Invocazione: alla vespa gioiello

da | Dic 4, 2025

Robyn Schiff, classe 1973, ha pubblicato quattro raccolte di poesia: Worth (2002), Revolver (2008), finalista per il PEN Award, A Woman of Property (2016), finalista al Los Angeles Times Book Prize e scelto dal New Yorker e dal Chicago Tribune come miglior libro dell’anno, e Information Desk: An Epic, uscito ad agosto 2023 per Penguin. Quest’ultima raccolta, finalista per il Premio Pulitzer nel 2024 e vincitrice del Four Quartets Prize for Poetry, è un libro-poema ambientato al Metropolitan Museum of Art di New York dove Schiff ha lavorato per alcuni anni come parte dello staff al banco informazioni. Insegna alla University of Chicago dove dirige il programma di Creative Writing.

Nei suoi versi Schiff elabora l’interesse per la storia, l’arte e il verso sillabico ispirandosi alla syllabic stanza di Marianne Moore. In un dirompente flusso di parole e una libera trama sintattica, i suoi componimenti prendono avvio da elementi della realtà quotidiana per poi sollevare interrogativi sul presente e su come si è costituito nel corso degli anni. Il critico Dan Chiasson ritrova nelle sue poesie le atmosfere di Hitchcock per la loro accurata decostruzione delle apparenze che mette in luce ciò che nelle società occidentali si nasconde oltre l’edonismo e l’euforia dei nostri tempi. Ripubblichiamo qui la breve antologia di testi tratti dai primi tre libri di Schiff uscita su “Nuovi Argomenti” nella primavera del 2024 aggiungendo a questa scelta la traduzione della poesia che apre Information Desk: An Epic intitolata “Invocation: To the Jewel Wasp”.

In “Maison Dior”, come in tutto il suo primo libro, Worth, e in Revolver, i grandi marchi della moda e degli oggetti entrati nella cultura popolare, insieme al mito contemporaneo della bellezza, sono sotto la lente di ingrandimento di Schiff, che ne esamina gli effetti collaterali sugli individui. “Dear Ralph Lauren” è una personale lettura in forma epistolare (sullo sfondo di leggende del Vecchio West e dello spettacolo di Buffalo Bill West Story) della storia del fondatore del noto brand che titola la poesia e del suo celebre logo, anch’egli ebreo come il padre di Schiff: nella seconda parte della poesia i due uomini si sovrappongono in una sorta di scatto freudiano. Ispirandosi a “Ode to the Nightingale” di John Keats, in “H5N1”, Schiff parla da una sua particolare prospettiva dell’influenza aviaria mentre quella suina è trattata in “H1N1”. La guerra è l’argomento filtrato dal mito di Ifigenia nelle due poesie tratte da A Woman of Property, un dittico lirico in cui un testo si riflette nell’altro nel condannare la violenza bellica.

“To the Jewel Wasp” è dedicata a una singolare musa e eroina entomologica, una vespa gioiello, che Schiff parodicamente invoca e di cui narra le gesta all’inizio di Information Desk. la sua epica contemporanea. Questo libro enciclopedico porta in numerose direzioni spaziali, temporali, artistiche e culturali partendo sempre dal banco informazioni del Met, come fosse il centro del mondo, e dall’abbondante afflusso di memorie, digressioni e riflessioni sulla natura umana e su inquietanti aspetti dell’arte che la narratrice/protagonista riversa sul lettore. L’epopea di questo insetto parassita è tuttavia tutt’altro che onorevole dato che la sua sopravvivenza come specie prevede la macabra sopraffazione della preda preferita, lo scarafaggio americano, che attacca con inusitata ferocia iniettandogli il suo veleno nel torace e nella testa per paralizzargli le zampe e renderlo uno zombie. Nel suo corpo depone poi un uovo e la larva si nutrirà della carne ancora viva dell’insetto ospite fino a diventare una vespa adulta, pronta a ricominciare da capo l’orrendo rito. Questa strategia di sopravvivenza, si legge nei versi finali, «is evolution and we’ve / already come this far». Oppure, oltre il dato scientifico letto su Scientific American, è il colonialismo all’origine della storia americana e di ogni civiltà, la lotta per il potere sottratto con l’inganno e la forza, uno dei temi principali in Information Desk e nelle raccolte precedenti di Schiff. Il nome americano per scarafaggio è cockroach, composto da cock, che è anche il termine volgare per pene, e roach, cioè blatta. Schiff gioca con questi due significati nell’intero testo, un gioco difficile da rendere in italiano. Perciò ho lasciato la parola inglese accanto alla traduzione per alludere alla polisemia dell’originale. “To the Jewel Wasp” fa parte di un trittico dedicato alle vespe: ognuno dei tre testi serve infatti da introduzione alle tre parti della raccolta e presenta tre diverse modalità di questi insetti per assicurare alla loro specie la sopravvivenza. «Do you believe in God?», si chiede Schiff intorno alla metà del libro, «I believe in the elemental / attunement of the wasps», risponde, ovvero nell’elementare sintonizzazione dei comportamenti umani e non umani al violento modello evolutivo impostato dalle vespe.

ANTONELLA FRANCINI

 

 

Da Worth (University of Iowa Press, 2002)

 

MAISON DIOR

Ora siamo al capitolo delle pieghe.
L’impazienza di piegare, la gioia d’aver piegato,
il piacere di piegarle di nuovo.
Abbastanza stoffa nella manica per drappeggiare l’abito,
nella gonna per drappeggiare una cassettiera,
nell’abito per drappeggiare la vista di alberi anneriti
lungo il cammino da qui alla prossima
casa. Camminando nel buio della maison
questo è il nero con cui anneriamo le finestre.
Ho appeso l’ultimo quadrato di stoffa.
Addio portico. Addio postino di mezzanotte
col tuo sacco di buste. Il mio amore canta
a se stesso. Ogni piega entra nella cucitura
con uno spillo in bocca. Crespa su crespa,
una barca a remi ricamata su un ventaglio
sulla riva lontana d’un lago. Il lago fondo abbastanza.

 

HOUSE OF DIOR

Now we are on the chapter of pleats.
The impatience to fold, the joys of having folded,
the pleasures of folding them again.
Fabric enough in the sleeve to drape the dress,
in the skirt to drape a chest of drawers,
in the dress to drape the view of trees blacked-out
along the walk from here to the next
house. Walking in the dark inside the house
this is the black we black the windows with.
I have hung the last square of cloth.
Good-bye porch. Good-bye midnight postman
with your sack of envelopes. My love sings
to himself. Each pleat steps into the seam
with a pin in its mouth. Crease upon crease,
a fan on which an embroidered rowboat sits
at the far edge of a lake. The lake is deep enough.

 

 

Da Revolver (University of Iowa Press, 2008)

 

H5N1

La mascherina mi fa male, un sonnolento torpore
mi affligge i polmoni, come se la valvola espira/inspira
che ho stretto per filtrare il ceppo aviario
escludesse batteri che il sangue deve avere;
non è per voglia di resistenza, ma per essere
stata troppo resistente in passato che mi fiacca,
mentre batteri mutano forma sulla punta
della penna che metto in bocca dopo averla condivisa
con te, amore mio, e benché sappia di non avere
prove, assaporo sulle labbra il supervirus.

O per una pillola di Tamiflu sigillata
in una cassa nel magazzino affittato in New Jersey
da Hoffmann-La Roche Inc. per farmi sentire
al sicuro. Una volta ho toccato la figurina d’una bestia,
uomo e uccello, nella Roche (nessuna relazione)
Dinkeloo, ala rinnovata d’arte egiziana
al Met, e sfiorato un allarme che
ha suonato come un camion in retromarcia
attraverso epoche, un lamento programmato a cui
non dico di non toccarmi, ma non mi toccare

se di recente hai giocato con cose non morte
da troppo tempo benché quando hai ammesso che
avresti anche tu scagliato una gallina morta e marcia
a tua sorella dato il caso che i gemelli turchi
dichiarati morti d’influenza aviaria si terrorizzavano
a vicenda, concordo che lo avremmo fatto tutti.
E chi non bacerebbe la testa di un cigno
giusto per tentare di memorizzare
la morbidezza di una cosa selvatica? Io sì,
e l’ho fatto, e mi appello e mi appello

a quel bacio anche se patologi tedeschi
di quel cigno ammassano campioni di cuore sezionato.
Via! Via! Sono grano macinato
applicato con te sul vetrino. Cercano di separare
le mie cellule dalle tue ma io sono nell’aria. Le nebbie
della notte febbrose e basse, una sconosciuta
virulenza patogena arruffa d’ogni
tordo le piume. Che il nostro volo contagioso
porti la nostra vista d’uccello infetto sopra
Merck World Headquarters. Forse la visione è distorta

ma nella luce malata gli edifici mi sembrano
il Pentagono e volandoci contro
la mia prospettiva si accoppia a quella della
cabina del pilota del jet dirottato
se si può dire che la febbre accentri
tutto il luccichio celestiale che dovette rimbalzare
dalle auto parcheggiate nel parcheggio custodito
alle 9,43 di mattina,
perché qui non c’è luce, eccetto alla banchina
di carico del deposito dove un camion merci

non contrassegnato, lento, scarica. Da qui
si entra nel deposito nel mezzo
della notte dove la scorta di combustibile per l’alba
è ben impilata in scatole che mi tentano a sollevare
i coperchi tutti insieme come i lembi di un calendario
dell’avvento i cui giorni avvampano simultaneamente
quando sollevandoli li apro per rivelare che mentre
io vivo sono morta in un’altra
parte dello stesso edificio. Ecco forse perché
non sento nulla. La cosa morta che hai toccato

erano i miei capelli? Ma qui c’è abbastanza
antidoto per sostenerci per sempre.
Alla malattia serve solo un taglierino
e possiamo somministrare le dosi l’una all’altro
nel buio del deposito. Un taglierino e
un bicchiere d’acqua; un taglierino, l’altro
coltello fra noi due mentre ci rinnoviamo
le promesse. Il dolce dello sposo è nastro adesivo
Il dolce della sposa è polistirolo. Il mio sangue
è una cosa blu prima che lo sputi.

 

H5N1

My mask aches, and a drowsy numbness pains
my lungs, as though the inhale/exhale valve
I tightened to filter the avian strain
excludes bacteria blood needs to have;
is not want of resistance, but having
been too resistant in the past that slackens
me, while bacteria shape-shift on the tip
of the pen I put in my mouth after sharing
with you, my love, and though I know I lack
evidence, I taste superbug on my lips.

O for a capsule of Tamiflu sealed
in a crate in warehouse in New Jersey leased
by Hoffmann-La Roche Inc. to make me feel
safe. I once stroked a figurine of a beast,
both man and bird, in the Roche (no connection)-
Dinkeloo refurbished wing of Egyptian
art at the Met and touched off an alarm
that sounded like a truck backing up through
the ages, a programmed bleat with which I’m
not saying not to touch me, but don’t touch

me if you’ve lately played with something not
long dead even though when you admitted
you’d also have tossed a dead hen, warm with rot,
at your sister given the chance that the Turkish

twins confirmed dead of bird flu had to terrorize
each other, I agreed any of us would.
And who would not kiss the head of a swan
Just to try to memorize
The softness of something wild? I should,
and I did, and I call upon and call upon

that kiss even as German pathologists
mount specimens of that swan’s dissected heart.
Away! Away! I am grist
dabbed on the slide with you. They try to part
my cells from yours but I am airborne. The night
mists with fever and low, undetected
pathogenic virulence ruffles every
thrush’s plumes. Let our path of contagious flight
take our infected bird’s-eye view over
Merck World Headquarters. Maybe my vision warps,

but in the diseased light the buiding looks
to me like the Pentagon and flying toward it
my perspective matches the one from the
cockpit window of the hijacked jet
if fever can be said to concentrate
all the heavenly glare that must have bounced
off the cars parked in the secure lot at
9:43 AM,
for here there is no light, save from the warehouse
loading dock wherean unmarked freight

truck slowly reverses. This is where
to enter the warehouse at the center
of night where dawn’s combustible stockpile
is stacked in neat boxes that tempt me to pry
their lids all at once like the flaps of an advent
calendar whose days flare simultaneously
when I flip them open to reveal that while
I am living I am dead in another
part of the same building. Maybe this is
why I feel nothing. The something dead you touched,

was it my hair? But here there’s antidote
enough to sustain us forever.
The malady only needs a box cutter
and we can administer the doses to each other
in the warehouse dark. A box cutter and
a glass of water; a box cutter, the other
knife we hold between us as we renew
our vows. The groom’s cake is packing tape.
The bride’s cake in Styrofoan. My blood
is something blue before I cough it up.

 

 

CARO RALPH LAUREN,

potrei avere, se ce n’è una disponibile,
la borsa Ralph Lauren Winchester
a forma di sacca per biada che ho visto legata
ai musi feroci di cavalli nelle figure
mostrate ai bambini per fargli
vedere come attività, tipo dare
da mangiare ai cavalli, si svolgevano
nel Vecchio West. Lei sa
che la trama di lana
della borsa Winchester

è gun-check, cioè scozzese, quindi La prego
non confonda il mio ordine con l’autorizzazione
per il check preliminare che Le servirebbe
se mi vendesse una pistola, Ralph Lauren,
o con il separé dove la consegnerei
come farei, diciamo, col cappotto,
entrando a ristorante. No,
non l’abbandonerei,
come altri preferiscono
tenere la pelliccia in grembo

mentre cenano invece di lasciarla a estranei
e per di più, Lei non può guardare
nel mio passato, Ralph Lauren, e io
non guarderò nel Suo, benché veda che
lo scozzese noto come gun-check consiste
di infinite scalette intrecciate
che portano su e su e su e in cima
nemmeno un piccolo
raffinato pianerottolo di lana,
un controllo che impedisca

a uno di noi di salire. Non è questo
il tartan del nostro clan, Ralph
Lauren? In una foto, ho visto il Suo cane,
Rugby, seduto sul sedile del passeggero
della sua Jaguar e sogno
di tenerlo in grembo
mentre ci fanno passare ai caselli incustoditi
dell’autostrada per il New Jersey.
Lei conosce il sistema; non
serve pagare finché

non si esce. Le dispiace se La chiamo papà?
Lei può chiamarmi “Piccolo Colpo
Sicuro”, come il capo Sioux Toro Seduto chiamò
Annie Oakley quando l’adottò. E c’è
un’altra cosa chiamata “Annie”, papà;
il biglietto omaggio del treno
con foro pre-perforato nell’elenco
delle destinazioni
si chiama “Annie” per i
piccoli fori sparati

nei mazzi di carte da gioco che Buffalo
Bill distribuiva una ad una
nell’aria polverosa e mi chiedo se il
biglietto dell’autostrada nel cruscotto
sia anch’esso pre-timbrato. La rende
triste sapere che Annie
Oakley non era il vero nome di Annie Oakley?
Come la mettiamo quando
gli pseudonimi prendono soprannomi,
come il mio vero padre, per

esempio, nato Abraham e chiamato
papà per tutta la mia vita e Hank da
mia madre, cui fu dato il nome del capostipite
Abramo, nome cambiato da Dio, il cui vero
nome non potrà mai essere pronunciato,
come non lo potrà il Suo, ma così
prudentemente scritto qui nel ghetto di
queste parentesi
(Lifshitz). (Polo di Ralph
Lifshitz). Spesso mi sveglio

da questo sogno citando un capitolo apocrifo
della Bibbia dove Adamo
marchia gli animali. A casa nella Ralph
Lauren Home Collection le pareti della mia
cameretta di bambina sono dipinte
grigio Winchester per il fucile scarico
del mio vero padre che lo aspettava
nell’armadio della stanza
degli ospiti. Sono già
a bordo, davanti, fucile spianato

con in collo Rugby addormentato nella Sua
Porsche Spyder 550
argentata, disegnata dal primo figlio
del designer della Volkswagen di Hitler, perciò
Lei potrebbe anche adottarmi.
La capote è abbassata e mentre il lupo
si china sulla Spyder, il ragno
entra in vena, la vanità
entra nella gloria e io
entro nel country club

con Lei attraverso il foro della gloria che è
il buco nascosto in cui
quella palla invisibile che il giocatore di polo nel
Suo logo insegue sempre sempre
è appena rotolata. Zolle furibonde
increspano i campi da polo e io
ho temuto l’attaccante che agitava la stecca
come un tomahawk
finché Lei non mi ha detto che il
logo è ispirato a me

mentre semplicemente fermavo un taxi. Perché, papà,
mi traduce in modo così tormentato,
così delirante, alla guida del mio pony infangato
con gli speroni di morte e sangue sulla mazza? Questo è
un modo brutale di vendere camicie.
Non ho mai visto camicie con bottoni
al colletto bella come quella che ha perso.
Ricordo quando
l’ha abbassata a mezz’asta
per la Festa del Lavoro, ma

ogni giorno è la Festa del Lavoro e il negozio
(non mi faccia dire il Suo cuore) è
aperto, aperto, aperto. Il vento sferza
la bandiera bianca della Sua camicia svolazzante
e la fa sembrare come avesse dentro un uomo.

 

DEAR RALPH LAUREN,

Might I, if there’s one in stock, be sent the
Ralph Lauren Winchester Tote
shaped like the feedbags I’ve seen strapped on the
fierce muzzles of the horses in pictures
children are shown to depict
for them how tasks, such as the
feeding of horses, were accomplished in
the Old West. As you
know, the weave of the wool
of the Winchester Tote

is gun—check plaid, so please don’t confuse my
order with permission to
perform the background check you would need were
you selling me a gun, Ralph Lauren, or
with the booth where I would check
mine as I would, say, my coat,
entering a restaurant. I would
not relinquish it,
as some would prefer to
hold their fur in their lap

as they dine than leave it in strangers’ hands
and what’s more, you may not look
into my past, Ralph Lauren, and I will
not look into yours, though I note that the
plaid known as gun—check consists
of infinite weaved stairways
leading up and up and up and atop
not even one small
refined wool landing stands
a screener who would stop

either of us from climbing. Isn’t this
the tartan of our clan, Ralph
Lauren? In a picture, I saw your dog,
Rugby, seated in the passenger seat
of your Jaguar and I dream
I’m holding him on my lap
as we’re waived through the unmanned tollbooths of
the Jersey Turnpike.
You know the system; we
need not pay until we

exit. Do you mind if I call you Dad?
You can call me “Little Sure
Shot,” as Sioux Chief Sitting Bull called Annie
Oakley when he adopted her. And there’s
something else called “Annie,” Dad:
a complimentary train
ticket with a hole pre—punched through the list
of destinations
is named “Annie” for the
tiny holes she shot through

the decks of playing cards that Buffalo
Bill dealt one by one into
the dusty air and I wonder if the
Turnpike ticket in the glove compartment
is likewise preclocked. Does it
make you sad to know Annie
Oakley was not Annie Oakley’s real name?
Where do we stand when
pseudonyms take nicknames,
like my real father, for

instance, who was born Abraham and called
Dad my whole life and Hank by
my mother, was named for the forefather
Abram whose name was changed by God, whose real
name may never be uttered,
as yours may not be, but how
safely written here in the ghetto of
these parentheses
(Lifshitz). (Polo by Ralph
Lifshitz). Often I wake

from this dream clutching an apocryphal
book of the Bible chapter where Adam
brands the animals. At home in the Ralph
Lauren Home Collection the walls of my
childhood bedroom are painted
Winchester Grey for my real
father’s unloaded shotgun that stood for
him in the guestroom
closet. I’m already
riding shotgun with it

with Rugby asleep on my lap in your
silver Porsche 550
Spyder, designed by the first son of the
designer of Hitler’s Volkswagen, so
you might as well adopt me.
The top’s down and as the wolf
lowers into the Spyder, the spyder
enters the vein, vain
enters glory and I
enter the country club

with you through the glory hole that is the
hidden opening through which
that unseen ball the Polo Player on
your logo is always chasing always
just rolled through. Furious divots
stipple the polo grounds and
I feared the forward waving his mallet
like a tomahawk
until you told me the
logo is based on me

merely hailing a cab. Why, Dad, do you
translate me so tormented,
so raving, driving my muddy pony
with death spurs and blood on my stick. This is
a brutal way to sell shirts.
I’ve never seen a button—
down as beautiful as the one you lost.
I remember when
you lowered it to half—
mast on Labor Day, but

every day is Labor Day and the shop
(don’t make me say your heart) is
open, open, open. The wind flogging
the white flag of your flapping shirt makes it
appear to have a man in it.

 

 

Da A Woman of Property (Penguin, 2016)

 

H1N1

Dio solo sa come fanno a respirare i vicini.
Nessuno mi deve
toccare

perché l’infezione è della pietà un rischio
che non trasmetterò
come Legione trasferì dalla bocca

dell’Errore nel suo corpo
e la mandò al branco di suini
che mandò nel mare

e ha cercato di tornare
sulla terra fin dalla creazione
e ce la fa quasi ogni giorno.

Mi sono appena provata la febbre.
36 e 6. Sono più che sana.
Mi raffreddo anche quando la terra

si riscalda, anche quando incontra il mare
giù nell’entroterra e negozia
la distanza da una posizione

sempre più svantaggiata.
Mi raffreddo perché nulla
mi tocca.

Altri vanno forse alla fattoria didattica
e fiere di campagna
ma non mi dicono mica cosa toccano.

Mi provo ancora la febbre;
il mio termometro è digitale e rosa
e il suo bip è il mio nome

letto nel libro della vita,
che è disponibile su Kindle
e mi fa evitare la biblioteca pubblica

ma contiene strani errori
di punteggiatura ed è trascritto da
evangelisti mentre aspettano

in fila a cancelli invisibili da qui. 36 e 9.
Sempre più fresca della vita. Bevo un altro
bicchiere d’acqua, e ti sento girare in me,

mio piccolo libro, ribaltandoti e ribaltandoti.
Ora d’andare a letto, piccola scrofa, piccola scrofa.
Il libro della morte è aperto sul mio

comodino e s’intitola Conto alla rovescia
in gravidanza, e include il “consiglio dalle
trincee” su come abbattere

il nemico, il corpo.
Ora d’andare a letto, piccola ape, piccola ape. Apro la finestra
e ne trovo dieci morte fra vetro e zanzariera,

che evidentemente è bucata abbastanza
per entrarci e le lascio esposte lì
ammucchiate e guardo

il vento sollevare le loro
ali possenti in mortale
aspirazione. Inizia

la stagione dell’influenza, Rosh Has Hanah.
Registrata ogni anno. Dico bucata
per fare rima con seduta alla finestra,

non bucata per fare rima con timorata di Dio
qui alla Fiera di Dio
dove i giusti

guardano vogliosi la mucca da latte
e si strusciano a
cattività e macello

in nome della zoonosi
e del vettore. Nulla mi tocca,
piccola libra, piccola libra,

non sarò propagata, non
darò alla zanzara
la sua porzione anche se il pasto di sangue

è tutto ciò che ha per nutrire le uova
e da madre a madre sento
il suo volo anche quando è attratta

dal mio respiro per fato e natura,
che sono tutt’uno e intercambiabili
come i bebé nelle telenovele. Angelo nocivo,

non mi distenderò
con l’agnello che è
contagioso. Non

sentirò il richiamo del tuo nome perché
non ti ho nominato e la paura
mitiga il mio amore per le lettere

di questo mondo che sono come
spilli nel corpo
mentre le ali si agitano, ma io

non mancherò d’incontrarti
quando arriverai qui
con la tua ombra

attaccata e il tuo
fallimento una promessa
che entra nel tuo primo

respiro riuscito. Su quali
basi, a quale fede,
osiamo ambire

insieme dove Legione
sente il ventilatore
ed entra nel cavo?

 

H1N1

God knows how our neighbors manage to breathe.
No one is allowed
to touch me

for infection is a hazard of mercy
I will not transmit
as Legion transcribed from the mouth

of Error into his body
and sent into a herd of swine
who sent it to the sea

who’s been trying to return
to earth since creation
and nearly succeeds every day.

I just took my temperature.
98 degrees. I am better than healthy.
I am cooling even as earth

heats, even as it meets the sea
further inland and negotiates
distance from increasingly

disadvantaged position. I
am cooling because nothing
touches me.

Others may go to the petting zoo
and country fair
but don’t even tell me what they touch

there. I’m taking my temperature again;
my thermometer is digital and pink
and its beep is my name

being read from the book of life,
which is available on Kindle
and allows me to avoid the public library

but contains peculiar punctuation
errors and is transcribed by
evangelists while they wait

in line at gates you can’t see from here. 98.5.
Still cooler than life. I have another
glass of water, and feel you turning in me,

my little book, flipping over and over,
it’s time for bed little sow, little sow.
The book of death is open on my bedside

table and is called The Pregnancy
Countdown, and contains “advice from the
trenches” about how to level

the enemy the body.
It’s time for bed, little bee, little bee. I open my window
and find ten dead between the pane and the screen,

which apparently has tears big enough
to enter and I leave them in state
in a pile and watch

the wind lift their
mighty wings in deathly
aspiration. It is the beginning

of flu season, Rosh Hashanah.
Every tear is recorded. I say tear
to rhyme with the chair by my window,

not tear to rhyme with the fear of God
here at the Fair of God
where the just

leer at the milk cow
and brush up against
captivity and slaughter

in the name of zoonosis
and the vector. Nothing touches me,
little scale, little scale

I will not be meted I will
not give the mosquito
her share even though the blood meal

is all she has to nurture her eggs
and mother to mother I hear
her flight even as she’s drawn

to my breath by fate and nature,
which are one and as interchangeable
as babies in soap operas. Dangerous angel,

I will not lie down
with the lamb who is
contagious. I will not

hear your name recalled for I
have not named you and fear
tempers my love of the letters

of this world which are as
pins through the body
while the wings flail, but I

will not fail to meet you
when you get here
with your shadow

attached and your
failure a promise
entering the success

of your first breath. On what
grounds, on what faith,
dare we aspire

together where Legion
hears the ventilator
and enters the wire?

 

 

UNA CERVA SOSTITUISCE IFIGENIA SULL’ALTARE SACRIFICALE

C’era una necessità
d’essere debole e io
l’accolsi. Apparii nella confusione
tra forza e
resa, come dal nulla,
questa è l’illusione.
Ero stata allevata
ruminando
in un boschetto di
dolore con un bel
filo di bava
pendente dal lato della mia
bocca come una corda
fosforescente
allentata.
Come farò a sapere
cosa fare, mi chiesi.
Nessuno lo sa, disse mia madre.
E poi, come il ritrarsi dell’oceano
prima di uno tsunami
improvvisamente espone,
rantolanti, pesci bizzarri sul fondo del mare,
una grande inalazione mi depose
ansimante qui sull’erba sacra.
Mi sento una ragazza in paradiso,
ma sono una bestia in una radura.
Ripresi i sensi
quando s’alzò il vento
e nella baia
mentre la marea
saliva,
che colpo all’umanità,
un crudo vento animalesco
alla guerra, verso
la guerra, avverso
verso la guerra
si portò via con sé
il mio respiro.

 

A DOE REPLACES IPHIGENIA ON THE SACRIFICIAL ALTAR

There was a need
to be weak and I met
it. I appeared in the confusion
between strength and
surrender, as if out of nowhere,
that’s the illusion.
I was reared
ruminating
in a thicket of
sorrow with a beautiful
string of drool
hanging out the side of my
mouth like a loose
phosphorescent
tether.
How will I know
what to do, I wondered.
No one does, my mother said.
And then, as the drawing back of the ocean
before a tsunami
suddenly exposes
outrageous fish on the seabed, gasping,
a great inhalation placed me
here panting on the sacred grass.
I feel like a girl in heaven,
but I am a beast in a clearing.
I came to
as the wind picked up
and in the bay
as the tide
came in,
what a blow to mankind,
an animalcrude wind
to war, toward
war, untoward
toward war
took my breath
away with it.

 

 

Da Informatin Desk. An Epic, Penguin, 2023

 

INVOCAZIONE: ALLA VESPA GIOIELLO

Quando lo scarafaggio americano
atterra sul dorso tentando di
sbarazzarsi della splendida
vespa, l’ibrido verde stagno
e vetro blu in azione, tragi-
gemmata cerulea

sfida, limitata e sondabile come
un mare in fotoshop, il
piano è già
tutto in atto: nel neurotrasmittitore-
primordiale che
controlla l’energica offerta delle

gambe capovolte dello
scarafaggio d’America–
sei volte più grande
della vespa, colore d’una bottiglia di
Budweiser–affonda
il neurochirurgico

aculeo, precisione che non è
né odio né amore
ma l’avvio
della breve paralisi che serve
a bloccare la
blatta così, senza intoppi,

può mirare a una seconda blatta,
il grado zero nella sua
antica testa di scarafaggio.
Non si tema il mistero più dell’esattezza.
Questo è l’errore
dei bambini a letto quando

sono rimosse paure astratte C’era
un gioiello. Il suo nome
è vespa. Ora vola via
per costruire un nido speciale. Pensate
che la blatta sia
morta? Eccola lì inerte

quando la vespa torna svuotata
dalla puntura, che, si sa,
ferisce a morte le api
nei sogni delle bambine per indurle
a farsi le prime
domande su

sacrificio e valore – e così
esausta ora, si trascina
verso la blatta, che non fa
nulla per difendersi, e morde
una sola delle friabili
antenne chi di noi

non è mai stato inquisito – come
lo sono stata io una volta da una crepa
in un armadietto
nella cucina condivisa con un’amica
con il cui ex non avrei
dovuto andare a letto. Fu,

insomma, un imprevisto. A
questo sconfinamento non ci pensavo
da tempo. Le poesie
sono un buon posto per il passato come l’erba
per la vespa,
la cui testa iridescente

risplende mentre lacera l’antenna
della blatta e lecca
la bibita al sangue come
le insegnò la regina delle vespe nella visione dove
il nome comune, l’istinto,
semplifica troppo

la soddisfazione che mi dà
dire “cock”, cazzo, tutte le volte
che ne ho avuta qui
l’occasione: “cazzo americano”, in
particolare.
Ho buoni istinti. Li ho

sempre. La gente non mi sciocca
mai, ma adoro essere
colta di sorpresa con
lealtà e candore. Quanto vorrei che
ora la vespa montasse e
cavalcasse lo scarafaggio

americano, ma sarà abbastanza
vedere la vespa usare
l’unica antenna
rimasta alla blatta come briglia per condurla
al nido che ha preparato,
come un devoto

stallone dell’apocalisse è
dolcemente ricondotto alla stalla
infernale. Sì, basta per ora, avendo hackerato l’anima
Americana
dello scarafaggio con una puntura

nel cervello così precisa da farlo
smettere di identificarsi in blatta
e donarsi, corpo e forza, anfitrione zombie
dell’uovo della vespa che la vespa
deposita dentro di lui,

senza fratelli, un cucciolo affamato appena nato
emerge in poche
settimane e mangia
viscere umide di scarafaggio
vivo, condotto,
come ho detto, non montato

dalla vespa – nessun frustino, nessun
matriarcale hop là,
solo una stalliera e
quattro passi, e un nido e un uovo, e una blatta detta
cock. È,
è, è abbastanza, ma

questa è l’evoluzione e siamo
già arrivati a questo punto.

 

INVOCATION: TO THE JEWEL WASP

When the American cockroach lands
on its back trying to
flick the glorious
wasp off that moves like the hybrid of green tin
and blue glass, gem-
tragic cerulean

task, finite and fathomable as
a photoshopped sea, the
plan is already
in full swing: into the neurotransmitter-
primeval that
drives the bidding of the

now-upended resolute legs of
cockroach American ̶
six times the size of
the wasp, and the color of a bottle of
Budweiser ̶ thrusts
the neurosurgical

stinger, the accuracy of which
is neither hate nor love
but the beginning
of the brief paralysis in which she needs
to suspend the
roach so, unimpeded,

she can target a second cockroach
ground zero in its roach-
ancient cockroach head.
Do not fear mystery over precision.
That’s the mistake
of children in bed whose

abstract suspicions are dismissed. There
was a jewel. Its name
is wasp. She flies off
now to construct a specific nest. Do you
think the roach is
dead? There it stands doing

nothing when the wasp returns drained
from stinging, which you know
kills dead the honey
bees you dreamed of as a girl that prompted you
to pose your first
questions to self as to

sacrifice and valor – and so
weary now, drags herself
toward the roach, who makes
no move to defend itself, and bites off just
one of the crisp
antennae who among

us has not been queried by – as
I was once from a crack
in a cabinet
in a kitchen I was sharing with a friend
whose ex I should
not have slept with. Well, that

was unexpected. I haven’t
thought that trespass through in
a long time. Poems
are as good a place for the past as the grass
is for the wasp,
whose iridescent face

shines as she snaps the antenna
off the cockroach and laps
up the blood drink like
the wasp goddess taught her in the vision whose
street name, instinct,
oversimplifies how

satisfying I’m finding it
to say “cock” as often
as I have had the
occasion to here; “American cock,” in
particular.
I have good instincts. I

always have. People never shock
me, but I love to be
taken by surprise
by loyalty and candor. How I want the
wasp to mount and
ride the American

cockroach now, but it will have to
do to see the wasp use
the one antenna
the roach has left as a rein to steer it to
the nest she made
it, as a dutiful

stallion of apocalypse is
gently led back to its
stall in hell. Yes, it
will have to do, for now, having soul-hacked the
American
cockroach with a sting to

the brain so precise as to make
the roach stop roach-iden-
tifying and give
itself, body and force, zombie host to the
wasp egg the wasp
is laying inside it,

siblingless, starving-born hatchling
emerging in a few
weeks’time by eating
itself out of the moist gut of the living
roach, who was led,
as I said, not ridden

by the wasp – no riding crop, no
matriarch giddyup,
just a groom and a
walk, and a nest and an egg, and a roach called
cock. It is, it
is, it is enough, but

this is evolution and we’ve
already come this far.