua nonna
Lòide e tua madre Euníce»…
Lòide, Euníce… Due donne
su questa terra un tempo (con fede).
E chissà come vissero, che fecero,
oltre a occuparsi del loro Timoteo.
Di statura com’erano, com’erano
di lineamenti, com’erano in salute?
Anche Paolo le aveva conosciute.
Solo il nome si salva, addirittura
in un testo ispirato, un testo sacro.
E, come Paolo scrive per Timoteo,
sento la nostalgia di rivederle.
Ma sono loro in carcere, nel Tempo.
O sono io prigioniero del mio.
TRASLOCHI (E AUGURI)
Pur se non credevano,
forse, nell’anima (e penso neanche in Dio),
tutt’al piú solo un po’ nella poesia,
infine spero che siano contenti
tanto Claudio quanto Angelo Maria,
di aver contato e di contare ancora
tanto nel cuore di una persona viva.
Il poeta dato per «minore»,
dico Claudio Rutilio Namaziano,
e l’altro, mai affermatosi col titolo
che volle inciso sulla propria lapide,
Ripellino: «poeta».
«Contenti» – spero – del proprio durare,
di là da ogni sentenza sul ‘valore’,
in un ragazzo, e poi attempato signore,
con una voce fatta risuonare
dopo quindici secoli per l’uno,
per l’altro dopo, oramai, cinquant’anni.
Perché, sí, anch’io, da tentato poeta
non sgradirei di sapere che duro
(anche magari una voce fra tante),
in qualche stravagante
ingegno filologico
quando il signor Boh, con Celestino
Marzo e con Rutilio e Ripellino,
tutti insieme in un solo necrologio
(e, che so,
farne affiggere uno falso,
in stile Trimalchione,
mentre ancora osservo dal di qua
– come in Jannacci, secondo canzone
di Dario Fo –
«per vedere di nascosto l’effetto che fa»?)
ci fermeremo, annuncio sopra un muro.