“In limine” di Ferruccio Benzoni

di Dario Bertini

Prezioso e connotato da un’aura di inestimabile valore, come tutti i manoscritti inediti, anche questo testo di Ferruccio Benzoni (apparso in una piccola, ma accurata plaquette fuori commercio, a cura di Nadia Lazzarini e Claudio Chinni, con una nota di Massimo Raffaeli, Cesenatico 1999), non si sottrae allo stupore e alla curiosità per tutto ciò che è raro ed esclusivo, non soltanto per l’inesausta sete del filologo, ma anche per  la passione del lettore che lo spinge a colmare le distanze e a suggellare un più intimo rapporto con la voce dell’autore.

Datata Marzo ’94, dunque nell’interstizio compositivo situato tra Numi di un lessico figliale (Marsilio, 1995, che raccoglie testi scritti tra il 1987 e il 1993) e l’ultimo, postumo, Sguardo dalla finestra d’inverno (Scheiwiller, 1998, che raccoglie testi scritti tra il 1995 e il 1996, con l’eccezione di due testi del ’94) questa poesia di Ferruccio Benzoni non si discosta né per tema né per cifra stilistica dal corpus organico di diario-canzoniere in progress restituito al lettore, da chi scrive questa nota,  con il libro Con la mia sete intatta. Tutte le poesie (Marcos y Marcos, 2020, prefazione di Massimo Raffaeli). La poesia spicca per l’altissima elaborazione formale che contraddistingue i testi più maturi di Benzoni e non manca di presentarsi materiata dall’intero campionario di stilemi sintattico-lessicali che hanno reso la voce del nostro riconoscibilissima.

Il testo che, fin dal titolo flirta con l’omonima montaliana comparsa negli Ossi di seppia (non mi dilungherò qui sull’importanza fondamentale, per non dire centrale, dell’intertestualità dialogica della poetica di Benzoni), ci accoglie, dunque, da questo territorio autre del limine, della “soglia”, di questo luogo collocato fuori dal tempo e dallo spazio che, da Caproni in poi, per la poesia italiana, diviene luogo per elezione di incontro e di congedo tra il poeta-personaggio e i suoi interlocutori.

Riconoscibile, quindi, la struggente e irreversibile malinconia della poesia benzoniana più matura vertiginosamente in equilibrio  tra memoria dell’infanzia e, per traslato, della madre:si legga infatti, al v.2 «bruciata l’infanzia ch’era sua» (dove il poeta affida al possessivo la funzione di rievocare la madre, scomparsa precocemente nel luglio del ’67) e un non troppo latente presagio di morte e conseguente congedo dai vivi e dalle persone amate.

Stilema tipico benzoniano il ma d’innesco, con il quale il poeta investe del peso emotivo dell’avversativa tutto il testo, opponendosi a un non detto precedente, ma ancora sensibilmente percepibile. Si veda, dunque, l’attenta simmetria che caratterizza il ricorso a questo ma (di chiara matrice sereniana), presente ben tre volte associato a una triade verbale al passato prossimo, tempo della memoria, “di un’azione avvenuta in passato  recente o lontano, che tende ad avere effetti percepiti ancora nel presente da parte di chi parla o scrive”( cfr. Treccani): «Ho lavorato» (v.1); «Non sono […] arse» (v.7-8); «Ma […] ho mutato» (v.10).

Ancora molto stupisce di questo testo: si legga, dunque, la bellissima immagine sospesa tra i vv. 4-5,  rinforzata dall’enjambement: «talvolta trema come la pupilla / insonne d’un manovratore», innescata dallo scenario di esclusività notturno e intimo del v. 3 « e con te solo e a notte», che chiede ardentemente con il suo verbo  «trema» un soggetto. Chi trema, dunque? Per arginare l’ambiguità sintattica, che spesso caratterizza la poesia di Benzoni e ne moltiplica le possibilità interpretative, è necessario, attraverso una lunga frequentazione con il testo ( e dove è presente, con il macrotesto) creare una complicità che ci guidi nella comprensione. È l’infanzia (v.2), quindi, che bruciata, di un passato combusto ma sempre vivo per il ricordo della madre («ch’era sua»), viene a tremare, verbo che riallaccia a una fragile sensibilità, attivata dal presente rapporto esclusivo con l’amatissima moglie Ilse: «e con te solo e a notte».

Struggente, dunque, il finale, preceduto da alcuni versi di impossibilità (ancora la soglia del v.6 «oltre i vetri», che anticipa lo Sguardo dalla finestra d’inverno, che da lì a poco l’autore avrebbe principiato a scrivere) e di immobilità, rinforzati da un doppio negativo («non sono […]arse le suole», vv.7-9; «non di vento»), dove non basta- non basta mai nel tempo curvo e incenerito della memoria-  «per una volta» avere mutato in gioia la pena. E infine, ancora una domanda aperta ci consegna il testo, nelle sue sempre stimolanti incongruenze, grazie a quel «tua »( tua ma chi?, la madre? l’amata moglie?) , un possessivo che  tende all’ultimo verso dalla dittologia aggettivale, «anima fosca e insostenibile»  così tipica della poesia lirica, ad alto tasso elegiaco. Ed è così che ancora una volta la poesia di Ferruccio Benzoni, straordinariamente sorprendente ed evocativa come solamente la grande poesia può essere, ci ha conquistato e reso partecipi della sua vicenda umanissima e sempre ardente.

 

In limine

Ma ho lavorato con allegria
bruciata l’infanzia ch’era sua
e con te solo e a notte
talvolta trema come la pupilla
insonne d’un manovratore.
E oltre i vetri ho studiato
i colori delle foglie. Ma non sono
(vedi) arse le suole: di capelli ahimè
non di vento la mia vita.
Ma che importa se per una volta
ho mutato in gioia la tua pena,
anima fosca e insostenibile.