Pubblichiamo un estratto dal volume “Tre poesie” della poetessa inglese Hannah Sullivan, da poco uscito per Crocetti nella traduzione di Riccardo Frolloni e Carmen Gallo.
3. QUANDO L’UOVO INCONTRA LA FRUSTA
Se non piangi ora, potresti non piangere mai.
Perché quando tornerai, ci sarà solo un cubicolo,
e le nettarine sul davanzale dell’ospedale.
Le cose crollano, si sporcano, diventano composite.
La muffa forma le sue spore sul pane e le pecore si fanno più arruffate.
I fiori di ciliegio si posano sulle auto come tettucci.
I maglioni fanno i pelucchi.
Tu sai tutto questo:
l’aspetto della carne macinata o cruda o rosolata in padella,
l’occhio del neonato come un poster dell’Egeo,
e come l’iride scurisce, si vena, raccoglie le sue macchie solari,
cambia colore come una roulette.
Eppure dimentichi sempre…
come la sabbia di Petra, quando il barattolo vola dallo scaffale,
dimenticando i suoi strati…
*
Pensi a una sabbiera per bambini dopo la pioggia,
alghe di rametti, bicchieri di Costa volati, un calzino rovesciato,
le case sporche, abbandonate, delle lumache,
una vanga. E oltre la sabbia, il prato municipale,
con le sue tonde merde di volpe e terriccio scavato e palline,
e i ciuffi pelosi di scalogno che seguono le campanule.
Pensi alla discrezione di una campanula;
pensi al prato municipale.
Pensi alla tua schiena a vent’anni: una mappa di nulla, un oceano Pacifico.
E poi le colonie di dolore, i punti sensibili,
la guaina nodosa della fascia che paghi perché sia massaggiata,
la balcanizzazione dei gruppi muscolari…
Pensi alla realtà dell’allattamento:
le tue dita luccicano come chele di granchio sotto il rubinetto,
il tiralatte si asciuga al suo posto, senza la valvola a labbro,
la bottiglia piena si rovescia voluttuosamente sulla moquette,
il congelatore con i suoi pacchetti di impasto surgelato,
il bambino da solo nella sua cesta, a guardare le ombre.
E pensi al botto, tipo champagne, la prima volta che hai aperto il latte in polvere –
la bottiglia magnum, il bambino che sta male come un invitato alle nozze,
e poi soffice come un cuscino con il ciuccio sul tuo petto.
Pensi a com’è la sofferenza, inanimata,
la limatura di ferro delle rughe del sorriso smagnetizzata si mescola con i lividi:
che faccia di pastelli a cera, un bel Mercoledì delle Ceneri!
Pensi alla borsa in pelle di tuo padre,
alla vestaglia blu in cui eri solita affondare il naso.
Non le avevi più viste dall’infanzia,
ed eccole al lato del letto, da portare a casa,
la pelle con la sua grana ben lucidata,
la vestaglia rammendata sulla spalla.
Pensi a una sabbiera per bambini dopo la pioggia.
*
Questo è il mondo e l’entropia delle cose,
la diga ostruita e il mare che entra,
l’emendamento e l’errore introdotto,
il pavimento prima della pasta di un bambino a cena,
la piscina liscia che aspetta il tuffatore novizio,
gli abiti della ragazza per domani e quelli di sua madre,
il primo ti amo e tutti gli altri.
*
Così ricordiamo il coraggio degli spazzini,
per la disperazione del loro lavoro,
e gli imbianchini nelle città di mare,
e la carità dei turisti nei parcheggi d’ospedale,
perché si siedono a bere tè e a fumare,
e non si curano di multare chi muore.
E la bonarietà dei sensitivi di Manhattan,
rannicchiati nei seminterrati illuminati come bordelli,
quando la stagione si rifiuta di cambiare,
e le donne passano il Ringraziamento da sole.
Tutto è asciutto e morto e sporco,
e l’amore sputa per avere informazioni.
Così ricordiamo i nostri sé adolescenti,
e le loro vite future, e le morbide nettarine
che non abbiamo voluto comprare, e perché:
per via dei veterani dell’esercito nell’ascensore,
e la nausea mattutina stretta sotto le costole
come una che si provi una gonna vintage;
per via del ragazzo in kaki a trama larga
con una faccia da maschera di Halloween da poco,
che mobilitava i muscoli del mento, i tendini del collo,
per approssimare un sorriso – per essere gentile con noi.
Come ricordiamo nostra madre abbastanza buona,
perché era ansiosa di fare male le cose,
e ha fatto male le cose, e ci ha amato.
Perché ci cantava dei bus, stonando.
[…]
*
Il bambino non somigliava affatto a mio padre,
ma c’era una certa affinità:
il nostro leggero imbarazzo l’una con l’altro.
Nessuno di noi era al meglio, quella prima notte
c’era lo sbuffo della pompa che mi comprimeva le gambe,
ero stordita dalla morfina per via endovenosa, il catetere perdeva,
e io ero stupefatta – dopo aver osservato così tanta arida dialisi –
per le pesanti borse di urina accanto al letto.
E poi c’era il nostro reciproco essere inglesi.
Cercavamo di ignorare i raggi uv sotto la tenda,
e la madre dei gemelli itterici che sibilava.
Non riuscivo a raggiungere la culla di plastica,
così stavi, con tutti i tuoi quattro chili e più, tra le mie braccia,
ed entrambi eravamo timidamente contenti l’uno dell’altra,
un po’ snob ma con sollievo e riconoscimento.
Che dovevi essere tu, dopotutto
la voce che già conoscevi, le braccia, le gambe che avevo già sentito.
Piangi all’inizio del viaggio, anche prima che inizi l’imbarco,
piangi lacrime di mirtilli, più luminose degli occhi delle rondini,
più profonde degli stagni nel cortile pulito di tuo padre,
se non piangi ora, potresti non piangere più.
Perché quando tornerai, ci sarà solo un cubicolo,
e le nettarine sul davanzale dell’ospedale,
quindi piangere sarebbe per una penombra di sentimento:
il cruccio di una citazione perduta in un libro che non riesci a trovare.