John Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso

Self-Portrait in a Convex Mirrow viene pubblicato da John Ashbery per la prima volta nel 1972.  L’ultima edizione italiana, a cura di Damiano Abeni, è da poco uscita per la collana “Capoversi” di Bompiani. Pubblichiamo cinque poesie.

COME UNO BUTTATO UBRIACO SUL BATTELLO POSTALE

Ho tentato tutto, poco era immortale e libero.
Altrove è come stessimo in un luogo dove il sole
scende sfarinato, un po’ per volta,
ad aspettare che qualcuno venga. Volano parole aspre,
mentre il sole tinge in giallo il verde dell’acero…

Tutto qui, ma ermeticamente
ho avvertito il sommuoversi di un fi ato nuovo nelle pagine
che tutto inverno hanno esalato l’odore di un vecchio catalogo.
Nuovi periodi si accendevano. Ma l’estate
era inoltrata, non ancora oltre il mezzo del cammino
ma piena e buia della promessa di quella pienezza,
di quel momento in cui non ci si può più sviare
e perfi no i meno attenti ammutoliscono
per contemplare ciò che è pronto ad accadere.

Uno sguardo di specchio ti arresta
e tu passi oltre scosso: ero io il percepito?
Mi hanno notato, stavolta, così come sono,
o tutto è ancora rimandato? I bimbi
ancora intenti ai giochi, nuvole che salgono con agile
impazienza nel cielo pomeridiano, per dissiparsi
quando scende il limpido, denso crepuscolo.
Solo in quel colpo di clacson
là in fondo, per un attimo, ho pensato
che l’insigne evento formale stesse iniziando, orchestrato,
i colori addensati in uno sguardo, ballata
che abbraccia il mondo intero, adesso, ma con dolcezza,
ancora con dolcezza, ma con ampia autorità e tatto.

La prevalenza di quei fi occhi grigi che cadono?
È pulviscolo di sole. Hai dormito al sole
più della sfi nge, ma non ne sai più di prima.
Entra. Ho pensato che un’ombra tagliasse la soglia
ma era soltanto lei venuta a chiedere ancora una volta
se intendevo entrare, e in caso contrario di prendermela calma.

La lucentezza della notte s’insedia. Una luna dal pallore cistercense
ha scalato la vetta del fi rmamento, vi si è installata,
socia adesso nell’aff are del buio.
E un sospiro sale da ogni minuscola cosa terrena,
da libri, carte, vecchie giarrettiere, dai bottoni di sottomaglie e mutandoni
riposti in una scatola di cartone bianco chissà dove, e tutte le versioni
inferiori di città rase al suolo dalla livella della notte.
L’estate troppo esige, troppo prende,
ma la notte, schiva, reticente, dona più di ciò che sottrae.

*

UN UOMO DI PAROLE

Il suo caso suscita interesse
ma scarsa simpatia; è più piccolo
di quanto non sembrasse a prima vista. Che contributo
dà la prima ortica se ciò che cresce
diventa uno sketch? Tre lati conchiusi,
il quarto aperto all’erosione delle intemperie,
uscite ed entrate, gesti intesi in modo teatrale
a interrompere ripetutamente come malerbe piegate su se stesse

mentre il giardino si satura di neve?
Ah, ma si sarebbe trattato di un altro, ben altro
spettacolo, non del sapore metallico
che ho in bocca mentre distolgo lo sguardo, densità nera come polvere infume
negli angoli in cui continua lo scrivere d’erba,
Rosarossa in luoghi inusitati come la pressione
di dita su un libro chiuso di scatto all’improvviso.

Quelle intricate versioni del vero vengono
sbrogliate, i ringhiosi grovigli estirpati
e sparpagliati. Dietro la maschera
permane una comprensione continentale
del bello, che s’appalesa di rado e quando lo fa già
muore sulle ali del vento che l’ha portato sulla soglia
della parola. Racconto consunto dal raccontare.
Tutti i diari s’assomigliano, limpidi e gelidi, con
la prospettiva di un gelo interminabile. Vengono collocati
in orizzontale, paralleli alla terra,
come i morti che non ci intralciano. Giusto il tempo di rileggere
e il passato ti scivola tra le dita, augurandosi che tu sia con lui.

*

POESIA TRIPARTITA

1. Amore

“Una volta mi sono lasciato fare un pompino da un tipo.
In un certo qual modo, ho preso le distanze da quell’esperienza.
Adesso, anni dopo, ci penso
in modo equanime. Non c’è mai stato desiderio di replica,
e nemmeno complessi. Probabile che in circostanze appropriate
potrebbe succedere ancora, ma non so,
ho altro a cui pensare,
cose più importanti. Chi va a letto con cosa
non è importante. I sentimenti sono importanti.
Per lo più penso ai sentimenti, mi riempiono la vita
come il vento, come nuvole che capitombolano
in un cielo pieno di nuvole, nuvole su nuvole.”

Sterpi senza nome corrono su un campo
che l’anno scorso non ha drenato e
non sta drenando quest’anno e così non giungono alla meta
come onde alla fi ne di un lago,
ciascuna con un sospiro sommesso,
sei sicuro sia questo ciò che il puro giorno
con la sua luce permanente intende?
Ci sono talmente tanti mestieri diversi:
basta sceglierne uno, o una piccola parte di uno.
I giorni saranno azzurro-tristi altrove con la loro risolutezza.
Si deve tenere in mente una cosa.
Non è necessario sapere cosa sia quella cosa.
Ogni cosa è palpabile, nessuna è conosciuta.
Il giorno frigge, con fi ne consapevolezza,
ombre, increspature d’acqua, sottobosco, vecchie auto.

La coscienza è per te ciò che è conosciuto,
l’inconoscibile giunge a essere conosciuto.
Le cose familiari paiono distantissime.

*

DE IMAGINE MUNDI

I molti come li vede l’unico:
colui che è visto, che si confonde con i molti
eppure percepisce se stesso come individuo
in viaggio tra due punti fermi.
Lo sguardo acuminato che osa lanciare
per inchiodarti nella tua tana pomeridiana è solo un riflesso,
un parlato in una commedia fatta solo di indicazioni di regia
perché si dà il caso ci fosse un buco in cui fi ccarlo.
Disgraziatamente, meno dello zero virgola cinque percento
ha capito che l’atto indovinato è valuta corrente
(e lo è, seppure infl azionata)
e lo sguardo arriva a posarsi in cima a un campanile
con più o meno l’interesse che può destare un uccello.

Erano venuti ad abitare quaggiù da Boston
quei due. (Uno, un bell’esempio
dei molti ben af-fascinati,
l’altro che trasecola in un’eccentricità da scapolo
e ci gioca mentre non è che
stia diventando migliore né più giovane).

Il clima li costringeva a fare i compitini:
vagliare le notizie, aggiustare di qui e di là.
L’immensa faccia da poker li violava. E godeva
dell’essere disapprovazione vivente nei confronti
di una cosa nuova che hanno comprato.
Zanzara che succhia informazioni: “Hai sentito
dell’Uomo Qualunque dell’Ora Finale?”
Il loro incarnato omogeneo
segno di “Giorno di ferie”,
con gli autobus che passano piuttosto rapidi sull’isola vicina
anch’essi annotati mentalmente, secondo il suo piano.

Imboccando un sentiero mai visto prima
pensavi di conoscere la zona
(i molti percepiscono di sconfiggere il sonno).
“Qualche vegliardo sta su
fino al capolinea
per quanto esso si trovi tra due fermalibri.”
La nota giusta viene infi ne suonata
proprio con la minima forza suffi ciente ma come un fulmine
insieme al più fragoroso tuono immaginabile.
E così restano su a parlarne.

*

LA SOLA COSA CHE PUÒ SALVARE L’AMERICA

Esiste qualcosa di fondamentale?
Frutteti gettati sul territorio,
foreste urbane, piantagioni resistenti al freddo, colline ad altezza di ginocchio?
I nomi dei posti sono fondamentali?
Bosco degli Olmi, Cantone di Adametto, Fattoria delle Fiabe?

Mentre convergono irruenti a livello d’occhio
andando a sbattere su occhi che non ne possono più
di grazie, basta grazie.
Ed entrano in scena come un fondale fuso alla tenebra
le pianure acquitrinose, periferie come giungle,
luoghi di riconosciuto orgoglio civico, di civile oscurità.

Questi sono collegati alla mia versione dell’America
ma il succo sta altrove.
Stamattina mentre uscivo da camera tua
dopo una colazione ombreggiata da tratteggi incrociati
di sguardi di rimando e lanciati in avanti, di rimando nella luce,

in avanti in una luce inconsueta:
era opera nostra ed era
il materiale, ciarpame della vita, o di vite
che stavamo misurando, conteggiando?
Uno stato d’animo che presto sarebbe stato scordato
in intrecci di travature di luce, fresca ombra di centro città
in questo mattino che di nuovo ci ha rapiti?

Lo so che intreccio troppo le mie
percezioni staccate dal contesto delle cose, dal modo in cui ne faccio esperienza.
Sono personali e sempre lo saranno.
Dove sono dunque i personali colpi di scena
destinati in seguito a risuonare come rintocchi dorati
liberati sopra una città da una torre, la più alta?
Mi succedono le cose più strane, te le racconto,
e tu mi capisci all’istante?
Quale distintissimo frutteto raggiunto da strade tortuose
le cela? Dove sono queste radici?

Sono le rogne e i momenti diffi cili
a dirci se saremo conosciuti
e se il nostro fato potrà servire da esempio, come una stella.
Tutto il resto è attesa
di una lettera che non arriva mai,
giorno dopo giorno, l’esasperazione che monta
fi nché alla fi ne la stracci senza sapere cos’è,
lasciando su un vassoio le due metà della busta.
Il messaggio era assennato, a quanto pare
dettato tanto tanto tempo fa.

La sua verità è senza tempo, ma il suo tempo ancora
deve venire, a dirci del pericolo, e delle misure per lo più
esigue che si possono prendere contro il pericolo
ora e in futuro, in freschi giardinetti,
nel silenzio di piccole case di paese,
il nostro paese, in spazi recintati, in fresche strade ombrose.

Immagine: Foto di Lynn Davis.