La linea spezzata

da | Mar 12, 2026

Pubblichiamo alcune poesie da “La linea spezzata” di Fabrizio Lombardo, da poco uscito per Donzelli.

 

Da FINE SETTANTA

 

la ricordo con i capelli scuri, ricci, passare da casa nostra
la domenica, mentre l’odore dell’arrosto e di patate al forno
si sentiva dalla terrazza. mi chiedo se avesse
la P38 nascosta nella giacca, se quel pranzo fin troppo
borghese la infastidisse o se fosse una perfetta copertura.
di certo quando stava davanti al picchetto della fabbrica
e non lasciava entrare nemmeno noi, figli degli operai,
la sua voce sapeva di ruggine e paura.

 

*

è stato facile dimenticare i luoghi. certi compagni
morti male. l’eroina prima d’entrare a scuola,
sotto il cavalcavia della stazione.

ora che la strada è chiusa e da qui l’edificio
non è più visibile, rimonto i pochi fotogrammi, sento
l’attrito della memoria, l’ombra che sfuma
nell’ombra. ribalto lo sguardo in questo presente
di padre, come in un film guardato al contrario.

***

Da IONIO

CUTRO

l’onda che ritorna, l’urto fragoroso contro le rocce, un suono
che si mischia alla pioggia rimasta sui corpi/ sulla spiaggia.
ci appesantisce l’amarezza come un nodo che si fa rabbia.
è un passo lento quello di chi se ne sta andando. un blister
schiacciato mentre attraversiamo il sentiero di sabbia
prima della statale, profilattici, vetri che sanno di crepuscolo.

 

***

Da EXIT MUSIC


Che venga, anche inaspettata, l’ora che ci separa.
Che il tempo si posizioni nel punto cieco dell’occhio.
Cerchiamo altre strade, altre vie di fuga, un soffio
di tempesta, un accidente, un urto tra noi e il mondo.
È come scappare stando fermi/ come farci male
senza capirne il motivo, senza dare tempo
al fiato che manca di ritrovare l’aria. Con la paura
sussurrata nelle ossa che diventa misura.
Presto, che il respiro si faccia notte.

 

***

 

Da RITRATTI


graffi e grida. risvegliarti tra le braccia fredde
di un muro/ il cucciolo stretto al petto. oscilla
la lampada appesa ad un invisibile filo nel troppo
buio. di nuovo botte e calci, il sangue. poi la morte
che qui è quasi uguale ad uno spazio bianco.

 

***

Da ATLANTE DEI GIORNI


Le porcilaie le riconosci per quel grigio liquido
che contrasta con i campi di colza, il giallo
nel primo sole della mattina è luce che attraversa
la Transpolesana. La guglia di un campanile, inattesa,
rimane indietro senza che tu te ne accorga, come la casa
di mattoni rossi ormai franata del tutto su sé stessa
metafora del paesaggio. Perché il resto qui è industria 4.0
meccanica di precisione/ confine produttivo
pronto all’invasione del terziario avanzato. Scivolamento,
baratro, uno spazio mancato, come tanti.


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*

Lo hanno visto tutti quel cielo blu scuro, quasi viola.
È solo dopo aver ascoltato le molte storie, che ha preso
forma ciò che poi è davvero accaduto. Il campo che va a fuoco,
le grida/ e noi restati immobili a controbilanciare il destino
a combattere i fantasmi, da dentro, senza poter far nulla.