Il triangolo immaginario

da | Mar 18, 2021

In Il triangolo immaginario sono raccolte interviste scelte a Franco Buffoni dal 1990 al 2020 (Secop Edizioni). In anteprima un’intervista a cura di Giuseppe Genna uscita su “Poesia” nel 1995.

 

Franco Buffoni è direttore responsabile di Testo a fronte. Come è nata e come è stata realizzata l’idea di una rivista specialistica nel campo della traduzione letteraria?

L’idea è nata da una mia necessità di fusione e coerenza. Impegnato sul doppio versante della scrittura poetica, da un lato, e della ricerca in un dipartimento di scienze del linguaggio, dall’altro, sentivo sempre più il bisogno di trovare un denominatore comune, un luogo di sintesi per le due branche del mio operare. Lo trovai dapprima organizzando un convegno su «La traduzione del testo poetico» (Bergamo, 3-5 marzo 1988), quindi fondando Testo a fronte.

 

Testo a fronte è sempre uscita puntualmente ogni semestre, a marzo e ottobre, a partire dal 1989. Duecento pagine per numero equamente ripartite fra teoria e pratica…

Sì, si è cercato di non eccedere con gli scritti teorici, ma gli autori fondamentali da proporre anche in Italia erano davvero numerosi! Nelle altre nazioni europee e nord-americane esistono da decenni varie testate dedicate alla traduttologia; in Italia nulla, assolutamente nulla di specifico e di periodico. Tant’è vero che persino ottimi traduttori di poesia, quando vengono indotti a riflettere sul loro lavoro, ancora citano quasi esclusivamente Benjamin e Mounin. Come se dopo non fosse accaduto più nulla.

 

Occorreva quindi divulgare anche in Italia i rudimenti di una nuova scienza: traductologie, Uebersetzungswissenschaft, la traduttologia, appunto…

Proprio così, e nel porre programmaticamente in ordine i sommari di Testo a fronte in questi anni è stato fondamentale l’apporto di Emilio Mattioli, filosofo dell’estetica di scuola anceschiana, che con me e Allen Mandelbaum forma il comitato direttivo.

 

La rivista tuttavia si avvale anche un comitato scientifico nutrito e prestigioso…

Sì, siamo stati molto fortunati, perché hanno aderito subito, con entusiasmo, non solo gli accademici, da Corti a Segre a Sansone a De Mauro, ma anche i maggiori poeti italiani, accettando di accompagnare alle anticipazioni dei loro «lavori in corso» come poeti-traduttori un commento, magari non rigorosamente «scientifico», ma sempre illuminante sul loro «fare» poesia, e soprattutto sul loro fare poesia traducendo.

 

Come viene strutturato ogni numero?

Al saggio teorico di apertura (e abbiamo ospitato, tra gli altri, Apel e Szondi, Berman, Etkind, Wandruska) e alle anticipazioni dei lavori di traduzione dei poeti-traduttori, seguono sempre l’autoritratto di un traduttore-poeta (ricordo con affetto quello di Ludovica Koch, poi scomparsa, traduttrice di Ovidio e Saxo Grammaticus), il lavoro di due o tre giovani autori, un ripescaggio storico (Berchet, Cervantes, M.me de Staël, Foscolo, Bruni, Dryden), un Quaderno di traduzione con una quindicina di versioni scelte di vari autori contemporanei o del passato in italiano o dall’italiano; e poi recensioni, segnalazioni e qualche servizio di cronaca letteraria: sull’ultimo numero, per esempio, abbiamo pubblicato gli inediti di Pound traduttore del giovane poeta italiano Saturno Montanari morto ventitreenne sul fronte albanese nel ’41…

 

Ma Testo a fronte non è solo una vetrina per nomi affermati…

Assolutamente no. Anzi, le sorprese più belle a volte vengono proprio dai nostri lettori che si dilettano di traduzione e magari non hanno mai pubblicato in precedenza. Noi badiamo soltanto all’originalità e alla qualità del lavoro.

 

Potresti esporci in sintesi la posizione teorica di Testo a fronte?

Sulla linea indicata da George Steiner, che fa parte del comitato scientifico, e da Gianfranco Folena, che ne ha fatto parte sino alla sua scomparsa, noi siamo convinti che la traduzione di poesia, prima che un esercizio formale, sia un’esperienza esistenziale intesa a rivivere l’atto creativo che ha ispirato l’originale. Anche se nessuno pretende di ignorare l’immenso patrimonio scientifico che decenni di speculazioni in ambito formalistico, strutturalistico e semiotico sono oggi in grado di fornirci. Tuttavia è innegabile che nei decenni scorsi l’assoluta egemonia di tali discipline mise in ombra e talvolta irrise alla possibilità di riflettere su tematiche di ordine traduttivo nell’ottica della filosofia estetica. Testo a fronte intende continuare a porsi al centro del dibattito tra i due ambiti, nella convinzione che non possa esistere teoria senza esperienza storica; accettando quindi anche gli assiomi della linguistica teorica soltanto se in costante rapporto dialettico con le teorie generali della letteratura e dell’ermeneutica filosofica. Fondamentale, per noi, è il riconoscimento di dignità artistica per il testo tradotto, in virtù del quale viene anche valorizzato il momento della ricezione, ovvero della risonanza culturale che una traduzione – in quanto testo autonomo – sortisce sul pubblico. A questo punto sono destinate a cadere le classiche antinomie «fedele/infedele», «letterale/libera», «fedele alla lettera/fedele allo spirito», «contenutistica/stilistica» ecc., perché sono costruite sull’equivoco che da un lato consegna la poesia al dominio dell’ineffabile (e quindi dell’intraducibile: questa – in sintesi – era la posizione crociata) e dall’altro considera veicolabile soltanto un contenuto: che è pura astrazione.

 

Attualmente su che cosa state lavorando?

Lavoriamo in due direzioni. Anzitutto prepariamo – a partire dal prossimo numero – la presentazione al pubblico italiano del fondamentale dibattito francese tra Meshonnic e Ladmiral su sourciers e ciblistes. Quindi intendiamo approfondire i termini teorici della nostra proposta legata al concetto di intertestualità, già esposta negli scorsi numeri della rivista.

 

Puoi accennarla?

In sintesi si tratta di individuare il punto di equilibrio tra la nozione di intertestualità quale appare negli scritti di Julia Kristeva (poi ripresa da Bachtin e anche da Segre), e la definizione di poetica desumibile da Anceschi come «la riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici, le norme operative, le moralità, gli ideali». Nell’ottica della intertestualità la traduzione di poesia – aldilà dell’immagine molto accattivante che la configurerebbe come una lunga «citazione» – finisce davvero con l’essere il rapporto tra due poetiche, quella dell’autore tradotto e quella del traduttore.

 

Da Luzi a Giudici a Magrelli, da Bigongiari a Zanzotto a D’Elia, sono moltissimi i poeti italiani apparsi sulle pagine di Testo a fronte come poeti traduttori. Perché tutti i poeti traducono?

Credo che le ragioni siano le più varie, e spazino dal lavoro su commissione alla necessità di tenere i «muscoli» in esercizio senza rischiare direttamente la pagina bianca. Al di sopra di tutto credo comunque vi sia la necessità, per ogni vero poeta, di verificarsi costantemente anche in una lingua altra rispetto alla propria lingua madre. Quasi che la poesia rendesse indispensabile una sorta di confronto superiore con una lingua di riferimento. Per Zanzotto, per esempio, ho l’impressione che sia il latino, o magari anche il dialetto.

 

In considerazione delle sue caratteristiche, qual è il destinatario ideale di Testo a fronte?

Sono convinto che qualunque persona sensibile amante della poesia non possa non porsi il problema di come tradurla in un’epoca in cui la possibilità meccanica di diffusione della musica, la riproduzione delle opere pittoriche, il linguaggio cinematografico ormai tendenzialmente astratto dalla parola rendono il testo poetico sempre di più un unicum esigente. Occorrono concentrazione e silenzio: di sottofondo può esserci musica, non poesia; banalmente appese alle pareti possono esserci le riproduzioni di quadri… La poesia insomma è il grande incomodo. Occorre fare fatica per conquistarla perché vive consustanziata alla lingua e va penetrata. Le lingue sono rimaste molte. E la traduzione automatica per la poesia è qualcosa di risibile. Ecco dunque la necessità, per chi ama la poesia, di porsi il problema di come tradurla.

 

Si tratta in definitiva di una rivista unica forse anche in Europa…

Come ho detto prima, il dibattito teorico in Italia è partito con anni di ritardo rispetto ad altri paesi quali Germania, Francia o Stati Uniti, dove esistono serissime riviste accademiche dedicate alla traduttologia.

 

Ma non di poesia…

Qui sta il punto. L’idea essendo partita da un poeta, era inevitabile che la questione «poesia» e la questione «traduzione» finissero con l’essere protagoniste a pari dignità. E questo connubio rende Testo a fronte abbastanza unica nel panorama europeo.

 

Nel 1991 Testo a fronte ha figliato due collane editoriali, una di saggistica – I Saggi di Testo a fronte – e una di letteratura creativa: I Testi di Testo a fronte. Vuoi parlarci di queste due iniziative?

La collana di saggistica ha pubblicato opere di approfondimento delle tematiche della rivista, quali I luoghi del tradurre, sul moto ritmico e l’assetto melodico, di Giuseppe E. Sansone, o Proust: dall’avantesto alla traduzione, in cui Lorenzo De Carli invita a considerare il testo di partenza non più come un’entità data, ma come un oggetto dinamico comprendente l’avantesto, cioè l’insieme dei materiali precedenti la stesura definitiva dell’opera. Molto ben accolti sono stati L’orologio di Noventa di Franco Brevini (uno studio in cui la dinamica lingua-dialetto viene esaminata da Pascarella a Marin a Noventa, fino a narratori quali Cassola e Pasolini, Fenoglio e Mastronardi, con uno straordinario capitolo dedicato a Firpo e Montale) e Il manuale del traduttore letterario di Friedmar Apel. Infine ricordo il bel volume di Gian Mario Villalta, La costanza del vocativo, una splendida lettura della «trilogia» di Andrea Zanzotto: Il Galateo in Bosco, Fosfeni e Idioma.

 

Quali le muove uscite?

Ci sono in programma l’altro libro fondamentale di Friemar Apel, Il movimento del linguaggio e La traduzione tra storia e cultura di Susan Basnett.

 

Mentre nella collana I Testi sono apparsi fino ad oggi dodici titoli tra prosa poetica (Il diario dello sguardo di Bernard Noel; Il giovane macedone di Pascal Quignard), ripescaggi di classici (Poesie di Tommaso Campanella) e quaderni di traduzione…

Quella dei quaderni di traduzione resterà una nota dominante, vista l’ottima accoglienza che hanno avuto i volumi di Luciano Erba (Dei cristalli naturali e altri versi tradotti 1950-1990) e di Nelo Risi (Compito di francese e d’altre lingue 1943-1993).

 

Vi sono poi i Quaderni di Poesia Contemporanea straniera con testo a fronte e utilissimi apparati critici…

Abbiamo pubblicato un Primo Quaderno Inglese comprendente quattro tra i maggiori poeti viventi di lingua inglese: Tony Harrison, Geoffrey Hill, Seamus Heaney e Charles Tomlinson. Abbiamo in programma per i prossimi mesi un Primo Quaderno Austriaco e un Primo Quaderno Olandese comprendenti entrambi raccolte di cinque poeti.

 

Perché questi Quaderni collettivi?

Perché altrimenti sarebbe impossibile riuscire a dare in un arco di tempo ragionevole un’immagine esauriente di quali siano i dieci maggiori poeti contemporanei di una letteratura europea. Invece con due Quaderni questo è possibile. Ogni autore ha a disposizione una cinquantina di pagine: in pratica si tratta di un selected poems per ciascuno.

 

Ciò non toglie che si possano seguire anche vie più tradizionali…

È quello che faremo da subito, pubblicando anche i volumi singoli di due poeti estremamente interessanti nel panorama europeo. Li andiamo traducendo proprio in queste settimane: il francese Bernard Simeone e l’irlandese Michael Hartnett. Quest’ultimo, tra l’altro, è già in partenza un poeta bilingue, perché scrive in inglese e in gaelico.

 

Permane l’interesse anche per le lingue cosiddette minori o periferiche…

Permane e si accresce. Al punto che la prossima uscita sarà un’antologia di poesia basca contemporanea: un volume di trecento pagine comprendente quaranta autori. In pratica si tratta del più ampio panorama di poesia basca del Novecento: una novità assoluta non solo per l’Italia, anche perché il testo a fronte originale solo per metà è in casigliano; l’altra metà è in basco. Poi abbiamo in programma la ristampa di utilissime – e ormai introvabili – antologie, quali Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, Lirici nuovi e Linea Lombarda di Anceschi, una raccolta di liriche di poeti «vociani»; i testi di Soffici e Jahier, Sbarbaro e Campana; Des Imagistes di Ezra Pound e Amy Lowell; il contraltare a «linea lombarda» con un’antologia di poesia surrealista meridionale, dove vedrei bene testi di Gatto e Cattafi, Matacotta, Bodini, Calogero, De Libero…

 

Hai detto «contraltare»?…

È un’idea che accarezzo da anni. In sintesi – molto in sintesi – quali sono i due elementi forti dai quali poi derivò – e Anceschi tanto bene stigmatizzò – la cosiddetta poetica di Linea Lombarda? Simbolismo francese e ermetismo fiorentino. Questi due elementi furono determinanti, nell’immediato secondo dopoguerra, anche a sud del Po. Solo che mancò un Anceschi in grado di imporre con autorevolezza un sigillo teorico, rinvenendo caratteristiche comuni, per esempio, nell’opera dei poeti appena citati. Vorrei provare ad antologizzarli, anche pensando a quanto Sereni – dalla Mondadori – li osteggiò; con l’eccezione di Cattafi. E, dovendo trovare una formula, credo che «surrealismo appenninico» sia abbastanza espressiva.

 

Matacotta è appena uscito in una raccolta curata da Gabriele Morelli per l’editore romano Pieraldo…

Sì, certo, è lo stesso editore che ha pubblicato la mia autoantologia Adidas – Poesie scelte 1975-1990. Ho voluto fortemente l’uscita di Versi copernicani e altre poesie 1941-1978 di Franco Matacotta.

 

La collana I Testi di Testo a fronte ha avuto anche il merito di presentare ventiquattro giovani poeti italiani, suddivisi in quattro Quaderni di Poesia Contemporanea.

Sì, l’idea era di presentare gli autori giovani, i trentenni. Una volta varata l’iniziativa (e fummo i primi: era la primavera del 1991), tuttavia, ci si rese subito conto che negli anni Ottanta la disattenzione del mondo editoriale verso i nuovi autori era stata tale da rendere indispensabile un arretramento della data di nascita per rientrare nei Quaderni almeno fino al 1955. Tali indispensabili (e più che meritate) inclusioni hanno però fatto sì che dei 24 autori «giovani» selezionati soltanto tredici siano effettivamente nati dopo il 1960. Quindi occorrerà continuare, pubblicando altri Quaderni.

 

Puoi trarre un bilancio da questa esperienza?

Un bilancio, o meglio una bilancia, occorrerebbe per i dattiloscritti giunti dopo il varo dell’iniziativa. Rispetto a dieci o vent’anni fa – noto una crescita del livello medio qualitativo, cui tuttavia non sempre corrisponde altrettanta originalità stilistica o tematica. Noto un sano affrancamento da certe ubriacature del passato, da certi «ismi», e questo è confortante. Lo sperimentalismo inteso come seria ricerca poetica, non come fonemi al vento, lo vedo in atto laddove non se ne parla, dove non si fanno proclami. Alcuni buoni autori si stanno consolidando, e l’idea di avere contribuito al loro esordio sinceramente mi gratifica. D’altro canto, coi Quaderni non ho fatto che replicare, aggiornandola di una quindicina di anni, l’esperienza che io stesso feci al mio esordio nei collettivi della Fenice di Guanda diretti da Giovanni Raboni…

 

Dove, tra l’altro, stai per uscire nuovamente…

Sì, con Suora carmelitana e altri racconti in versi.

 

C’è una forte analogia tra l’esperienza dei tuoi Quaderni e quella della Guanda di Raboni?

Più che altro ritrovo un entusiasmo e un progetto al servizio esclusivo della poesia. Ai nuovi autori posso solo augurare di godere della stessa attenzione di cui godemmo noi allora.

 

 

Immagine: Collettivo Diogene.

Franco Buffoni ha pubblicato le raccolte di poesia Suora carmelitana (Guanda 1997), Songs of Spring (Marcos y Marcos 1999), Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Theios (Interlinea 2001), Del Maestro in bottega (Empiria 2002), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori, 2014). Nel 2012 è uscito l’Oscar Mondadori Poesie 1975-2012. Per Marcos y Marcos dirige il semestrale "Testo a fronte" e ha pubblicato Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni (2012). Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005). E' autore di Più luce, padre. Dialogo su Dio, la guerra e l'omosessualità (Sossella, 2006) e dei romanzi Reperto 74 (Zona 2008), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di Byron (Fazi 2012) e del pamphlet Laico Alfabeto (Transeuropa 2010). [www.francobuffoni.it]


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