La piuma di struzzo

da | Set 17, 2021

Pubblichiamo un racconto in esclusiva da “La farfalla di Dinard”, appena uscito per “Lo Specchio” Mondadori a cura di Niccolò Scaffai.

 

Gli uomini sono un po’ come i libri: ne leggete distrattamente uno, e non prevedete che finirà per lasciare in voi una traccia incancellabile; ne digerite con ogni zelo un altro, che abbia tutta l’aria di esser degno dell’impresa; e scorsi pochi mesi vi accorgete che la fatica è stata peggio che inutile. Ma sul primo momento, al primo incontro, il risultato finale, la perdita o il profitto, sono sospesi a un punto interrogativo. Mi chiedo spesso, non quali libri ma quali esseri viventi o defunti io potrei rivedere fulmineamente e involontariamente se fossi posto (facciamo gli scongiuri) davanti a un plotone d’esecuzione o se mi trovassi in procinto di affogare, senza possibilità di scampo in vista. Uomini o bestie favorite? Uomini – o donne – che mi furono cari o piuttosto gente di passaggio, individui appena sfiorati, che non sospettarono mai di aver preso tanto posto nella mia coscienza? Se gli istanti che precedono il sonno e che dovrebbero essere riempiti di preghiere e di meditazioni possono somigliare in qualche modo agli ultimi attimi di una vita terrestre, io direi, per analogia, che molte saranno le sorprese riserbate, in tale congiuntura, all’homo sapiens dei nostri giorni, ormai del tutto dissociato e fatto a pezzi, nel cuore di una società tanto più inumana quanto più si mostra riguardosa dei diritti della collettività. L’altra sera, prima di prender sonno, mentre stavo concentrandomi intorno alle ragioni supreme della vita e mi ripetevo «uomo, devi morire», entrarono a farmi visita due strane figure delle quali avevo perduto affatto il ricordo; ed io, abbandonando le tenebre, fui come il viaggiatore che controlla se stesso sugli altri, e scoprendo mutate le proprie reazioni di fronte a fatti e a vicende del passato deve riconoscersi diverso e prender coscienza del vecchio assioma che mai tra gli argini di un fiume scorre due volte la stessa acqua. Stavo per spegnere la luce quando, preceduto da un discreto batter di nocche all’uscio – toc toc toc – e da un cavernoso «si può?» ch’era almeno un si naturale contrabbasso, vidi entrare un soldataccio robusto, di mezza statura, bardato e coperto d’armi cap-a-pe, come il fantasma dell’Amleto con l’aggiunta di una grande piuma di struzzo che dal cappello gli scendeva ad arco fin quasi sugli speroni; e accanto a lui, servile e cerimonioso, un vecchietto che si esprimeva con gesti e smorfie di lemure piuttosto che con le parole di un indecifrabile dialetto. «Marcello» mi dissi subito pensando al fedele servo di Raoul de Nangy, negli Ugonotti; e il ricordo del personaggio, inevitabilmente associato a quello dell’interprete famoso, mi fece ravvisare senza esitazioni colui che, morto anni fa a Montevideo, è stato il più sepolcrale forgiatore di note sotto le righe che il teatro italiano abbia conosciuto: il basso profondo Gaudio Mansueto uomo di larghe spalle, ex camallo ovvero scaricatore del porto di Genova, affinato (quando lo conobbi io) da una fortunata carriera di artista lirico e da una istintiva intelligenza che ne faceva, quand’era «in parte», un autentico dominatore del palcoscenico. «Marcello» ammise il soldato affilandosi i baffi appuntiti alla Marco Praga; e accostatosi al pianoforte, sempre aperto nella mia stanza, fece scorrere una mano sulla tastiera e lanciò sommessamente il pif paf che precede la descrizione della presa della Roccella. I vetri vibrarono forte. «Ah» dissi senza sorpresa. E rivolgendomi all’altro: «E lei…
scusi?». «Stasera vesto da Dulcamara o da Alcindoro, per servirla; al secolo Astorre Pinti, basso comico o buffo, se preferisce.» «Astorre Pinti? Ma io la conosco, signor Astorre. Abbiamo
parlato a lungo, quando eravamo rifugiati nello stabile di via Lamarmora, nei giorni d’inferno che precedettero la liberazione di Firenze.» (Peloso e affamato, sempre in pigiama, col petto carico di ciondoli e di medagliette, la voce eternamente «in maschera» – mi mi mi su tre ottave, uno squittio di marmotta e poi un rantolo di moribondo – aveva saltato i pasti per parecchi giorni, lui e la sua numerosa famiglia. E con lui la faccenda si faceva anche più complicata. Era vivo o morto come l’altro? Non ne avevo avuto più notizia.) «Certo non ricorderà commendator Mansueto» ripresi per vincere l’imbarazzo «ch’ebbi l’onore di esserle presentato trent’anni fa dal parrucchiere Pecchioli, in galleria Mazzini. Lei mi condusse con sé nello sgabuzzino di un accordatore di pianoforti nonché capo della claque, e ascoltò la mia esecuzione del “Lacerato spirito”,15 consigliandomi di perseverare nello studio del bel canto.» «Ah ah» tuonò Mansueto e «ah ah» ghignò Dulcamara in perfetto accordo di terza. Sedettero assieme al pianoforte senza occuparsi di me. Arpeggiarono, cavarono fuori da uno scaffale lo spartito della Forza del destino e andarono dritti alla pagina che cercavano. «Rammento» aggiunsi «cavalier Astorre, che lei prevedeva la totale distruzione di Firenze, città di bestemmiatori; ciò che avvenne solo in parte. Quanto a lei, commendatore, ebbi la fortuna di risalutarla vestito da Zaccaria17 sul palcoscenico del Chiarella di Torino;18 poi perdetti le sue tracce.» «Ah ah ah»19 echeggiò Mansueto e «ah ah ah» incalzò Astorre sul tono dei due congiurati nel Ballo in maschera. «Non posso lusingarmi» continuai «di essere ricordato – io modesto pennaiolo – da autentici luminari dell’arte lirica. Se tuttavia le vostre signorie volessero spiegarmi le ragioni…» «“Giudizi temerari”…» esplose Marcello scagliando a terra il cappello e iniziando la sua parte nel duetto dei due frati. Un pezzo della penna, spezzata, volò oltre il pianoforte. E l’ultima sillaba s’ingorgò profondissima, come un suono d’organo, coprendo lo stridore degli ultimi tranvai notturni. Dal piano di sopra qualcuno batté forte sul pavimento per imporre il silenzio. Certo i vicini erano già stati disturbati nel sonno. «Mi compiaccio» proseguii portandomi le mani sugli orecchi «mi compiaccio, commendatore, che il suo registro grave abbia conservato, malgrado l’età, malgrado le sue mutate condizioni… di vita e di… residenza, tutta la sua forza. Voglia tuttavia riflettere che data l’ora avanzata e le abitudini di questi casiliani… non sarebbe forse inopportuno… Lei mi comprenderà… Il mondo…» «“Del mondo i disinganni”…» scoppiò Mansueto torcendosi sul seggiolino girevole e accompagnandosi a larghe manate, mentre l’altro gli teneva bordone con un controcanto beffardo e pungente, nella speranza che la sua voce stridula riuscisse a farsi strada tra tanta bufera. L’uragano era scatenato in pieno. Una tempesta di alti e di bassi, un suono di voragine trapunto dagli svolazzi di un piffero e dai cachinni22 di un fratacchione inverecondo: la lezione di umiltà del Guardiano e i dubbi e le lubriche facezie di Melitone. Cercai di parlare ancora ma la mia voce fu travolta; e la raffica durò a lungo finché si estinse in un viscerale fa ultrabasso sul quale Astorre tentò invano di far risaltare – due ottave più in su – la sua pettegola fiorettatura. Quando mi stamponai le orecchie sentii battere forte alla porta esterna. Tutto il caseggiato era in agitazione. Anche dalla strada giungevano voci e imprecazioni altissime. «Basta» disse il commendatore chiudendo il pianoforte con un tonfo, e «basta» ripeté Astorre riprendendo il tubino che aveva pure buttato in disparte. I due uomini ora erano in piedi e s’inchinavano. «Servitor» eruttarono insieme come il Mefisto di Gounod, scendendo a un fa diesis che parve giunto direttamente dagl’inferi; e ripassarono l’uscio, apparentemente soddisfattissimi della lezione notturna. Rimasi a lungo agitato; le voci di protesta andavano calmandosi e l’uscita dell’armigero e dell’omiciattolo non sembrò dar luogo a commenti. Che partissero a cavallo di una scopa non mi pare probabile. Dormii pochissimo ripetendomi sempre «Del mondo i disinganni…» e cercando di dipanare il senso recondito di quella visita notturna. Avevo assistito all’appuntamento di un morto con un vivo o all’escursione serale di due defunti? E se i due non sapevano nulla di me, come mai avevano trovato la mia casa? E se, infine, dovevo considerarli come un frutto del mio subconscio, un’allucinazione, perché non avevo partorito qualche personaggio di maggior peso nella mia vita? Poi riflettei che un nesso fra le due figure esisteva in me: incontrando Marcello avevo sperato un giorno di emularne la gloria, di battere la sua pista; dividendo il digiuno di Astorre, trent’anni dopo, ho ringraziato Iddio di avermi salvato dai rischi della sua vita, sebbene per incorrere in guai anche più umilianti. I due uomini erano il principio e la fine di un arco, di una parabola mia personale, privata. E continuavano a ignorare colui per il quale, oggettivamente, erano esistiti di più. Non sempre si riesce a vivere per chi si vuole. Alzandomi telefonai al vicino del piano di sopra per fargli le mie scuse. Mi rispose seccamente di non avere udito alcun rumore notturno. Più tardi la «lavoratrice a domicilio» che viene a spazzare la mia camera, interrogata abilmente, ammise di aver trovato una piuma tra il muro e il pianoforte. «Una piumetta di pollo o di piccione» precisò «non di struzzo. L’avrà portata il vento.»

Eugenio Montale (Genova, 1896 - Milano, 1981) è considerato il più importante poeta italiano del Novecento, premio Nobel per la letteratura nel 1975. La sua opera poetiche si può dividere in due stagioni: la prima comprende le raccolta Ossi di Seppia (1925), Le occasioni (1939) e La bufera e altro (1956); la seconda, Satura (1971), Diario del '71 e del '72 (1973), Quaderno dei quattro anni (1977), Altri versi (1980), seguite da Diario Postumo (1996). Tra le sue opere in prosa, Farfalla di Dinard (1956), Auto da fè (1966), Fuori di casa (1969), gli scritti di Sulla poesia (1976) e i brani di critica musicale, raccolti nei Meridiani Il secondo mestiere. Arte, musica, societàIl secondo mestiere. Prose 1920-1979, a cura di Giorgio Zampa (1996).


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