La stazione di Bologna. Per Matteo Fantuzzi (1979-2026)

da | Giu 10, 2026

 

Per ricordare Matteo Fantuzzi (1979-2026), poeta e curatore di diversi significativi progetti di poesia degli anni Duemila, pubblichiamo cinque testi dal suo “La stazione di Bologna” (Feltrinelli, 2017) scelti per noi da Isabella Leardini.

 

Ora che qui sotto siamo veramente soli,
                               così soli
da rimanere assieme come una famiglia vera:
io ti cerco e avanzo un poco con il braccio,
trovo la tua mano e l’accarezzo ancora.
Sta in tutto questo un suono, un fremito
come fa l’aria che si incastra tra le lamiere
e nella pelle asciuga. Siamo nella nostra vita
l’ultima cosa apparsa come eravamo stati allora
che prima di conoscerci non c’era il senso
nelle cose, nessuna condizione per definire
quello che alla fine invece in questo modo è stato.

 

*

Quante volte (nemmeno più le conto)
che ho sentito dire “per un niente
sarei potuto essere anche io lì sotto”:
un piccolo ritardo, un imprevisto,
la telefonata della suocera (…).
Esiste tutta una casistica, una categoria
a sé stante: chi è sopravvissuto si racconta
sempre con le stesse poche frasi,
scambia il proprio volto con qualcuna
delle vittime, piega innervosito le sue dita
mentre racconta quasi a vergognarsi
di non essere rimasto steso sull’asfalto
di non essere anche lui come quegli altri,
pure lui una cosa ferma, un corpo senza vita
cessato lì tra il cielo e le macerie.

 

*

Di là dal vetro non smette di guardarmi un corpo
ancora giovane negli anni ma già spento,
perseguitato, solo. Non bastano i ricordi
quando si cambia così profondamente
da non riuscire più a capirne il senso
così corrotto, così perso, devastato
fino nelle viscere, nel ventre. Si cerca di tenere
fermi i cocci, rifugiarsi in mille gesti quotidiani,
accendere la radio, la televisione, non restare soli
con se stessi, non affrontare i mostri. Così nel viale
sotto casa incontri tutta questa gente:
chi è ormai sconfitto e quelli che continuano a spostare
e tendono le dita, restano in attesa con i polsi,
espongono le vene e fanno. Finché potranno, fanno.

 

*

PERCHÈ TUTTI QUEI NOMI

(“Perché tutti quei nomi?” mi domanda un amico critico dopo avere letto la prima stesura del lavoro.)

 

Se scendi lungo la dorsale del Paese
troverai senz’altro qualche luogo dov’è successo
quello che neanche più si riesce a raccontare:
Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole
e ancora Ustica, San Benedetto Val di Sambro, Brescia
nelle città assopite, magari tra le mura
oppure nelle viti, tra i frutteti, a settemila metri
in volo, sulle rotaie sopra qualche treno.

E anche quando cambiano le storie, cambiano gli attori
rimane inalterato il suo finale, le urla nelle case vuote simili
a latrati, i nomi urlati che non possono parlare.

 

*

Adesso questi volti sono tutti familiari
li rivedo ovunque, sono i miei clienti del lavoro
o le cassiere del supermercato, o i ragazzini
delle scuole, i pensionati che divorano i giornali
nei lunghi viali della biblioteca. Vedo Torquato
e Carlo, Silvana e Mirco, Nazzareno, Salvatore
che hanno la mia età e un poco mi somigliano
rivedo Angela – 3 anni – che mi corre incontro
come Federico adesso, solo con il volto di Sofia,
che ancora non conosco. Poi Vincenzo che esce
dalle porte delle case qui a Bagnacavallo
e se ne va a Verona per vedere l’opera, anche lui
lo vedo tutti i giorni, è nei teatri in terza fila
sulla destra: non si perde neanche un attimo la scena
conosce ogni passaggio (io invece mi addormento
a volte, mi metto a scrivere, mi perdo). Ci sono
certi giorni che mi vengono a trovare tutti,
mi raccontano talmente tante cose che non riesco
neanche a contenerle. Allora sfuggono e ritornano
come fa la neve che si deposita poi ghiaccia
pazienta e quando esplode infine bagna
i campi e porta frutto, e non ti lascia.

(Angela Fresu, figlia di Maria di cui non ritrovarono mai il corpo, solo alcuni resti saldati alle macerie dopo molti mesi, troppo vicina al punto d’esplosione perché non rimanesse altro che il ricordo.)