Quattro poesie in anteprima da “La morte non finisce nel mare” di Gbenga Adesina, appena uscito nella traduzione di Stella Sacchini e Federico Biolchi, e con una nota introduttiva di Andrea Sirotti, nella collana ‘Cittadini della poesia’ di Transeuropa.
STORIA DEL POPOLO DEL 1998
La Francia vinceva la Coppa del Mondo.
Il nostro dittatore dagli occhialoni scuri moriva
a causa di una mela rossa avvelenata
anche se lo sapevano tutti che era stata la CIA.
Noi vivevamo a miglia di distanza dall’Atlantico.
Guardavamo Il dottor Dolittle, Titanic, La maschera
di Zorro. Nostro nonno, mezzo cieco, aspettava
il regno di Dio seduto su un trono nella sua stanza
buia, traducendo Dante.
La sonda Galileo aveva rilevato
un intero oceano nascosto sotto lo strato
di ghiaccio sulla luna di Giove.
Il fiume Yangtze in Cina perdeva il controllo
e reclamava vendetta.
Altrove un deserto prendeva fuoco.
Comprammo una tartaruga verde di plastica e la chiamammo Sir
Desmond Tutu.
Un serpente entrò in casa dalle fogne
e, da bravo figlio, corsi
a nascondermi sotto il letto.
Esplose Google.
Esplose il Viagra.
A luglio, di notte diluviava e il vento per poco
non ci scoperchiò casa. Io pensavo: Dio ci ama
a tal punto
da volerci riempire di sé.
Mia madre, la vidi da una fessura nella porta, la scia
d’una sciarpa rosso amaranto e d’una gonna gialla svolazzante.
Pensava che nessuno la stesse guardando. Danzava al ritmo ipnotico
di Fela Kuti. Rideva e batteva le mani
davanti allo specchio. Era l’anno in cui casa nostra si riempì
di ragazzi e ragazze, e di un fantasma, la nostra sorellina.
Calmaria. I portoghesi la chiamavano così. Quando pioveva
e poi di colpo il mondo abbonacciava, ci fiondavamo
fuori dalla porta per salutare l’aurora
di uccelli che volteggiavano nel cielo.
Sapevamo che uno di loro, il più piccolo, era uno di noi,
quelle spettrali egrette bianche.
STORIA BREVE
1960
La notte in cui la bandiera dell’Impero britannico si abbassò
nel mio Paese, dalla foresta si levò il grido di un lupo chiazzato.
In un convento vicino al delta, una donna
vide colombe di pietra che sbattevano le ali
nel buio, in preda al panico, ma in realtà erano i cenotafi bianchi dei missionari cristiani.
In una cittadina costiera che confina con la laguna
e con il “Punto di Non Ritorno”, un prete, uno schiavo tornato in patria,
mormorava preghiere e traduceva le scritture.
Nel sogno della donna c’era uno scultore in una lunga casa piena di stanze:
lo scultore strappò una pagina da un libro di mappe per farci una barchetta
che lei chiamò Amistad, un regalo, sussurrò alla figlia,
sempre nel sogno, un regalo da parte dei fantasmi, perché sono cittadini anche loro.
Quella notte, i netturbini, alcuni dei quali
erano poeti pastori, accostavano la bocca ai cespugli
e agli alberi di melastella del loro villaggio, e spazzavano cantando, convinti
che la terra avesse orecchie e quel discorso miracoloso
potesse intenerirla. Quella notte, un giovane drammaturgo sognava
e nel sogno vedeva la danza fluttuante di una foresta.
In una torre con una balaustra coloniale, giovani
soldati, tra loro futuri dittatori, dormivano e nei loro sogni snocciolavano
le future morti di cui si sarebbero macchiati.
Erano convinti che la crudeltà fosse il loro destino.
In ogni famiglia c’erano figli destinati
alla guerra, così pregavano di avere figlie femmine.
Un paese fatto per le rovine. Non c’era alcun paese.
In un boschetto di abeti rossi, una vedova, prima che il figlio
fosse calato nella tomba e nel buio, gli chiuse
le palpebre nella bara e disse: “Su, sbrigati,
va’ a incontrare il Re.” Era un sogno.
In un sogno più profondo, in una rotonda di pruni,
voci si udivano tra i tupeli, le risate di bambini fantasmi.
Un confezionista, mio nonno, mormorava
nel sonno: “Oddio, che secolo,
che secolo!”
Un falco nero s’involava sopra una scogliera bianca
e scompariva nella giara azzurra del cielo.
Era un sogno. Non c’era alcun cielo.
Questa è la storia della notte in cui nacque mia madre.
EMISSARIO NEL SUD DELLA FRANCIA
Avevo giurato che gli occhi di mio figlio avrebbero visto il mondo.
I frutti – le albicocche Bergeron, le mele Calville Blanc e le pesche –
che crescono qui ospitano il terroir del suolo e nei loro semi
portano lievi una dolcezza che, pur nata
dallo strame della morte, trascende la decomposizione.
Quando Baldwin arrivò qui negli anni ’70, la spossatezza viveva
come un parassita dentro il suo sterno.
Ai funerali dei suoi amici – Medgar (1963), Malcom (1965),
Martin (1968) – indossava l’abito nero che aveva messo ai loro matrimoni.
Dal taschino estrasse un fazzoletto bianco
che svolazzava leggero e tremolava come una colomba cieca
per dare conforto alle vedove, a loro volta figlie
di vedove. Fuggì dal suo paese.
Portai mio figlio a vedere il palinsesto della casa
che acquistò a Saint-Paul de Vence: una casa in pietra del
XVII secolo con dodici stanze,
un giardino di rose e una terrazza da cui poteva odorare
e respirare la brezza salina del Mediterraneo.
In tutti i sali e gli oceani, secondo lui, si annidava un sentore dei suoi antenati.
In quella brezza, in quel castello, lui danzò e rise
e fece festa. Ospitò Miles Davis ed Ella Fitzgerald.
Ma durante il sonno piangeva e nei suoi sogni
un cavallo bianco dagli zoccoli neri correva in cerchio.
E in quei sogni, Malcom e Martin e Medgar
erano bambini vermigli che correvano in tondo in un campo di farfalle gialle
e gli chiedevano di unirsi a loro poiché
la stanchezza era un fardello soltanto dei vivi
e loro avevano trovato una strana pace dopo i proiettili.
Quando si svegliava di colpo, piangeva e rideva e danzava
ancora un po’ nella brezza e nel sale e arrancava alla finestra
con una bottiglia di rum in mano.
I suoi compaesani, quei primi anni, tenevano le distanze, ma
lui li conquistò con il suo fascino.
Mentre camminavo per il paesino tenendo mio figlio per mano,
sentii una grande quiete scendere su di me.
Sulla veranda d’un ristorante, in attesa di un piatto di pan bagnat,
mio figlio, in preda a un’euforia improvvisa, decise di fare la break
dance su una canzone immaginaria, come Prince
in Purple Rain. Si alzò, ondeggiò, fece roteare le mani
e i suoi piedi scivolarono nel moonwalk. Io ero nervoso.
Eravamo in pubblico.
Volevo fermarlo. Ma poi udii risate e applausi e il tintinnio dei bicchieri
e un’accozzaglia di francese e inglese dagli avventori
che lo applaudivano. Una perla di sudore mi scivolò lungo il collo.
Era per il sollievo. Quel giorno, nulla avrebbe spezzato le nostre fragili ossa.
LA MORTE NON FINISCE NEL MARE, 4
I
[Poesie d’amore alla foce del mare]
Pensi che
non conosciamo l’amore?
Lei dice:
la prima volta
che mi ha parlato, mi ha detto:
“Le tue labbra sono le prugne di Dio.”
Lo guardavo nuotare, le sue mani, il suo torso,
il modo in cui fendeva l’acqua con tanta gentilezza manifesta.
Mentre lo guardavo, d’un tratto ho capito
che il suo passato era pesante e incompiuto dentro di lui.
Poiché era gentile con l’acqua,
ho capito che sarebbe stato gentile anche con me.
Mi ha regalato l’anello di sua madre.
Al nostro matrimonio, indossavo
un abito azzurro
e una corona di forsizia.
Al momento del sì, mi ha rivolto promesse che ha tirato fuori
dalla sabbia bianca, o parole che ha rubato a un poeta.
II
Lui dice:
L’ho incontrata dentro una sciarpa azzurra. L’ho incontrata
dentro un treno di nebbia.
L’ho incontrata dentro la mia sete.
Ballavamo in un locale, spensierati come piccoli dèi sudati.
Sulle prime ero timido. Ho ballato in cerchio intorno a lei.
Poi ho lodato la fessura e il morso della sua bocca, rosso salmone.
Il suo scialle giallo-rosso, le sue dita.
Ho lodato i suoi denti, piccole merlature bianche.
Ho lodato la luna delle sue labbra.
Poi mi ha sussurrato:
Il mio nome è nella tua bocca.
Lascia che ti insegni a pronunciarlo.
III
Guarda, una coppia sta per sposarsi sulla riva.
Stanno aspettando di attraversare il mare.
Ma qui, a quest’ora, aspettano e stanno in piedi
uno di fronte all’altra con le loro promesse. Non c’è fretta.
L’amore, ricordalo,
è il paradiso, ma esige la salita.
Si sono incontrati durante il viaggio.
Entrambi non hanno più una patria
ora, se non la loro immaginazione.
Non parlano
lo stesso idioma, ma condividono una lingua.
La loro geografia, se ne hanno una, è una fessura di labbra,
un arcipelago di cosce e gambe intrecciate.
Si dicono fra loro: Bocca di mare, mare di bocca, baciami.
Torso d’acqua,
prendi vita, prendi vita,
dentro di me.
IV
Su un’altra spiaggia, un altro giorno, un uomo in ginocchio
piange rivolto al mare.
Schiaffeggia la sabbia bagnata e le pietre scheggiate
come si farebbe con un fratello. Lo afferra per la camicia di sabbia
e lotta con la terra. Qui, le pietre portano dentro di sé
il pianto sommesso dell’isola. Un dolore senza sbocco.
Dicono che l’uomo fosse fresco di nozze. Dicono che il suo
amore avesse il volto di Absalom.
Dicono che se il mare avesse avuto un po’ di pudore non
avrebbe inghiottito un uomo così bello.
Ora le loro promesse sono nell’acqua.
L’uomo artiglia la sabbia. Piange: Oceano, Oceano,
mi devi un corpo. Oceano, ridammi il mio amore.
Gbenga Adesina (1989) è nato ad Akure, in Nigeria, e attualmente vive e lavora negli Stati Uniti. È stato il primo poeta nigeriano – nonché il primo africano in assoluto – a vincere, nel
2016, il Brunel International Poetry Prize. Nello stesso anno, la sua poesia “How to Paint a Girl” è stata scelta per la pubblicazione sul «New York Times». Nel 2020 ha vinto il Narrative Prize con la sua poesia “Across the Sea: a sequence”. Suoi contributi sono apparsi sulle pagine di «Yale Review», «Harvard Review», «Narrative», «Academy of American Poetry’s Poem-a-Day» e «Prairie Schooner». Di recente ha inaugurato, in qualità di Mellon Foundation Fellow, il corso in “Global Black and Diaspora Poetry at the Furious Flower Poetry” alla James Madison University. “La morte non finisce nel mare” è la sua prima raccolta poetica. Uscita in America a settembre 2025, è nella long-list del National Book Awards 2025 for Poetry e nella short-list del Griffin Poetry Prize 2026, e ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award 2026.