La tradizione

da | Giu 22, 2021

Nella sezione ‘Poesia’ dell’ultimo numero di “Nuovi Argomenti”  (febbraio-maggio 2021) è uscito uno studio di Antonella Francini sul poeta afroamericano Jerico Brown. Pubblichiamo quattro traduzioni italiane inedite.

 

La tradizione


Aster. Nasturzio. Delphinium. Pensavamo che
dita nella terra volesse dire terra nostra, imparando
nomi nella calura, in elementi che i filosofi
classici dicevano ci avrebbero cambiato. Giglio.
Digitalis. L’estate pareva sbocciare contro la volontà
del sole, che per i notiziari bruciava su questo
pianeta più caldo di quando i nostri padri morti
s’asciugavano sudore dal collo. Cosmea. Gypsophila.
Uomini come me e i miei fratelli filmavano le cose
piantate a prova della nostra esistenza prima
del troppo tardi, avanti col video per vedere i bocci
sbocciati in secondi, colori che t’aspetti in poesie
dove finisce il mondo, d’ogni cosa il knock-out.
John Crawford. Eric Garner. Mike Brown.

 

 

Elenco puntato


Non mi sparerò un colpo
alla testa, e non mi sparerò
alla schiena, e non m’impiccherò
col sacco dell’immondizia, e se lo faccio,
ve lo giuro, non lo farò
in un’auto della polizia ammanettato
o in cella di prigione d’una città
di cui conosco solo il nome
perché ci passo in macchina
per andare a casa. Sì, forse rischio,
ma ve lo giuro, mi fido più dei vermi
sotto le assi del pavimento
di casa a fare quello che devono
a ogni carcassa di quanto mi fidi
d’un agente della legge del paese
a chiudermi gli occhi come farebbe
un uomo di Dio, o coprirmi con un telo
così pulito che mia madre lo userebbe
per rifarmi il letto. Quando m’ucciderò,
lo farò come tanti americani,
ve lo giuro: fumo di sigaretta
o un pezzo di carne che mi strozza
o così rovinato da congelarmi
uno di questi inverni che insistiamo
a chiamare peggiori. Ve lo giuro se sentite
che son morto da qualche parte accanto
a uno sbirro, lo sbirro m’ha ucciso. M’ha
preso da noi e lasciato il mio corpo che,
fa niente cosa ci hanno insegnato,
è più grande dell’indennizzo d’una città
a una madre perché smetta di piangere,
e più bello del proiettile nuovo
estratto dalle pieghe del mio cervello.

 

 

Duplex


Una poesia è un gesto verso casa.
Fa domande oscure che chiamo mie.

La memoria fa domande oscure che chiamo mie.
Il mio ultimo amore guidava un’auto bourdeaux.

Il mio primo amore guidava un’auto bourdeaux.
Era veloce e terribile, alto come mio padre.

Deciso e terribile, il mio alto padre
picchiava forte come una grandinata. Lasciava segni.

La pioggia leggera picchia piano ma lascia il suo segno
come il suono d’una madre che piange ancora.

Come il suono di mia madre che piange ancora.
Nessun sonoro pestaggio finisce dov’è iniziato.

Nessuno dei pestati finisce dove abbiamo iniziato.
Una poesia è un gesto verso casa.

 

 

Rebus


Noi non riconosciamo il corpo
di Emmer Till. Noi non sappiamo
il nome del ragazzo né il suono
del pianto di sua madre. Mai
sentito il pianto d’una madre.
Non conosciamo la storia
di questa nazione in noi. Non
conosciamo la storia di noi
su questo pianeta perché noi
non dobbiamo conoscere cosa
crediamo di possedere. Crediamo
di possedere i vostri corpi ma non ci
servono le vostre lacrime. Distruggiamo
il corpo che nega l’uso. Noi usiamo
mappe non disegnate da noi. Ecco
un mare allora attraversiamolo. Ecco
una luna allora atterriamoci. Terre amate
da così tanto che le prendiamo. Shhh.
Non possiamo prendere quel suono.
Cos’è il pianto d’una madre? Non
riconosciamo musica finché non la
vendiamo. Vendiamo cosa non può essere
comprato. Noi compriamo il silenzio.
Lasciateci aiutarvi. Quanto costa
trattenere il vostro respiro sott’acqua?
Aspetta. Aspetta. Cosa siamo noi? Cosa?
Cosa diavolo siamo sulla Terra? Cosa?

 

 

NB: I testi non rispettano completamente la grafica dell’originale, per cui si rimanda all’edizione cartacea. 


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