Gian Mario Villalta, Il scappamorte

Sei poesie da Il scappamorte (veglie e risvegli) di Gian Mario Villalta, da poco uscito per la collana “A27” di Amos Edizioni.

 

Sulla soglia tra sonno e veglia
assale l’obbligo bipolare
più popolare: “Decìditi!” e intanto “Resta te stesso!”.
Chi mai vedesse contraddizione
tra la decisione (tagliare, adesso, la corda,
saltare il fosso) e medesimarsi in sempre uguale
sé, cioè (ri-)petere lo stesso stare,
dovrebbe come nel dormiveglia sognare
ancora un minuto un minuto per addormentare
il sonno e un minuto un minuto ancora (ma sempre
lo stesso minuto) da sveglio dentro il sogno.

*

Forbici, dita, sangue e la chioma verde infinita
di un albero grande – dietro
tutto nero, una lavagna dove compare maiuscola
la parola OSSO e tu senti risucchiare
dentro il cranio il buio delle ore

… ancora un minuto un minuto…

scegli tu di tornare nel sonno?
O nel dormiveglia – quando ancora non pronto
allo scatto del giorno
di quell’altro te stesso che devi – stai meglio
… no, non meglio… stai
altrove, che non è sonno, e non è veglia,
non reciso l’immaginare dal sogno?

*

Già le auto, che dopo lo stop accelerano in ripresa:
lacerano la stoffa tesa tra gli aceri della notte.

Già il tramestare il tintinnio lo sbattere
di là dalla parete: il vicino e la lavapiatti – coppia perfetta –
il battibecco di ogni mattina alle sette.

Mentre inonda la tenda la luce che la porta finestra
ricuce sghemba – pare umida – sul pavimento.

E con la luce l’attesa.
Richiuse appena le palpebre.
Ancora un minuto un minuto.
Che cosa aspetti da sempre?

*

Ti stai attardando e lo sai nelle stanze del sonno
dove il gufo e la donnola parlottano quieti
nello specchio che versa il liquore degli anni
sul pavimento: hai avuto paura, ma ora il tuo corpo
galleggia nel tempo, c’è il platano nel cortile
della scuola, il trattore, prendi il tuo posto
nella foto con la maglia a righe.

Ancora un minuto un minuto.

Ti riconosce una fuga di echi.
La proroga tra l’essere
chiunque e il diventare te stesso
dura l’incalcolabile.

*

Fa male come un ago nel lago del cuore galleggia
l’angoscia di stare a guardare che non affonda.
Così un’ora vuota un sostantivo una scheggia
di vetro dilaga il riflesso in un viso
che sprofonda, un sorriso, fiore di baci, rima
– ahi, strappa le labbra nel nulla… – con amo.
Chiedo alle parole di rotolare fuori dai contorni
dai colori delle sembianze perdere pause risalire
silenzi fino alla voce nuda neppure più voce grido
dove non ci sono più io chiedo tu chiedi chi annega
nel buio con la femmina-pesce in rosso e oro.

*

Tutto questo tempo accumulato nelle facce
nelle pance alla base del collo nelle macchie
sui dorsi delle mani che ne facciamo
di tutto questo tempo che non mente
né ci lascia un istante mentre tenera
come un’amante che s’addormenta parlando
la mente investe le età come un vento
che ora è quieto e ora svelle ogni erba
o sospinge le nuvole nella solitudine.

Immagine: Foto di Dino Ignani.