L’oltre. Poesia, Terzo paesaggio, Terza natura?

da | Ago 28, 2025

Da poco uscito per Il Saggiatore, “L’oltre. Poesia, Terzo paesaggio, Terza natura?” di Laura Pugno. Pubblichiamo un anteprima un estratto dal secondo capitolo, “Fare poesia tra le rovine del capitalismo. Dal Terzo paesaggio alla Terza natura”.

 

Venerdì 15 ottobre 2021, nel pieno della prima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, finalmente di nuovo in presenza dopo (ma in realtà sarà durante) la pandemia, Francesco Guglieri pubblica per Domani un articolo che è una vera e propria «piccola biblioteca del surriscaldamento», intitolato: «Coltivare un’intelligenza nuova è l’unica cosa che possiamo fare contro l’apocalisse climatica».

Guglieri ripercorre a una a una quelle che sono state anche le mie (mi verrebbe da dire nostre, pensando a chi mi sta leggendo in questo momento) ultime letture dei giorni in cui scrivo. Alcuni nomi ritornano: Amitav Ghosh, Anna Lowenhaupt Tsing, Timothy Morton, Eduardo Kohn.
Anche in Italia, segnala Guglieri, qualcuno prova a fare i conti con quanto sta accadendo; Matteo
De Giuli e Nicolò Porcelluzzi, Fabio Deotto, e, dalla Francia, Emanuele Coccia.

Si tratteggia un paesaggio comune, un tentativo di pensare l’umano e attraverso l’umano. Aggiungerei: Donna Haraway e tutto ciò che ne è derivato, George Monbiot, Merlin Sheldrake. In Italia, Matteo Meschiari. Questa lista non pretende di essere esaustiva. Esemplificativa, semmai. Altri nomi si aggiungeranno.

Ancora, cosa c’entra la poesia? Senza dimenticare di essere nell’analogia e oltre, nel salto cognitivo della metafora.

Ne “Il fungo alla fine del mondo”, l’antropologa Anna Lowenhaupt Tsing, studiando i funghi matsutake, prelibatezza d’Oriente che prospera nelle foreste antropicamente devastate e alimenta i mercati d’Occidente, inizia un’indagine nelle vite precarie dei cercatori di questi funghi, soprattutto negli Stati Uniti. Scopre così le vicende di minoranze culturali costrette a lasciare il proprio Paese, storie di migrazione e perdita, in cui la domanda di funghi sul mercato globale si intreccia con la più antica – paleolitica – delle economie di raccolta, perché i matsutake non possono essere coltivati. I cercatori di funghi sono soggetti solitari, non hanno un datore di lavoro, non hanno assistenza sanitaria, non possono neanche ipotizzare una pensione. Raccolgono i funghi e li vendono: il mercato s’impone subito oltre il baratto, su un comportamento appena uscito dalla preistoria, o forse nemmeno. Se i funghi non crescono – nelle stagioni in cui non crescono, o quale che ne sia la ragione – chi li raccoglie deve trovare un altro modo per vivere, per sopravvivere.

Qui, improvvisamente, si traccia il circuito elettrico tra Tsing e Clément, tra il Terzo paesaggio, di cui abbiamo già visto l’analogia con la poesia, e il concetto, che Anna Tsing introduce, di Terza natura.

Se la Prima natura comprende il complesso delle relazioni ecologiche, incluse quelle che avvolgono e attraversano l’umano, mentre la Seconda natura fa riferimento alle trasformazioni capitaliste dell’ambiente, per Tsing Terza natura è, allora, tutto quel che riesce a vivere malgrado il capitalismo.

Per poter anche solo notare l’esistenza di questa Terza natura dobbiamo lasciarci alle spalle assunti che concepiscono il futuro come un unico percorso in avanti. Come particelle virtuali in un campo quantico, diversi futuri entrano ed escono dall’ambito del possibile: la terza natura emerge all’interno di tale polifonia temporale.

Ha a che fare, la poesia, con questa Terza natura? Il suo essere ai margini della percezione mediati ca, del sistema editoriale, in quella che è quasi ormai un’economia del dono e del baratto, la rende, l’ha già resa, senza che ce ne accorgessimo, qualcosa che riesce a vivere malgrado il capitalismo?

Qui, nelle forme del mercato del libro, dell’inconscio collettivo dell’editoria che richiede all’autore o autrice di romanzi che scriva e che per tutta la vita continui a scrivere, ripetutamente, sistematicamente, senza tregua, un libro lineare, ben scritto, con un/una protagonista in cui ci si possa identificare senza indugi, che affronti difficoltà che fanno parte dell’esperienza quotidiana, e che contenga, alla fine, un messaggio di conforto. Un romanzo, direbbe Amitav Ghosh, che non si chiede quale sia il posto del non umano, accanto all’umano, e addirittura al suo interno? E la narrativa, certa narrativa, diventerebbe allora – in un certo senso, analogico, metaforico – piantagione, produzione scalabile, non foresta?

Tutto il contrario, per Anna Tsing, accade alle foreste già sfruttate e poi rinselvatichite dove spuntano i matsutake: queste, infatti, si ricreano in «antipiantagioni», il contrario incarnato del concetto di scalabilità – che è, spiega Tsing, la capacità di un progetto di crescere e ampliarsi senza mutare struttura né assunti fondativi. Un’impresa scalabile

non cambia la sua organizzazione nell’espandersi. Ciò è possibile soltanto se le relazioni di tale impresa non sono trasformative, ossia se l’impresa non cambia con l’inserimento di nuove relazioni. […] In tal modo […] la scalabilità bandisce ogni diversità significativa, vale a dire ogni diversità che potrebbe cambiare le cose.

Ricordiamo Clément e il suo Terzo paesaggio:

Tra questi frammenti di paesaggio, nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata.

La scalabilità, ci dice Tsing, non è una caratteristica ordinaria della natura. (Neanche della letteratura, in realtà. O dell’editoria, se per questo.) Del resto, rendere scalabili i progetti, qualsiasi cosa s’intenda con questa bella parola, non è cosa da poco, e in ogni progetto resta un quantum di elementi non scalabili, una dimensione d’interazione. Di relazione, di connessione, anche quando ci appare, ci dice ancora Tsing, sotto le forme dell’impedimento. E quindi, sembrerebbe

giunto […] il momento di rivolgere la nostra attenzione proprio a ciò che non è scalabile, non solo come oggetto da descrivere, ma anche come incoraggiamento a una teoria. […] Si potrebbe partire da una prima e celebre icona di questo lavoro: la piantagione coloniale europea.

Questo porta a una conclusione, e possiamo dire che già la conosciamo: che vi è un legame tra ambiente ed economia, nel momento in cui sia umani che non umani diventano risorse d’investimento.

Tsing riscrive il concetto di alienazione, infuso nelle persone come nelle cose, definendolo

la capacità di vivere indipendenti, come se gli intrecci della vita non contassero.

Gli intrecci della vita, le relazioni, tutto ciò che fa (anche della poesia contemporanea) una comunità viva di persone e di opere. (Di cui si può tracciare una Mappa, una Mappa immaginaria, ma qui devo per forza rimandare altrove.) L’alienazione di cui parla Tsing è qualcosa di di verso dal semplice sfruttamento, o anche dall’antichissima predazione, nel momento in cui persone e cose diventano beni mobili, che possono

essere trasferiti dai mondi in cui vivono, percorrere distanze considerevoli ed essere scambiati con altri beni di altri mondi, altrove. […] Il sogno dell’alienazione ispira modifiche del paesaggio in cui conta un solo bene isolato; tutto il resto diviene erbaccia o rifiuto. Così occuparsi di intrecci tra spazi di vita sembra inefficace, forse persino arcaico. Quando l’unico bene non può più essere prodotto, un luogo può essere abbandonato. Il legname è stato abbattuto; il petrolio esaurito; il suolo non è più coltivabile? La ricerca di beni riparte altrove. Così la semplificazione dell’alienazione produce rovine, spazi abbandonati dalla produzione di beni.

(E sappiamo che le foreste, le giungle erroneamente credute primeve sono disseminate dai resti di questi antichi abbandoni da parte di Homo sapiens, di spazi su cui è ricresciuta nuova foresta, fino ad apparirci intoccata, a diventare old growth.)

Cosa succede se proviamo ad applicare questo concetto, analogicamente, alla narrativa, all’editoria. Alla poesia?

La prima cosa di cui ci rendiamo conto è che tutto questo è qualcosa che accade, sì accade, ma non in modo unico, piuttosto in modalità attraverso, dentro e fuori; e che accade anche molto altro. Abbiamo già parlato, tu e io, di letteratura come bosco e come giardino, dell’opporsi di questi due poli, il loro starsi accanto, il loro anche – anche –, a volte, fluire l’uno nell’altro. Avventura e conforto. Paura e coraggio. Qual è l’immagine ora? Letteratura come piantagione? E queste analogie, queste metafore dal mondo, cosa ci dicono?

Questa natura che erroneamente separiamo da noi come se non fosse noi, come natura intrisa di Storia, quella Storia che è ovunque? Tutto il resto diviene erbaccia o rifiuto. Diventa irraccontabile, ciò-che-non-può-essere-oggetto di Storia, o di storie, o ancora, nelle parole di Tsing in cui risuona Clément, diviene

il terreno comune latente di erbe, i «vuoti» delle narrazioni del progresso, che spesso immaginiamo privi di valore.

Rapidamente, ci dice Tsing, senza storie di progresso, il mondo diventa, o torna a essere, un posto terrificante, dove la lotta per guadagnarsi da vive re, il qui e ora, deve fare i conti con il non futuro, con le varie, mutanti forme, decade dopo decade, dell’ipotesi della distruzione della vita (della nostra vita). Ma fortunatamente, in tutto questo abbiamo ancora compagnia, umana e non umana. Possiamo ancora esplorare le estremità incolte dei nostri paesaggi deflagrati – i margini della disciplina capitalista, della scalabilità e delle piantagioni di risorse in stato di abbandono. Possiamo ancora cogliere l’aroma di terreni comuni latenti – e l’inafferrabile aroma dell’autunno.

A queste intuizioni Anna Tsing ne aggiunge un’altra: tutto ciò che accade, accade sì ovunque, ma accade in patchs, non contemporaneamente, a più velocità, con infiltrazioni e faglie, con torbiere e lagune dove il tempo scorre diversamente, o non arriva, accelera o rallenta. I mondi convivono, non solo nella logica del restare indietro/andare avanti, che è sempre e comunque narrazione di progresso, ma anche in quella dello scartare di lato, dell’essere altrove/in un altrove, dell’accede re ad altra dimensione. Gli infiniti mondi.

Può la poesia contemporanea considerarsi un laboratorio di quella sopravvivenza collaborativa in tempi precari di cui parla Anna Tsing? Può considerarsi un esempio di ciò che non può essere coltivato, o almeno non nei modi in cui tradizionalmente pensiamo al coltivare qualcosa, ma che nelle zone perturbate può spuntare, crescere – addirittura – prosperare? E – domanda ancora più interessante – in che modo si può coltivare (come si coltiverebbe qualcuno, non qualcosa) ciò che è selvatico senza che cessi di essere tale?

[…]

 

NB: Per le note al testo, si rinvia all’edizione completa del saggio.