Happiness – Poeti inglesi contemporanei /2

Jack Underwood, giovane poeta inglese dell’84, ha all’attivo un’importante pubblicazione per Faber&Faber. In un paese dove il talento dei giovani è sfruttato a vantaggio dell’intera comunità, sembrerà normale che Underwood insegni all’università e scriva per riviste prestigiose. Per chi è nato in Italia non è così scontato. Jack Underwood è uno scrittore immaginifico. Non è mai scontato o trattenuto, anche se la sua fantasia si innesta su linguaggi e situazioni quotidiane. La sua voce è allegra, arguta e sagace, ma anche allucinata, densa, enigmatica. I suoi temi sono universali: l’identità, le relazioni umane, le seduzioni del corpo. E tutta l’opera è attraversata da un bestiario incantato, ironico e inquietante. Il poeta è un notaio del senso, brillante, colto e diretto ma non appiattito sulla prosa o sul diario. I concetti e le immagini si inseriscono in una struttura stabile e tuttavia biologica, come certi quadri di Sutherland o alcune poesie di Elisabeth Bishop, Michael Donaghy e Charles Simic. La crudele precisione («cruel accuracy») delle immagini scalderà anche le menti più fredde. Impossibile non pensare agli orizzonti infernali danteschi.

Ha una cadenza «warm», materica, sensoriale – grazie a lingue, piedi e svariati pezzi umani – questo imprevedibile cuore gotico. Non stiamo parlando di vaghe teorie letterarie, qui la materia è contenuto. Allungata in metri ampi, allitterativi e metaforici, piuttosto che celebrativi o cantilenanti, l’idea usa ogni mezzo, anche l’enjambent, per spingere il segno nei binari del sogno, aderendo disperatamente ai contorni delle cose. Così gioisce il sentimento della lingua. Una poesia selvaggia, nel senso che incendia la parola, la spacca. Una lirica di appetiti semplificati, paesaggi che strutturano stati d’animo: «quando scivoli ubriaco / nella vasca tutte le palme di Miami bruciano». Sollevando la superficie delle cose più banali può emergere, per esempio e inopinatamente, «qualcosa di citrico». Se c’è introspezione non è vagheggiamento sentimentale ma è qualcosa di corporale, un’analisi di ciò che di più profondo abbiamo dentro, ciò che alcuni chiamano anima e altri inconscio, e che qui preferiamo chiamare budella, frattaglie. A cura di Alberto Pellegatta.

A VOLTE LA TUA TRISTEZZA E’ UNO YACHT

enorme, bianco e costoso, come un’incudine
caduta dal cielo: come saliremo a bordo
se a forza di guardare in alto ci fa male il collo?

Altre volte è una pietra su un prato all’inglese, e la materia
non può mai essere distrutta. Ma oggi la teniamo ferma
sul bordo del tuo letto, chiudendo gli occhi

su un’altra ora aperta ascoltando
le voci dei nostri vicini avere le voci
dei loro amici a pranzo.

*

SOMETIMES YOUR SADNESS IS A YACHT

huge, white and expensive, like an anvil
dropped from heaven: how will we get onboard,
up there, when it hurts our necks to look?

Other times it is a rock on the lawn, and matter
can never be destroyed. But today we hold it
to the edge of our bed, shutting our eyes

on another opened hour and listening
to our neighbours’ voices having the voices
of their friends around for lunch.

***

FELICITA’

Ieri mi è apparsa in forma di due elastici
viola intorno a un mazzo di asparagi, che era
una felicità davvero molto piccola, una banalità, per niente [simile
a quella conversazione poco maneggevole a gambe [incrociate sul letto
di dieci anni fa, o quando l’ho vista come uno spazio [sottile tra le labbra
socchiuse di chi ascolta un amico che lo capisce
con una precisione quasi crudele; la sensazione d’essere [conosciuti
faceva spazio sulle loro bocche, quella era la felicità.
C’era la felicità di mia madre quando ci siamo seduti
sull’autobus a Londra, dopo aver viaggiato da sola per [visitare il figlio,
quando sembrava più presente, forse per
la valigia che stavo trascinando per lei, che pesava
come la sua felicità, o che forse era proprio la felicità. È [raro che tu veda
una felicità così simile a una noce, come quelle che mio
padre fa passare a tavola quando parla con sentimento,
mettendoci tutti in imbarazzo. E poi i goffi cappellacci
strabordanti di felicità che i bambini ci calcano in testa [ogni volta
che impersonano la conoscenza. O quando in piedi su
un gradino inspiro e espiro, e fermo la morte e l’essere [morti
che viene dopo la morte, sospirando come una canzone sul [tema. O
privatamente con te, quando guardiamo la televisione e
tutti gli altri possono essere depressi come tronchi marci, [per quel che ci importa,
perché per quanto varia e graduale, conosciamo la felicità
perché non è sempre comune, e non aspetta molto a [abbandonarci.

*

HAPPINESS

Yesterday it appeared to me in the form of two purple
elastic bands round a bunch of asparagus, which was
a very small happiness, a garden variety, nothing like
the hulking conversation crosslegged on a bed we had
ten years ago, or when I saw it as a thin space in a mouth
that was open slightly listening to a friend pinning them
with an almost-cruel accuracy; the sense of being known
making a space in their mouth that was happiness.
There was the happiness of my mother as we sat on
a London bus, her having travelled alone to visit her son,
and she seemed more present which might have been
the luggage I was carrying for her that weighed heavy
as her happiness, or was her happiness. It is rare you see
a happiness so nut-like as that which we permit my
father to pass around when he is talking sentimentally,
embarassing us all. And of course, the goofy ten gallon
hats of happiness that children plant on us everytime
they impersonate knowledge. Or when I am standing on
a step breathing it in and out, staying death and the [deadness
that comes after dying, sighing like a song about it. Or
privately with you, when we’re watching television and
everyone else can be depressed as rotten logs for all we care,
because various and by degrees as it is, we know happiness
because it is not always usual, and does not wait to leave.

Immagine: Graham Sutherland, Orpheus.

Poeti inglesi contemporanei /1: Kathleen Jamie

24/01/2014
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