Le api dell’invisibile (di R. M. Rilke, a cura di U. Pomarici, Arte’m, Napoli 2016)

Carlo Bernardini, Dimensioni invisibili

18. Un vento di primavera

Con questo vento giunge destino; lascia, oh, lascialo
giungere, tutta la furia e la cecità
in cui arderemo -, tutto.
(resta in silenzio e non muoverti, ché ci trovi).
Oh, è il nostro destino a giungere con questo vento.

Da non so dove questo vento nuovo
tremante del peso di cose sconosciute
sorvola il mare e ci porta quel che noi siamo.

…Se noi lo fossimo. Allora sì saremmo a casa.
(sì che sarebbero i cieli a sorgere e a tramontare in noi).
Ma sempre di nuovo, con questo vento,
il destino come un gigante ci oltrepassa.

Capri, 15 febbraio 1907

27.

Abbandonato sulle montagne del cuore. Guarda,
quanto piccola
è l’ultima comunità delle parole, e più in alto,
quanto piccolo anch’esso, il cascinale
ultimo del sentimento. Lo riconosci ?
Abbandonato sulle montagne del cuore. Fondo
di sassi fra le mani. Qui, forse, qualcosa
fiorisce; da un silenzioso dirupo
svetta cantando un’erba ignara.
Colui che sa, invece? Ah, s’introdusse al sapere
ma ora tace, abbandonato sulle montagne
del cuore.
Forse lì coscienze intatte si aggirano, animali di montagna
al sicuro passano e dimorano. E il grande uccello, al sicuro,
gira intorno alla cima che si nega inaccessibile. – Ma
senza certezza alcuna, qui sulle montagne del cuore……

Irschenhausen, 20 settembre 1914

31.

Natura è felice. In noi, invece, troppe forze s’incrociano,
e combattono in disordine: 
chi ha una primavera interiore da offrire?
Chi sa farsi luce? E chi pioggia?

A chi spira un vento irresistibile attraverso il cuore?
E chi accoglie in sé lo spazio per il volo degli uccelli?
Chi è flessuoso ma fragile 
come i rami d’ogni albero?
E chi trabocca come l’acqua oltre ogni sua inclinazione
verso un’ignota gioia, pura e vitale?
Chi accoglie in silenzio, privo d’orgoglio, l’erta salita
e in alto appare come il sentiero d’un prato?

Monaco di Baviera, febbraio 1919, forse bozza di una dedica

40.

Dopo così lunga esperienza
osiamo altrimenti
‘casa’, ‘albero’, o ‘ponte’.
Da sempre sussurrati al destino
diciamoli infine, a voce alta.

Sciogliamo i nodi
delle cose d’ogni giorno
di cui ognuno fa
esperienza diversa
e la figura che ci è familiare
trasmutiamo
in stella notturna.

Muzot, metà agosto 1924