In anteprima da “La macchina infinita” di Alberto Casadei, appena uscito per la collana ‘Gialla’ di pordenonelegge insieme a Samuele editore, pubblichiamo il poemetto “Le giuste distanze”.
In quanti modi è destino scomparire, in quante forme
muori, in quali tracce sono dissolti
i corpi che conducono al tuo corpo?
Sei di nuovo qui, al solo monumento
che è Roma, non ti importa del caotico
movimento di figure umane intente
ai loro ovvi scopi, guardi invece le sacre
ruine, il colossale naufragio della domina
un tempo lontano regnante sui mortali,
adesso materiale da scavo, senza ordine e nuda.
(Sono i prodromi antichi dell’irrecuperabile
sito di ground zero, don deLillo dixit).
Continui a fare finta che ti attragga
il pezzo di dito o il cranio dell’imperatore,
residui della statua sesquipedale: ma
ti chiedi unicamente perché sono rimasti,
non si sono annichiliti rientrando nell’inesausto
ciclo che aggrega e disgrega, evolve forse,
di sicuro rifà sempre da capo, non hanno
motivo questi residui, eppure abbiamo amato
del tutto sprofondato le reliquie.
“E sono belle?
No, non belle, sono il creato
creato dagli uomini, il segno del loro
transitare e concretarsi nelle cose”.
Che nobile semplicità, che quieta grandezza?
Non c’è tregua mai dai rumori mondani, il bus
a due piani girovaga coi suoi turisti che pregano
a mani giunte attorno al cellulare, i miliardi
e miliardi di foto un giorno saranno ricomposte da un’IA
che per intero conoscerà il passato degli animali eretti,
scomparsi grazie alle loro macchine, avendo esaurito i calcoli
da capitalisti o comunisti o fondamentalisti.
Mentre tramonta ogni sole, tu continui a guardare
il mosaico nella chiesa che ha inglobato il divo Romolo,
lo spirito che assorbe la forza, sublimare
o perire.
“… il sublime nelle rovine, lo vedi
ancora? o lo vedi nel prosciugarsi del lago Aral,
nel disboscarsi dell’Amazzonia, nel riannientamento
di Palmira, nei borghi rugginosi di Detroit, ne la nube di particolato
fine che avvolge Lahore, Shanghai e Dacca,
nella radiazione che emanerà millenaria
dalla città fantasma fra Russia e Ucraina?”
E allora cosa sai, adesso, tu che scrivi?
So che Roma è una città come tutte, appena
più vecchia, e non c’è bisogno della sua storia,
o di quella di ogni altra, possono essere abbattute e devastate
e si ricomincerebbe di nuovo, come a Hiroshima, a Dresda, a Gaza.
Ogni potere umano ha condotto alla distruzione.
Ogni perdita di potere ha condotto alla distruzione.
Ogni ideologia umana ha condotto alla distruzione.
Stiamo conducendo alla distruzione.
(Come avevano fatto
i più fermi sterminatori dell’epoca antica – e davvero
non sai perché si è pianto sui resti devastati delle glorie
di chi creò desolazione ovunque, chiamandola pace).
Forse adesso dovresti anche tu vedere e immaginare
come riuscì a Piranesi nel frontespizio del suo secondo tomo,
dopo aver ammirato a lungo i riciclaggi di archi e colossei,
le baracche dei poveri dentro i portici grandiosi, i fòri
cosparsi di merda, e averne fatto incisioni di moda, e poi
cominciò ad allegorizzare, l’antiquus bivio delle vie Appia
e Ardeatina è una sua fantasia, uno scenario da festa
d’antico regime intriso di onirismo: cupole svettanti,
grattacieli di busti marmorei, la lupa allattante
ancora viva, e sul fondo, sul selciato a losanghe ben disposte,
omìni e cavallini e figurini che guardano,
come noi, già previsti.
Dopodiché si trasferì nelle carceri antiutopiche, capricci
o invenzioni di salite e discese, comunque verso il nulla,
scale enormi e incompiute, non rovine ma metafore di rovine, e tu
sei trasferito improvvisamente in quel luogo, nel capannone
ossificato che era stata l’Unione o la Concordia o la Vittoria o il Vulcano,
fabbriche comunque, lo spazio in cui hanno operato sino a quindicimila
operai, ossia schiavi moderni che generarono il materiale
per arrivare a questa vita, al benessere medio occidentale,
e non vedi altro, trent’anni dopo la chiusura, che le strutture,
le costruzioni di cui siamo capaci, pilastri verticali travi orizzontali
la cisterna sulla torre piezometrica, i capisaldi visivi,
dice Gemini, che mantengono viva la memoria
della Sesto San Giovanni industriale,
ora assente, giustificata.
(Al contempo, il villaggio operaio espone casettine curate, persino un
quattro stelle, la chiesa dall’estetica fascista tutta linda: nel mentre
la desolazione si può superare, i ruderi diventano Euphoria
di gonfiabili artistici, tutto trapassa –
ma alla Galleria Campari
ritroverai i poster famosi, l’arancione sul rosso vivo,
starai nel 27° bar migliore al mondo, lontano
appena un paio di chilometri –
e si rivende anziché morir…).
Oppure è un videogame che stai vivendo, ci sei dentro
per distruggere bene, torri gemelle o centrali nucleari o statue
di millenni versus di pochi anni, la storia non cambia niente,
perché questo hai deciso nella situation room,
l’impero del male o quello malato, farli
crollare presto, urlando “99,9 percent we are”, ma tu sei
anche lo 0,1, quello che conta, quello che distrugge davvero,
nemico agli altri e a te stesso, perché hai introiettato il virus
della vittoria a ogni costo, non conta più come e dove
sei diventato chi sei, non puoi non volere:
così hai parlato, prima di premere…
“E dopo?
dopo niente, neanche resti, no, neanche per errore”.
Ricordi o no? Quest’impalcatura non ancora smontata è reliquia
di ciò che fu o preparativo per ciò che sarà? Adesso devi salirci,
devi avvicinarti all’affresco in restauro, i tubi innocenti segano
l’aureola di Dio, il corpo del crocefisso, il volto dei committenti,
la Trinità come l’ha immaginata Masaccio è sezionata,
eppure sta lì, a due metri da te, se ti sporgi dal parapettino
metallico puoi toccarla, puoi congiungerti a quel passato,
non rovina, non reliquia, ma tempo che ti è dato.
NB: Non è stato sempre possibile rispettare la grafia dell’originale, ci scusiamo per l’inconveniente.