Le poesie di Giovanna Sicari

da | Gen 16, 2026

Da Decisioni (1986) a Epoca immobile (2004), il corpus poetico di Giovanna Sicari si compone di sette raccolte che non possono non essere lette una di seguito all’altra, in un percorso di vita e scrittura carnale, sanguigno, volto a scardinare i limiti del reale e del linguaggio. Per tale ragione è sembrato necessario riproporre un’edizione completa, vista l’irreperibilità ormai da diversi anni del volume di Empiria, che rendesse di nuovo fruibile nella sua interezza l’opera poetica di Sicari. Inoltre, grazie alla concessione di Milo De Angelis, è presente in questa nuova edizione un’ultima sezione contenente diciotto testi inediti scritti tra il 1993 e il 2003, anno della scomparsa. I testi attraversano il tema della malattia e altre esperienze biografiche, come il lavoro nel carcere di Rebibbia e il rapporto con i propri cari. Negli ultimi, quelli più recenti, si avverte il senso della fine, in una delicata e al tempo stesso ferma consapevolezza che ci dona dei versi bellissimi quali quelli che seguono: «si avvicina il tramonto / e il girasole dà la sua attenzione / (le cose importanti stanno / sempre nascoste e non bisogna spaventarle)». Ma la carne, se pur fiacca e debole, brucia ancora e lo fa attraverso i legami, la memoria, un amore sanguigno che tiene in vita e fa vibrare ogni recondita fibra, come in questo verso ripetuto in due dei componimenti: «Vorrei baciarti il sangue». E d’altronde è stata questa fin dall’inizio la cifra stilistica della scrittura poetica di Sicari: una forza sotterranea che richiama al primitivo, alle zone d’ombra dove è possibile scorgere, a rischio di ardere vivi, una verità di cui farsi carico. Fuori dalle rotte già tracciate si muove anche la lingua, che ora si fa dura e anti-lirica, ora oracolare e di ossimorica sacralità, il cui sangue non ascende biblicamente in cielo ma si mischia con la terra, lotta e sprofonda fino alla sua palingenesi. Dal bestiario a figure e spazi marginali, tutto viene investito di un vitalismo e di una spiccata sensorialità attraverso cui la poesia assume su di sé il male e il dolore del mondo. L’ultimo atto, infatti, Epoca immobile, è un testo sacrificale dove il discorso è condotto al limite, e si fa fitto il dialogo con la morte (il settimo libro rimanda al Settimo sigillo, quello che si interfaccia con l’Apocalisse).  (SARA VERGARI)

Sono riportati di seguito in anteprima tre dei diciotto testi inediti contenuti nell’ultima sezione del volume Tutte le poesie, di Giovanna Sicari, a cura di Milo De Angelis e Sara Vergari, in uscita per Interno Poesia.

 

Chiedi nel giorno di Pasqua
ciò che non ti ho dato
chiedi – un giorno qui dalle acque del lago
non avrai freddo –
Ieri sera – ricordi? – non dormivo
che atroce vento nel giorno delle campane
curve sui tuoi novantatre anni
bianchi – solo un biscotto ti ho dato
premure, ricordo di stanotte e della chiesa
dove ho solo pregato per i vivi
e tu mi hai dato in quel modo
che solo i saggi sanno dare.
Ricordi quell’estate dell’89? –
E ora! I vecchi
i vecchi non dovrebbero mai morire –

11 aprile 1993

 

 

AMORE DEL RIFUGIO E DELL’ACQUA

Amore del rifugio e dell’acqua,
amore di poche parole lontano dall’insidia,
amore degli uomini santi, accarezza il viso del turbamento
dammi i nomi del perdono, il canto sepolto della legge,
sento che saremo vicini anche in autunno,
ci abbracceremo nelle case vuote ricordando un antico passato
per dimenticarlo, soltanto l’oro più puro della nostra anima
sarà con noi, forse saremo donna e uomo solamente,
forse farà già freddo e ci abbracceremo fra gli alberi stanchi
ridendo di ogni cosa, il passato ci lascerà e saremo
nuovi, leggeri, redenti.
Sarà ottobre o novembre, nel bosco
Saremo teneri e allegri nelle nostre braccia di terra,
fra acqua e fuoco, smarriti dalle azioni.
Quando ci lasceremo sarà sui polpastrelli la
nostra anima vera, nell’aria ci sarà cura
per la ferita.

2 agosto 2000

 


IL CIELO SOPRA NIGUARDA

Ma che nessuno sappia dei mendicanti che tagliano la strada
quelli del principe felice, hanno occhi
solo per bambini e sanno del bene, del male
due entità pigre e deformi entrambe
con cuore di ferro, baracca e grattacielo
con questa ancora bambina viva il giorno di S. Valentino.

Lei, Luisa Vezzari, quella ragazza di Milano che amava i poeti.
E’ così cieco il bene così tremendo il male
fra l’attimo prima e quello dopo nella voce che annuncia:
voce telefonica, foto di madonnina incarnata in un punto
dove non ci sono che lacrime, lucide tane cupe.

dicembre 2000